Diario da una scuola napoletana

Michele, Antonio, Domenico… Fra inganno e solitudine, e vita amara

Forse avevi ragione tu, Titina mia. Io mi domando ancora chi me l’ha fatto fare. Resto seduto a guardare al di là della finestra. Piove. Le gocce sbattono sui vetri, le pozzanghere si allargano e il traffico va in tilt. Si sentono i clacson in lontananza, le sirene della polizia e dell’ambulanza. Le ringhiere di alcuni bassi nel vico sono addobbate a festa, qualcuno spara i raudi anche sotto il diluvio. Nella mia stanza ci sono gli spifferi, fa talmente freddo che indosso due maglioni di lana e quattro paia di calzini. Guardo il temporale mentre provo a scriverti due righe. Sono trascorsi altri due mesi. Il panorama che si vede da qua m’inganna ogni mattina, quando mi sveglio e bevo il caffè dietro al vetro della finestra prima di andare a scuola. E osservo mezzo assonnato i tetti dei palazzi bagnati, i campanili, le terrazze piene di antenne e le navi in rada che aspettano di entrare nel porto, e penso di scappare via, raggiungerti, ma lei mi si piazza davanti senza dire niente. Ricordi quei versi di Bodini? «Qui non vorrei morire dove vivere / mi tocca, mio paese, / così sgradito da doverti amare…».

Come questo tempo, Tina. Passeggiare per le strade trafficate, girare l’angolo. Camminare. Leggere i titoli delle prime pagine con la stessa estraneità di un cane randagio nel parcheggio di un centro commerciale. Respirare a pieni polmoni quest’aria, restare assuefatti, bere bicchieri di Negroni sbagliati per sopperire al cinismo. E osservare i manichini delle vetrine, pensare al destino, alla barbarie somministrata in pillole. La storia drammatica, il traffico di stupefacenti, il Rom di ventuno anni ucciso in una sparatoria con la polizia, e le cariche, le dichiarazioni ufficiali degli ultimi sottosegretari, le indagini preliminari, i sequestri, le statistiche, gli arresti, tutti quei morti ammazzati.

Lasciamo perdere. L’altra volta, nel corso del laboratorio in una classe era in atto una discussione sul nome da dare alla testata del giornalino. Allora un alunno ha gridato: «La scissione! Chiamiamolo “La scissione”». Si tratta della stessa scuola media vandalizzata nella notte tra il 13 e il 14 novembre da ignoti. Istituto allagato, estintori aperti, danni gravi. Un mese prima a Marianella due sicari uccidevano per errore Lino Romano, trent’anni, sotto casa della fidanzata. Quattordici colpi di pistola, Tina, già ne parlammo. Il bersaglio era un altro, quella sera si trovava nello stesso palazzo. Uno dei responsabili è stato arrestato a San Giovanni a Teduccio. Ha ventidue anni, si chiama Giovanni Marino. Ha avuto il ruolo di basista nell’omicidio. L’hanno preso grazie al pentimento della zia della fidanzata della vittima designata. Lei doveva inviare un messaggio ai killer per far uccidere il fidanzato della nipote, ma quelli non aspettarono e spararono a Lino Romano, scambiandolo per il vero obiettivo dell’agguato. Nel giorno dei funerali, il ministro dell’interno si è recato nell’abitazione dei familiari della vittima assicurando che gli assassini sarebbero stati presi. Il sindaco dopo l’arresto di Giovanni Marino commentava così: «Non posso che esprimere tutta la soddisfazione, personale e della città, per l’arresto di uno dei sicari che hanno ucciso Lino Romano. Un grazie alle forze dell’ordine e alla magistratura che sono impegnate nel contrasto al crimine organizzato. L’arresto non servirà a restituire Lino ai suoi familiari, ma rappresenta un importante atto di giustizia e un segnale di speranza per la città e il Paese che, senza tentennamento…». Il presidente della Regione? «Una notizia che dà fiducia (…) Una risposta che significa che lo Stato c’è e che è un successo della giustizia. Risultati così positivi ci rendono tutti fiduciosi». I due figli della donna pentita hanno avuto un ruolo minore, adesso stanno ai domiciliari. L’uomo che secondo gli inquirenti avrebbe sparato a Lino Romano al momento manca all’appello.

