I giudici e l’antimafia al nord

Ci mancava pure la magistratura. Sì, c’è qualcosa che non convince nel modo in cui un pezzo importante della magistratura del nord sta affrontando il tema della mafia. Il fenomeno riguarda la Lombardia come il Piemonte come la Liguria. Forse anche l’Emilia.

Ci sono procure e direzioni distrettuali antimafia che funzionano bene, e alle quali dobbiamo essere grati per avere tutelato la convivenza civile rimediando agli oceani di ignavia della politica e delle classi dirigenti.

Ma poi, quando si cerca di seguire lo svolgimento dei processi, quando si mette bene la lente di ingrandimento sul lavoro di piemme e giudici di vario ordine e grado, si compie la sgradevole scoperta. Anche il potere giudiziario dà la sua robusta mano a diffondere l’idea che in fondo al nord la mafia non ci sia.

Sono ormai molte le occasioni in cui si è costretti a constatare che per applicare il 416 bis (ossia per imputare il reato di associazione per delinquere di stampo mafioso) la magistratura del nord richiede un tasso di mafiosità superiore, a volte molto superiore, a quello sufficiente per applicarlo al sud.

Sembra quasi che per essere considerati mafiosi in pianura padana o in Liguria si debba risultare affiliati a tutti gli effetti a un clan con tanto di rito di iniziazione, si debba appartenere a famiglie considerate mafiose da generazioni e si debba già essere stati condannati per mafia in altri processi, possibilmente in Calabria o in Sicilia.

Da qui le assoluzioni incredibili, la rinuncia aprioristica a contestare l’associazione mafiosa (sono “solo” trafficanti o usurai), la costruzione di una giurisprudenza arbitraria e assolutamente contra legem.

La legge Rognoni-La Torre, infatti, non prevede affatto che per realizzare la fattispecie dell’associazione mafiosa debbano ricorrere le condizioni su indicate. Indica invece una via maestra: omertà, assoggettamento, intimidazione.

Se ci sono queste tre condizioni scatta l’associazione mafiosa per chi le produce e se ne avvantaggia. Come giustamente ha ricordato recentemente il giudice Maurizio Romanelli, “noi abbiamo considerato mafiosa la famiglia Serraino-Di Giovine” a Milano “anche se non risultavano affiliazioni formali, perché era il suo comportamento che in base alla legge risultava mafioso”.

Appunto. Percorrere altre strade, alzare sempre di più l’asticella (fino all’impossibile), significa solo una cosa: far proprio il pregiudizio culturale secondo cui al nord la mafia non esiste o “non fa le stesse cose che fa al sud”. Magari giustificandolo con la teoria di clan che in Lombardia pensano al riciclaggio e non al dominio territoriale.

Ecco, forse sarebbe meglio che un po’ di magistrati studiassero di più.

 

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