A scuola d’italiano

Cidi scappa verso la segretaria per farsi fare un certificato. “Non vorrei che al lavoro poi mi fanno storie” dice con aria preoccupata. Tutti gli altri, viso disteso e sorridente vanno via in fretta a recuperare le ore perse la mattina, ognuno verso una destinazione diversa: un magazzino, una bancarella, i lavori domestici. Chi invece ha perso l’intera giornata di lavoro è Fran che fa il muratore fuori Roma e per fare l’esame ha dovuto prendere un permesso. Lui e Dumindika potranno però andare insieme a fare la spesa al mercato di piazza Vittorio per la cena della sera quando, scaricata la tensione si festeggerà tutti insieme. Il gruppo più nutrito delle donne farà invece ritorno a casa per preparare il pranzo e dedicarsi alla cura dei figli.

E’ un martedì di giugno e c’è fermento di fronte al Ctp (Centro territoriale permanente) di Torpignattara, uno dei quartieri multietnici della capitale, ribattezzato anche Banglatown a causa della presenza di una numerosa comunità bengalese. Infatti non è un giorno qualsiasi, ma il giorno del test che un gruppo di studenti stranieri iscritti alla scuola popolare Pigneto-Prenestino ha appena sostenuto per conseguire l’attestato di conoscenza della lingua italiana indispensabile per la richiesta della carta di soggiorno ( ovvero i soggiornanti di lungo periodo).

Una prova importante che ha visto 16 persone adulte, provenienti da diverse parti del mondo (Bangladesh, Sri-Lanka, Colombia, Brasile, Cuba, Pakistan..) cimentarsi con il difficile mondo della lingua italiana. Alle 9.30 gli studenti e le studentesse sono già tutti radunati davanti alla scuola Pisacane, dove le “maestre” ( come sono soliti definire le insegnanti) hanno dato loro appuntamento per definire gli ultimi dettagli prima di recarsi a scuola per l’esame: ultima verifica dell’appello, dei documenti e delle relative fotocopie necessarie ad espletare la parte burocratica.

I visi sono tesi, qualche pacca sulla spalla, qualche dubbio dell’ultimo secondo: “… ma quale sarà il plurale di autobus?!”

C’è chi ha passato l’intera domenica libera dal lavoro a ripassare verbi e articoli, chi invece ha rimesso insieme fotocopie e appunti raccolti in quasi due anni di scuola e se li è portati dietro… che non si sa mai. Il tempo di un caffè, una foto ricordo e via verso la scuola a passo deciso.

Il Ctp si presenta come una struttura accogliente e colorata: ci sono disegni appesi alle pareti, cartine, locandine informative. Gli studenti vengono fatti accomodare in un’aula ampia e luminosa con un enorme albero verde in cartapesta che giganteggia sulla parete di fondo. In quell’aula, dice la responsabile dell’istituto, è stato da poco girato un film documentario che racconta appunto l’esperienza di un maestro di italiano per stranieri.

Pochi minuti per prendere posto, e l’esame può avere inizio: 5 prove per un’ora e mezza circa di durata complessiva. Teste chine e orecchie attente, soprattutto ai suggerimenti che ogni tanto riescono a passare.

Amina seduta al primo banco si guarda intorno con aria smarrita, implorante, tra le presenti è la più anziana e probabilmente quella con il livello di scolarizzazione più basso. “Ha molta difficoltà a scrivere e a capire, ma all’esame ci teneva molto” mi sussurra una delle insegnanti. Nazrul, sulla stessa fila rimarrà seduto di sbieco quasi tutto il tempo, i lunghi mesi d’assenza causati dal ritorno in “paese” lo hanno distratto dallo studio dell’italiano ma gli hanno portato una moglie e un figlio che nascerà a breve. Jamal al banco in fondo armeggia nello zaino e sorride allegro, il lavoro da sarto che esercita ormai da diversi anni in società col fratello sembra funzionare e lo tiene impegnato intere giornate: il tempo per studiare e frequentare la scuola viene meno per forza di cose.

Muhin, forte del suo master in management del turismo, ostenta invece sicurezza: lui il test è certo di passarlo e con buoni risultati. Il permesso di soggiorno non l’ha ancora ottenuto ma aspetta che la richiesta avanzata dal datore di lavoro con la passata regolarizzazione venga accolta, nel frattempo come tanti altri, lavora in un ristorante come aiuto cuoco, sperando un giorno di poter fare quello per cui ha studiato.

Al primo banco Fran non scolla la testa dal foglio. Per due anni ha seguito con attenzione tutte le lezioni serali, dopo una giornata passata a lavorare in cantiere, perchè in Italia ci vuole rimanere e vuole imparare bene la lingua, per questo ormai ha rinunciato da tempo a sentire musica spagnola e sente solo la radio italiana e guarda la tv italiana evitando con cura di circondarsi di suoi connazionali: “…altrimenti- dice- la lingua non la imparo.”

Chi invece l’esame non avrebbe neanche dovuto farlo è Dumindika. Lei, sposata a un italiano, ha lasciato in Sri-Lanka una figlia che non ha potuto vedere crescere, per accudire altri figli che considera ormai quasi come suoi. L’esame è per lei un mettersi alla prova, in un paese dove ormai vive da molti anni e in una città che è la sua città.

All’energica e allegra Cidi, seduta in terza fila, il compito di suggerire senza farsi notare, mentre Zakir in fondo lavora con calma e assapora una tranquilla mattinata di sole, di un giorno iniziato in ritardo, senza cartoni da scaricare e vestiti da sistemare per invogliare clienti distratte.

A esame finito escono alla spicciolata. Due bambini attendono pazientemente la mamma giocando in cortile, le insegnanti si guardano soddisfatte, sorridenti: “alla fine è andata bene…”

“Allora ci vediamo stasera a casa mia!” Il sorriso di Dumindika è già di per se un invito aperto. Come promesso cucinerà per tutti i compagni di classe, quelli con cui, seduta dietro un banco, ha condiviso risate e difficoltà nelle lunghe serate invernali, i piatti tipici del suo paese.

E l’indomani? Tutti di nuovo a scuola, per continuare ad imparare, per continuare a condividere, perchè, vadano come vadano, gli esami non sono solo quelli previsti per decreto.

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