Da quando lavoro nella zona orientale mi pare di tenere i piedi inchiodati per terra. Entro in certe scuole tra Ponticelli, Barra e San Giovanni, e oltre all’inadeguatezza mi sento come schiacciato da un peso irriducibile, essenziale. La comparazione con il carcere è troppo scontata, e poi in un carcere non ci sono mai entrato. Ogni tanto mi ritrovo a riflettere sulla natura del potere che subiscono passivamente i ragazzi; anzi, la natura “dei poteri”. Ci sono scuole in cui i professori rinunciano alla didattica, e gli alunni, oltre al mancato diritto all’apprendimento, si sentono privati del diritto di scegliere di non seguire la lezione del docente ignavo di turno. Questa è una delle immagini dell’istituzione ai loro occhi. So di un ragazzo in un istituto superiore, che disse di volersi togliere lo sfizio di vedere almeno una volta la faccia del suo professore di matematica. Quell’esigenza nascondeva la voglia di vedere il volto dell’autorità. Poi avrebbe deciso lui se sputargli in faccia o meno.

Di tanto in tanto immagino di portarti in classe con me, farti conoscere Michele, Antonio, Domenico, Mauro, Vincenzo. Dai loro sguardi capiresti l’inganno e il significato della solitudine, Tina. Reagiresti con il silenzio di chi ha visto una verità, consapevole che “ci sono persone in presenza delle quali ogni verità suona come una menzogna”. Un giorno entrai nella loro classe con le Cronache di Napoli, il solo giornale di merda che i ragazzi sentono vicino alle loro vite, quello che pare scrivere e descrivere il loro mondo (che è anche il nostro). Michele quasi me lo strappò dalla mano. Avevano arrestato un certo Mariano Abete il giorno prima. Ventun anni. Il Viminale l’aveva inserito nell’elenco, in uno dei tanti elenchi, dei cinque latitanti più pericolosi del momento. Si nascondeva in un’intercapedine ricavata tra due pareti. Michele lesse tutta la pagina dedicata all’arresto. Non l’avevo mai visto così impegnato e attento nell’esercizio della lettura. In quel momento pensai di sfuggita alla relazione tra il potere criminale e il potere dello stato, e a una frase letta anni addietro: “È inutile chiedersi se è più dannoso il secondo o il primo. Senza il secondo il primo non ci sarebbe. Senza il primo, il secondo lo inventerebbe”.

A Barra, nei pressi della Vesuviana, vedo spesso un vecchio che sta da solo. Aspetta, cammina avanti e indietro, ogni tanto dice qualcosa ma nessuno l’ascolta. I murales degli ultras ricoprono il muro che costeggia i binari, si avverte un forte odore di caffè tostato proveniente da una torrefazione, si vedono le ciminiere delle fabbriche dismesse. Se chiedi ai ragazzi della scuola media da dove provengono, loro rispondono con orgoglio ‘Ind ‘a Bbarra. Sembrano circondati da un recinto invalicabile. Mimmo, paffutello; Armando, il padre in carcere; Elena e Bianca timide, bocciate due volte. Mimmo e Armando calzavano quei jeans aderenti, dallo smartphone ascoltavano le canzoni della festa dei gigli, simulavano i movimenti per i corridoi finché la bidella non cominciava a urlare. Dopodiché si placavano. Pensammo di far intervistare ai ragazzi uno storico della festa. Durante la conversazione emersero momenti interessanti, ma a tratti i ragazzi avvertivano il peso del giudizio sui loro idoli che orbitavano intorno all’attuale festa dei gigli, oggi ricettacolo di malavitosi, a detta dello storico. Mimmo e Armando, così ossessionati dai gigli, non gli posero alcuna domanda. Mimmo s’incuriosì quando lo storico mostrò alcune fotografie d’epoca. C’era in mezzo suo nonno.

Agli inizi di dicembre portai di nuovo il giornale in classe di Michele, nell’istituto superiore di San Giovanni. Un uomo era stato ammazzato in pieno giorno nel cortile della scuola materna “Eugenio Montale”. La vittima era stata inseguita dai sicari fin dentro il cortile dell’istituto, non lontano dall’ingresso principale. Lo avevano già colpito, poi l’avevano raggiunto nella scuola dove il ferito cercava scampo. Due giorni prima un altro morto, sull’asse mediano all’altezza di Giugliano. Si chiamava Mirko Romano. Ventisette anni. «Sparare nel cortile di una scuola è un atto terroristico di una gravità indefinibile che fa male a questa città, in particolare alla società civile che, proprio a Scampia, è da sempre impegnata nel contrasto ai clan. Come sindaco non posso che ringraziare le forze dell’ordine e la magistratura, ma al governo non posso che chiedere un potenziamento delle strutture giudiziarie e investigative, oltre che una maggior presenza delle forze dell’ordine sul territorio. Resta, infine, il tema centrale per contrastare e vincere le…».

