Falcone colonia di mafia fra Tindari e Barcellona

Nel cuore di una delle zone nevralgiche della nuova mafia, una tran­quilla cittadina di pro­vincia che tanto tran­quilla non è.

Poteva essere il paradiso. Invece è ce­mento, cemento, cemento. A destra ci sono la rocca con le rovine e il santua­rio di Tindari e la straordinaria riserva naturale dei laghetti di Marinello. Dalla parte opposta si scorgono il promonto­rio di Milazzo e i Peloritani. Di fronte l’azzurro del Tirreno e nello sfondo, ni­tide, le sette isole Eolie.

Falcone, cittadina della provincia di Messina con meno di 3.000 abitanti, pote­va essere una delle perle turistiche, am­bientali e paesaggistiche della Sicilia. Il territorio, però, è irrimediabilmente detur­pato da orribili complessi abitativi, alve­rari-dormitori per i sempre più pochi turi­sti dei mesi estivi. Del peggiore, risalente all’inizio degli anni ’80, nessuno ricorda più il nome originale. Lo si conosce come il “Casermone”, una miriade di miniap­partamenti di appena 50 mq, a due passi dal mare. Vicine alle spiagge sempre più erose dalle correnti e dalla moltiplicazio­ne di porti e porticcioli sorgono altre strut­ture soffocanti e impattanti. Ma alla furia di progettisti e costruttori non sono scam­pate neppure le colline, sventrate da strut­ture talvolta simili a vere e proprie prigio­ni per villeggianti.

A colpire ulteriormente il centro abitato e le frazioni collinari ci hanno pensato pure un terremoto nel 1978 e, l’11 dicem­bre 2008, l’alluvione generata dallo strari­pamento del torrente Feliciotto.

Gli inter­venti post-emergenza hanno fatto il resto: ulteriori colate di asfalto e cemento senza che mai si mettesse in sicurezza un terri­torio ad altissimo rischio idrogeologico, fragilissimo e dissestato. E le speculazioni hanno richiamato la mafia, quella poten­tissima e stragista di Barcellona Pozzo di Gotto e delle “famiglie” affiliate di Terme Vigliatore, Mazzarrà Sant’Andrea e Torto­rici. E Falcone, sin troppo debole dal pun­to di vista sociale, è divenuta facile preda del malaffare.

Sin dai primi anni ’70, l’economia agri­cola e il vivaismo erano sotto l’assedio della cosca di Giuseppe “Pino” Chiofalo (poi controverso collaboratore di giusti­zia). Fu proprio a causa di una tentata estorsione ai vivaisti falconesi che egli venne arrestato per la prima volta nel feb­braio 1974, unitamente a Filippo Barresi, uno dei suoi più fedeli affiliati del tempo. Poi l’ecomafia poté ingrassare con i lavori autostradali e ferroviari, le megadiscari­che di rifiuti di ogni genere, i piani di ur­banizzazione selvaggia, i complessi turi­stico-immobiliari che volevano scimmiot­tare il disordinato residence di Portorosa della confinante Furnari. E come Portoro­sa, ville e villini di Falcone sono stati uti­lizzati come rifugio per le latitanze dorate di boss e gregari di mafia, palermitani e catanesi. Nel comune hanno risieduto sta­bilmente criminali e killer efferati, come Gerlando Alberti Junior, condannato in via definitiva per aver assassinato, nel di­cembre del 1985, la diciassettenne Gra­ziella Campagna di Saponara, testimone inconsapevole degli affari di droga e armi della borghesia mafiosa peloritana.

Ovvio che il territorio che non poteva restare indenne dalla guerra tra cosche che tra Barcellona e i Nebrodi farà più di un centinaio di morti tra la fine degli anni ’80 e la prima metà degli anni ’90. Un bagno di sangue per accaparrarsi appalti e sub-appalti di opere pubbliche, gestire cave e discariche, cementificare la costa e i tor­renti. Omicidi efferati. Eccellenti. Il 14 di­cembre 1987, ad esempio, a Falcone ven­nero assassinati Saverio e Giuseppe Squa­drito, rispettivamente padre e figlio, en­trambi pregiudicati e vicini alla criminali­tà barcellonese. Saverio svolgeva la pro­fessione di pescatore, mentre Giuseppe ri­sultava titolare di un’impresa di bitumi. A giustiziare i due, un commando guidato da Pino Chiofalo, giunto nel comune tirre­nico qualche ora dopo aver consumato a Barcellona Pozzo di Gotto un altro dupli­ce omicidio, quello di Francesco Gitto, fa­coltoso commerciante ai vertici della vec­chia mafia del Longano, e Natale Lavori­ni, suo dipendente.

Era originario di Falcone Vincenzo So­fia, inteso “Cattaino”, ucciso il 7 novem­bre 1991 dopo essere stato sequestrato in un deposito di materiale inerte di Mazzar­rà Sant’Andrea. “L’omicidio fu deciso dal mio gruppo per rispondere alla morte di Giuseppe Trifirò “Carrabedda””, ha rac­contato il neocollaboratore di giustizia Carmelo Bisognano, già a capo delle “fa­miglie” di Terme e Mazzarrà. “Ci erava­mo convinti che “Cattaino” fosse vicino ai Chiofaliani ed avesse svolto la funzione di sorvegliare i movimenti di “Carrabedda” nel periodo precedente la sua uccisione”. Sofia fu condotto in una chiesa abbando­nata nelle campagne di Novara di Sicilia, dove fu finito con un colpo di pistola cali­bro 7.65 sparatogli in fronte. Il corpo fu poi occultato nel greto del torrente Maz­zarrà, in quello che per anni è stato il ci­mitero della mafia locale.

Il 21 maggio del 1992 fu la volta del fa­legname Angelo Squatrito a cadere vitti­ma di un agguato mafioso mentre si trova­va al lavoro a Ter­me Vigliatore. Domeni­co Tramontana (grande estortore- gestore di bar e risto­ranti a Portorosa, poi assassi­nato il 4 giu­gno 2001) e Filippo Barresi, al tempo lati­tanti, lo avevano scambiato per errore per Nicolino Amante, un amico di Lorenzo Chiofalo, il figlio di don Pino. Il destino di Amante era tuttavia segnato: verrà as­sassinato in pieno centro a Falco­ne dicias­sette giorni dopo.

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