Inclusione, cittadinanza, beni comuni

Sono dei movimenti inediti per questi ulti­mi anni. Non si tratta di proteste generiche, di semplici reazioni alla crisi. Qualcosa di molto “politico” si co­mincia a intravvedere

Le immagini che ci arrivano dal Brasile e dalla Turchia ci mostrano qualcosa di inedito, almeno per quanto riguarda gli ultimi anni.

Non siamo davanti all’emergere di mo­vimenti sul modello degli “indignados” o di “occupy WS” anche se c’è una rela­zione non marginale con quel tipo di ini­ziative non fosse altro sul piano storico. Ed è anche necessario chiarire che non siamo davanti a una sorta di continuazio­ne delle “primavere arabe” per quanto ri­guarda la Turchia.

Stiamo assistendo a qualcosa di pro­fondamente diverso proprio in relazione ai due paesi dove tutto questo sta acca­dendo.

Il Brasile è certamente uno degli stati destinati (per tasso di crescita, livel­lo tecnologico e di industrializzazione e materie prime) a dominare – e già in par­te lo sta facendo – l’economia mondiale reale e non solo finanziaria. Allo stesso tempo la Turchia è il paese che ha reagito meglio e perfino ha finito per usufruire delle opportunità della crisi finanziaria europea nel Mediterraneo. Nessun altro paese ha retto a questi sei anni disastrosi nell’area. Eppure la protesta è esplosa proprio qui. Nonostante i dati su pil e sulla crescita.

Le due proteste hanno dei punti di con­tatto profondi: beni comuni e diritti. Più chiaramente in Turchia ma altrettanto centrali in Brasile il diritto a decidere su temi come l’accesso allo studio e alla sa­nità e sui beni fondamentali delle comu­nità nazionali e locali. È più di una criti­ca al neoliberismo, è il cercare di dare gambe a un progetto inclusivo (di tutti) a assistenza, opportunità e decisione.

È una richiesta di piena cittadinanza quella che viene dalle piazze dei due paesi, e qui la differenza sostanziale con il movi­mento degli indignados e di occu­py che avevano come centrale la critica agli aspetti finanziari del neoliberismo: una risposta “emergenziale” più che stra­tegica.

E anche sul piano della radicalità dei fenomeni esistono profonde differenze. La radicalità certo è elemento comune, ma è la radice strategica a presentare dif­ferenze.

Le reazioni dei governi dei due paesi (andando oltre alla gestione dell’ordine pubblico) sono state assolutamente diffe­renti. In Turchia si è rifiutato qualsiasi ta­volo di dialogo puntando tutto sulla re­pressione e criminalizzazione del movi­mento.

In Brasile il governo guidato dal Pt (il Partito dei lavoratori già guidato da Lula) ha fatto una scelta diversa.

Le or­ganizzaqzioni sindacali e i movi­menti so­ciali in Brasile sono enormi (in termini di aderenti) e hanno una credibi­lità e una capacità inimmaginabile per noi europei di pesare sul piano politico e di conse­guenza di condizionare un go­verno che ha come riferimento elettorale proprio quei movimenti.

Da qui le prime timide aperture (sanità, accesso allo studio, ri­modulazione dei fi­nanziamenti per i Mondiali di calcio del prossimo anno).

Per la prima volta, questo il dato che mi interessa segnalare, ci troviamo da­vanti all’emersione di due movimenti le­gati più alla trasformazione profonda del­la società e all’ampliamento del concetto di cittadinanza che alla protesta radicale alla crisi economica.

Questi movimenti sono figli dei primi Forum Mondiali di Porto Alegre. E han­no la stessa matrice di quei movimenti che in Italia sono stati repressi nel sangue e criminalizzati a Ge­nova nel 2001.

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