A un anno dal naufragio: a quando verità e giustizia per i desaparecidos del Mediterraneo? - I Siciliani Giovani

A un anno dal naufragio: a quando verità e giustizia per i desaparecidos del Mediterraneo?

Atteso ad Augusta il peschereccio della strage di aprile 2015.

Un’operazione militarizzata e off-limits per i cittadini. In Sicilia, oramai, nemmeno i lutti sono risparmiati alla militarizzazione

 

foto Alessandro Romeo

E così anche il recupero di un peschereccio naufragato – a un anno dalla tragedia del 18 aprile 2015 che costò la vita a 800 migranti – diventa un’operazione blindata dalla Marina militare italiana che utilizzerà il pontile Nato di Melilli per l’approdo del relitto e l’estrazione delle salme. Si sarebbero potute impiegare le banchine civili della darsena di Augusta, ma si è scelto di tenere a debita distanza i cittadini nascondendo il peschereccio, e i corpi in esso imprigionati, dentro gli spazi off limits della base militare della NATO.

A pochi passi dai depositi di combustibili per navi da guerra di punta Cugno, all’ombra delle ciminiere del petrolchimico e sullo sfondo del ripostiglio delle armi chimiche di Cava Sorciaro. Uno scenario di morte e violenza, che oscura i colori della solidarietà e del cordoglio che in quella giornata avrebbero potuto illuminare e stringere le comunità della provincia più  inquinata d’Italia, in una Sicilia le cui coste sono sempre più militarizzate da navi da guerra Usa-Nato e dalla flotta di Frontex, occupata a blindare i confini ed a respingere i migranti, che sopravvivono ai naufragi.

L’arrivo del peschereccio ad Augusta poteva essere l’occasione per far toccare direttamente alla popolazione siracusana ed ai cittadini solidali la drammatica realtà delle stragi del  Mediterraneo, dei naufraghi senza nome e dei dispersi. Sarebbe stato un momento di raccoglimento e condivisione, per poter sentire profondamente il peso di quelle esistenze spezzate, delle speranze e dei sogni annegati nei fondali di un canale trasformato in un muro invalicabile dalle politiche liberticide e securitarie della fortezza Europa .

E invece no. Si è preferito sollevare ancora un muro, fisico e ideologico, per tenere lontani gli augustani dalla vista di qualcosa che, magari, avrebbe potuto smuovere le loro coscienze, animare e interrogare collettivamente. Meglio allora nascondere, non far vedere né sentire, vietando l’accesso persino ai giornalisti. Meglio confinare i migranti, non solo da vivi ma anche da morti, lontano dalle città. Affinché non se ne parli, non se ne raccontino le storie, non si conoscano i loro volti. E’ lo stesso copione seguito per i barconi scortati all’interno del porto commerciale megarese, nei non-luoghi dell’emergenza, al chiuso dei tendoni dove i migranti finivano stipati in condizioni igienico-sanitarie degradanti.

Un’operazione di confinamento attuata, sempre ad Augusta, anche per i minori non accompagnati delle scuole verdi, che meno di due anni fa furono trasferiti in blocco al centro di Città Giardino del Buzzi di MafiaCapitale. Il risultato ottenuto fu quello di troncare un nascente laboratorio cittadino di accoglienza che, aprendo le scuole verdi al quartiere, aveva visto la partecipazione di associazioni di volontariato, famiglie, parrocchie, tutor, educatori e insegnanti. Il 9 o il 10 maggio, i cittadini di Augusta, Priolo e Melilli non potranno seguire le operazioni delle forze armate sul relitto recuperato, se non attraverso i notiziari dei telegiornali. Come un fatto estraneo alle nostre vite e distante dai luoghi che abitiamo. Per questo è importante andare oltre l’ennesimo tentativo di virtualizzazione mediatica e istituzionale degli eventi, che ci vorrebbe supini ed indifferenti. Per la cittadinanza augustana basterà affacciarsi alle finestre per rendersene conto: quel barcone verrà scortato appena sull’altra sponda del porto, proprio in mezzo ai pontili contesi dal “quartierino” di speculatori  su cui indaga la magistratura lucana.

Che succederebbe se, all’arrivo del peschereccio, provassimo ad avvicinarci il più possibile a quell’altra sponda? La nostra presenza fuori dai cancelli della base sarebbe la testimonianza di una radice di solidarietà che resiste al virus dell’imbarbarimento razzista, alle militarizzazioni, al saccheggio e al dominio della “cricca del petrolio”.

 

 

 

 

 

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