“Mio figlio ucciso dalla mafia. E non solo”

Angela Manca da otto anni lotta per ottenere verità e giustizia per la morte del figlio Attilio

Angela Manca chiede che si indaghi a trecentosessanta gradi su quello strano viaggio che Bernardo Provenzano– sotto il falso nome di Gaspare Troia – compì a Marsiglia fra la primavera e l’autunno del 2003 per operarsi di cancro alla prostata. Vuole che si sveli quella fitta rete di complicità che ha protetto il boss corleonese soprattutto a Barcellona Pozzo di Gotto,nel periodo in cui, travestito da frate, si nascondeva in un convento della zona.
Perché lei, Angela Manca, assieme al marito Gino e all’altro figlio Gianluca, è convinta che la morte di Attilio sia legata proprio a quell’intervento alla prostata effettuato in gran segreto durante la latitanza di “Binnu” Provenzano: o attraverso un intervento per via laparoscopica che Attilio e pochi altri medici in Italia, a quel tempo, erano in grado di fare, o attraverso un’assistenza post operatoria che potrebbe essere avvenuta tra la Sicilia e il Lazio, auspice quella mafia di Barcellonache avrebbe indotto l’urologo a prestare la sua opera per quel signore con l’accento palermitano di cui Attilio avrebbe sconosciuto la vera identità.
Da otto anni il Pubblico ministero di Viterbo, Renzo Petroselli, sostiene che Attilio Manca, trentaquattrenne urologo di fama,all’epoca in servizio all’ospedale “Belcolle” di Viterbo, si sia suicidato con una micidiale overdose di eroina, alcol e tranquillanti. Ma non ha prove. Anzi no, ha due buchi e due siringhe da esibire.
Per ben tre volte ha chiesto l’archiviazione del caso, puntualmente respinta dal Gip, che l’ultima volta – fatto alquanto singolare per un “suicidio” – si è preso un anno e mezzo per decidere. Segno che qualcosa non quadra neanche fra gli stessi magistrati laziali.
Nello scorso gennaio, finalmente, il Giudice per le indagini preliminari, Salvatore Fanti,ha stabilito che le investigazioni devono continuare, da ora in poi non più concentrate sulla parola suicidio, ma sulla parola overdose. Dunque,otto anni dopo, Attilio Manca non è più un suicida-drogato, ma un drogato e basta.
Adesso però ci sono sei indagati. Che secondo i magistrati viterbesi, avrebbero fatto il semplice lavoro di un pusher. Cinque (fra cui Ugo Manca, cugino di Attilio)sono di Barcellona Pozzo di Gotto, una di Roma. Sarebbero stati loro a fornire l’eroina per l’overdose fatale.
Peccato che non ci siano prove neanche sulla tossicodipendenza del giovane medico: dagli esami, dalla ricognizione cadaverica, dall’autopsia e dalle numerose testimonianze rilasciate da colleghi, infermieri, amici e parenti è emerso con chiarezza che Attilio non era un tossicodipendente né frequente né occasionale. E allora?
Per capire le battaglie di questa madre che somiglia tanto ad altre madri eroiche della storia dell’antimafia, bisogna raccontare la scena della morte e le grossolane omissioni che ne sono seguite.
Bisogna riportarsi alla mattina del 12 febbraio 2004, quando nell’appartamento di Viterbo viene trovato morto Attilio Manca. È adagiato sul piumone del letto matrimoniale, per terra c’è una larga  chiazza di sangue, una parte del parquet è divelta.
Il giovane urologo – che dorme abitualmente in pigiama – indossa soltanto una maglietta, per il resto è nudo. Non sono mai state ritrovate le mutande e i calzini (neanche nel box adibito alla raccolta degli indumenti sporchi). Appesi a qualche metro di distanza una giacca, una camicia e una cravatta. Su un tavolo – fatto assolutamente inusuale, secondo i familiari– sono riposti alcuni strumenti per fare le operazioni. In cucina vengono trovate due siringhe con il tappo riposto negli aghi.
Ma la scena raccapricciante riguarda il corpo pieno di sangue. Il medico ha il setto nasale deviato, il volto tumefatto, le labbra gonfie e presenta due buchi al braccio sinistro.