Sempre a Scampia, Tina, dieci giorni dopo. Da una macchina in corsa avevano lanciato una bomba carta. Le schegge dell’esplosione ferirono una ragazza di tredici anni e un bambino di nove. Un altro bambino fu soccorso per uno stato di choc. Dopo le cure all’ospedale, i bambini furono dimessi. Il giorno dopo i carabinieri trovarono un ordigno inesploso in un piazzale delle cosiddette case celesti. Intervennero i militari del nucleo artificieri. Si trattava di una bomba a mano dello stesso tipo di quelle utilizzate durante il conflitto nell’ex Jugoslavia.

Un insegnante una volta mi raccontò di una lezione con i ragazzi sulla geografia della città a partire dalle loro impressioni. Il mare per loro era a Mergellina, Napoli era Poggioreale, “dove sta il carcere”; San Giovanni era irraggiungibile, Ponticelli era un paese. Eravamo all’interno di un edificio scolastico basso che appare non appena lasci alle spalle via Argine, non lontano dalle schiere di palazzine di edilizia popolare che s’intravedono oltre. Sembra studiato a tavolino, Tina, come se gli architetti avessero progettato anche i comportamenti umani degli abitanti di quegli spazi. O viceversa i comportamenti umani degli abitanti deportati in quegli spazi hanno condizionato i progettisti? Da quelle parti c’ero già stato per un’intervista a una famiglia di occupanti, con la figlia agli arresti domiciliari per detenzione e spaccio e il padre morto di overdose. Tra i nomi delle strade di Ponticelli ricordo viale della Metamorfosi, ci passammo dopo esserci persi per l’ennesima volta. L’impatto con l’edificio cambiava a seconda dell’orario e del mezzo con il quale arrivavi fin lì. In autobus, in motorino, quando i ragazzi uscivano da scuola, quando erano ancora dentro. Fuori invece la distanza spaziale coincideva con la distanza mentale, una percezione che sentivi non appena l’odore della nafta penetrava nelle narici all’altezza dei serbatoi, tra San Giovanni a Teduccio e Gianturco.

Gli alunni in quella scuola media erano pochi, c’era poca luce nell’atrio. La stanza che utilizzavamo sembrava il deposito di un vecchio teatrino. Sui muri tante scritte, tra cui una enorme: Basile ‘o Ras. C’erano Ciro, Fatima, Davide, Maria e Carla, bocciata tre volte, fidanzata con un ragazzo di trent’anni. I ragazzi chiamarono il loro giornale “La scuola dell’infame”. In copertina c’erano alcune immagini di uomini che impugnavano pistole verso un uomo con le mani legate. In quella scuola un giorno entrò un professore nel corso del laboratorio perché aveva bisogno dei ragazzi, avrebbero dovuto spazzare a terra in una sala. Aprì la porta senza bussare. Gli chiesi se era proprio necessario, dissi che stavamo lavorando, lui quasi perse la pazienza e mi ripose la domanda: «Possono venire si o no?». Gli risposi di no, e lui stizzito chiuse la porta. I ragazzi rimasero increduli. Alla fine del laboratorio il professore mi aspettò all’esterno della scuola, disse di seguirlo. Osservarono tutti la scena. Quel “no” aveva delegittimato il suo misero potere in quell’edificio. Doveva ristabilirlo in maniera plateale e loro dovevano capirlo, proprio quelli che avevano assistito alla richiesta negata mezz’ora prima. Il professore mi fece entrare in una classe e tra le altre cose disse: «La prossima volta che mi rispondi in quel modo io vi caccio, perché se voi siete qui lo dovete soltanto a me!».

Titina mia, ti chiederai perché ti ho raccontato tutto questo. Per mitigare la nostalgia, sublimare la rabbia che tengo dentro e che mi corrode a poco a poco se non la caccio fuori. Ti prometto che un giorno ti porterò a vedere il tramonto da Castellammare, poi andremo in costiera, ti regalerò una rosa e mangeremo i frutti di mare a Vico Equense. Continuo a pensare che forse avevi ragione tu, e mi domando ancora una volta chi me l’ha fatto fare. Avrei dovuto seguirti, ma è probabile che avremmo litigato perché io e te siamo come i due mari che s’accavallano giù all’isola delle Correnti, l’uno calmo piatto, l’altro agitato inquieto. Ricordi quella notte, quando andammo a vedere se era veramente così? Non dimenticare, Tina. Quando ci rivedremo saremo felici come due bambini, avremo dimenticato gli errori, le paure, le insicurezze, avremo dimenticato le parole inutili, e sarà inverno e avrai come al solito freddo, e avremo vergogna di guardarci negli occhi, e allora le tue mani tremeranno, e la coscienza mia si dimostrerà mite, libera di andarsene via da qui, con la testa fieramente trafitta dal pensiero di sapersi ancora vivi.

 

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