Barcellona: quel plico giallo al “superpoliziotto”, dov’è finito?

Passano poche settimane e Beppe Alfano viene ucciso. “Dopo il delitto”, dice l’europarlamentare dell’Idv, “la nostra abitazione si riempì di agenti dei servizi segreti che frugarono dappertutto, specie nel computer di papà”.

Agenti dei servizi segreti? E perché, se ufficialmente – come in quei giorni Canali dichiara alla stampa – Alfano è stato ammazzato perché indagava su una storia di tangenti che giravano all’interno dell’Aias, un ente per l’assistenza agli handicappati? I servizi segreti non si scomodano per cose del genere.

Evidentemente c’è dell’altro. E questo “altro” potrebbe essere collegato con la strage di Capaci, con la latitanza di Santapaola a Barcellona, con il traffico d’armi e con certe riunioni di massoneria che si svolgevano nel covo del boss catanese.

Una convergenza d’interessi, di cui il giornalista sarebbe stato al corrente. E, almeno parzialmente, avrebbe informato Canali. E Canali ha informato qualcuno?

Il giorno dopo il quotidiano “La Sicilia” titola: “Morto il professore Alfano”. Il “professore”… non il giornalista antimafioso. Una svista? Dal giorno dopo il tenore cambia, adesso si leggono cronache puntualissime sulle tangenti Aias scoperte da questo “giornalista onestissimo”. Le verità di Canali.

Stavolta “La Sicilia” ha il morto in casa e certe delegittimazioni non sono ammissibili, il caso Fava brucia ancora.

Ad incaricarsi di porre seri dubbi sulla figura della vittima è L’Espresso Sera, foglio pomeridiano dello stesso gruppo editoriale, il quale, nello stesso giorno dei funerali, pubblica in prima pagina: “Siamo sicuri che sia stata la mafia?”.

Come per il delitto Fava

E giù una serie di ipotesi sulla pista passionale generate dalla pistola di piccolo calibro che ha ucciso Alfano, “un’arma che la mafia non usa”. Un film giù visto in occasione del delitto Fava. Anche in questo caso con la “presenza” di Santapaola sul luogo del delitto.

Sonia Alfano intuisce che la situazione è torbida e si rifiuta di farsi interrogare da Canali. “Parlerò solo con il superpoliziotto che ha ricevuto il plico”.

Alcuni giorni dopo, la figlia del cronista viene convocata. “Là dentro c’è la persona con la quale hai chiesto di parlare”, le dice il sostituto.

“In una stanza”, ricorda Sonia, “trovai un signore seduto dietro la scrivania. ‘Si accomodi signorina, mi dica’ ”. Il confronto fra i due è drammatico. “Deve essere lei a dirmi qualcosa, non io. Il signore non pronunciò una sola parola”, ricorda la Alfano.

“Uscii sconvolta, incontrai nuovamente Canali, che mi disse in modo non proprio amichevole: ‘Se fossi in te dimenticherei tutto. E’ una storia troppo grande per te”.

Bisognerà aspettare il pentito Maurizio Avola per avere un quadro più chiaro: “A volere la morte del giornalista ci sono entità di livello superiore”.

Santapaola sta a Barcellona per diverso tempo. Poi sfugge misteriosamente alla cattura, malgrado l’individuazione del nascondiglio da parte degli uomini del Ros. Stessa cosa succede a Bernardo Provenzano nei giorni drammatici delle trattative fra mafia e Stato per fermare le stragi, che nel frattempo stanno insanguinando l’Italia.

Nel 2004 a Viterbo viene trovato morto il giovane urologo Attilio Manca. Ha il corpo pieno di lividi e di sangue, il naso tumefatto. All’epoca è uno dei rari medici italiani ad operare il cancro alla prostata con il sistema della laparoscopia.

L’inchiesta ufficiale parla di suicidio: gli vengono trovati due buchi nel braccio sinistro, ma lui è un mancino puro, con la mano destra non riesce a fare nulla. Nella stanza accanto vengono trovate due siringhe. I familiari chiedono che vengano prese le impronte digitali. Invano.

I magistrati laziali dicono che Attilio è morto per overdose. Ma è stato accertato che il giovane urologo non era tossicodipendente. Per ben tre volte il Pm di Viterbo chiede l’archiviazione e per ben tre volte il Gip la respinge. Adesso siamo alla quarta, da molti mesi si aspetta la risposta del Gip.

Il pentito Francesco Pastoia – braccio destro di Provenzano – ha rivelato che ad operare il boss di Corleone di cancro alla prostata sia stato un urologo siciliano. Non ha fatto in tempo a rivelarne il nome perché è morto: suicida anche lui.

Secondo i familiari di Manca, l’unico medico siciliano in grado di fare un intervento del genere era Attilio. Un particolare: il medico era di Barcellona.

Dopo il “suicidio”, nel suo appartamento viene rinvenuta un’impronta palmare. È quella del cugino Ugo, un uomo organico alla mafia. Anche lui di è di Barcellona.

P.S.: In chiusura arriva la notizia che il Gip di Viterbo – dopo un anno e mezzo – ha respinto per la quarta volta la richiesta di archiviazione del Pubblico ministero sulla morte di Attilio Manca. Una decisione che evidenzia in modo evidente le lacune investigative che hanno contrassegnato questa storia. Quanto tempo passerà perché la verità venga accertata?

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