Il dottore del 118 fa un esame esterno sul cadavere e scrive che il cadavere è pieno di lividi, soprattutto gli arti superiori ed inferiori, come se qualcosa (una corda? dei lacci?) avesse fatto pressione su essi.
Prima contraddizione. Nel referto dell’autopsia, eseguito dalla dottoressa Ranaletta, moglie del prof. Rizzotto, primario del reparto di Urologia dell’ospedale di Viterbo, di ecchimosi non si parla. Contrariamente a quanto documentato perfino dalle foto, non si parla neanche di setto nasale deviato e di volto tumefatto.
Seconda contraddizione. Attilio Manca era un mancino puro, eseguiva qualsiasi cosa con la mano sinistra. Perché quei due buchi sul braccio sinistro?
Terza contraddizione. Quei buchi se è fatti lui? E quelle siringhe le ha utilizzate lui? Perché gli investigatori scartano fin dalle prime ore la tesi dell’omicidio camuffato da suicidio? Perché non fanno rilevare le eventuali impronte digitali lasciate sulle siringhe, malgrado l’insistenza dell’avvocato Fabio Repici, legale dei Manca? Da otto anni quelle siringhe sono sigillate dentro una busta di cellophane e soltanto adesso il Gip ha disposto una perizia.
Quinta contraddizione. Perché non si trovano le mutande e i calzini di Attilio?
Sesta contraddizione. Nell’appartamento dell’urologo, la Polizia scientifica rileva cinque impronte digitali. Quattro “anonime” (dunque appartenenti a gente estranea alle amicizie di Attilio), ed una appartenente al cugino Ugo Manca. Quest’ultima viene trovata su una mattonella del bagno, in un posto dove, per via del vapore acqueo, secondo pareri di autorevoli esperti, le impronte si distruggono dopo qualche ora. La madre di Attilio giura di avere pulito con cura soprattutto il bagno poche settimane prima della morte del figlio, durante le vacanze di Natale.
Ugo invece spiega che è stato in quell’abitazione oltre un mese prima – ospite del cugino –per un intervento di varicocele. Dopodiché, sostiene, non è più entrato nella casa di Attilio. Delle due l’una: o l’impronta è vecchia di oltre un mese o è recentissima.
Settima contraddizione. Perché, dopo il ritrovamento del cadavere, Ugo si precipita a Viterbo? Perché si reca immediatamente dal Pubblico ministero Petroselli per chiedergli il dissequestro dell’appartamento? Lui dice che deve prendere gli abiti con i quali bisogna vestire la salma. Chi l’ha incaricato? Nessuno, dicono i genitori di Attilio. Gianluca addirittura lo redarguisce con durezza dal prendere iniziative del genere.
Nelle stesse ore, anche da Barcellona, qualcuno si affretta a chiedere il dissequestro dell’appartamento. A telefonare ad un alto magistrato di Roma è la madre di Ugo Manca. A che titolo? Chi l’ha incaricata? Anche in questo caso i genitori di Attilio smentiscono. Chi ha consigliato alla donna il nome del magistrato romano? Alla fine Gianluca evita il dissequestro dell’appartamento e compra gli abiti per rivestire la salma.
Ottava contraddizione. La presenza a Viterbo, nei giorni che precedono la morte di Attilio, di un altro affiliato alla mafia barcellonese, Angelo Porcino.Secondo il pentito Carmelo Bisognano, Porcino è un boss di primo piano della cosca barcellonese. Perché è andato nella città laziale poco tempo prima della morte dell’urologo? Attilio Manca incontra Porcino? Non si sa neanche questo. Ufficialmente risulta che Porcino – titolare di una sala di video giochi – non possiede un telefono, né fisso né cellulare.
Nona contraddizione. “Ci sono episodi incredibili”, dice la madre dell’urologo, “non tenuti assolutamente in considerazione: mentre Ugo Manca, nel periodo della morte di Attilio, si trova ufficialmente a Bologna, il suo cellulare risulta a Bagheria. Anche su questo gli inquirenti non hanno fornito spiegazioni”.

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