“Zingari raus!” E Napoli si fa ariana

Blitz anti-Rom in via Cupa Pe­rillo,a Scampia 

Il 18 febbraio , all’alba, più di cento tra carabinieri, agenti della poli­zia mu­nicipale, personale dell’Asìa e dell’Enel hanno effettuato un blitz nel campo rom di via Cupa Perillo a Scam­pia. 

Come già accaduto sotto Natale, e in modi meno eclatanti almeno altre quattro volte negli ultimi due mesi, la procura di Napoli ha inviato nella baraccopoli un im­ponente schieramento di forze con il com­pito di tagliare gli allacciamenti abusivi di corrente elettrica, sequestrare le automo­bili e i furgoni lasciati davanti alle barac­che privi di assicurazione, elevare multe salate per numerosi abitanti del campo.

L’esito della valente operazione è che cir­ca ottocento persone, di cui almeno tre­cento bambini, neonati e donne incinte, stanno trascorrendo i mesi più freddi dell’inverno senza elettricità, in un inse­diamento già noto per le sue precarie con­dizioni igieniche.

Il comune di Napoli ha annunciato qua­si un anno fa che il campo di via Cupa Pe­rillo è destinato a sparire per far posto a un nuovo “villaggio” per quattrocento persone, la metà di quelle che ci abitano adesso. Una soluzione che assomiglia troppo a un nuovo campo, sia per il carat­tere temporaneo delle abitazioni da co­struire, che per la decisione di insediarvi esclusivamente rom.

Tra l’altro il comune dovrebbe avere in corso un censimento di tutti gli abitanti del campo, come misura preliminare di un piano che in ogni caso sembra ancora lon­tano dalla fase operativa. 

Come il gatto e il topo 

È allora così as­surdo pretendere che i magistrati di turno prima di agire in solitario si vadano a in­formare sulle intenzioni dell’amministra­zione, magari sollecitando tempi di attua­zione rapidi e certi, o altrimenti concor­dando soluzioni transitorie, piuttosto che ordinare azioni così drastiche con l’unico risultato di degradare un quadro già di per sé estremo, avvicinando la soglia oltre la quale si mette in pericolo la vita delle per­sone?

Gli agenti sono poi tornati nel campo per staccare gli allacciamenti che qualcu­no aveva prontamente riattivato. È un gio­co del gatto con il topo che potrebbe con­tinuare all’infinito. Loro attaccano, noi stacchiamo, vediamo chi la dura di più.

La questione è se questo tira-e-molla sia una pratica dignitosa, e non invece un bal­letto umiliante, prima di tutto per chi lo esercita stando dalla parte della legge. Più che un modo per affermare la legalità, as­somiglia tanto a una dimostrazione di for­za: una dimostrazione fine a se stessa, che non apre spiragli verso alcun tipo di solu­zione. 

Sono napoletani come noi 

Quel campo è abitato da persone radica­te a Scampia da molti anni, che hanno scambi e in molti casi lavorano fianco a fianco con gli italiani; alcuni sono loro stessi cittadini italiani. Eppure è un luogo che non dovrebbe esistere da anni; lo di­cono le direttive europee, lo dice il buon senso. Se nonostante tutto si trova ancora lì, le responsabilità sono evidenti e certifi­cate. Ma in un posto dove l’amministra­zione pubblica è così inefficiente, non esi­ste altra via d’uscita che la scure della ma­gistratura per risolvere le criticità più eclatanti? La risposta non può che essere negativa. 

Una legalità sena giustizia 

Bisogna essere molto sprovveduti, o del tutto irresponsabili, se si crede di sanare l’illegalità di un insediamento di quasi mille persone privandole dell’elettricità e dei mezzi di trasporto. Come dire: qua dentro ci dovete morire di freddo, e vi to­gliamo pure la possibilità di scappare.

Certo, in tanti sarebbero sollevati se do­mani un’astronave marziana atterrasse a Scampia, Gianturco e Ponticelli e pren­desse a bordo tutti i rom che vi sono inse­diati per dirigersi verso una destinazione sconosciuta. Ma i rom sono lì, non scom­pariranno da un giorno all’altro. Questioni del genere non si possono affrontare con l’accetta di una legalità senza giustizia, ma con il bisturi di politiche adeguate, ef­ficaci, sollecite.

Gli assessori e il sindaco, lenti e parziali nelle misure adottate finora, saranno al­meno capaci di esercitare una mediazione, di trovare un compromesso che allenti la tensione? Esiste un’alternativa concreta alle parole di biasimo, che non impegnano e non lasciano traccia nella vita delle per­sone?

Se poi parliamo di legalità, sarebbero da approfondire le numerose testimonianze raccolte al campo, che dicono di sequestri dei veicoli avvenuti nella maggior parte dei casi senza che fosse rilasciata notifica, e soprattutto di operazioni condotte dagli agenti senza risparmiare commenti razzi­sti, minacce e condotte discriminatorie.

Oppure dobbiamo rassegnarci a consi­derare tali modalità un triste corollario di ogni azione di ripristino della legalità vio­lata dai poveri cristi?

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