Vivere sotto le bombe - I Siciliani Giovani

Vivere sotto le bombe

“Lungo la strada, accanto al cimite­ro, c’erano quat­trocento miei compaesani morti nel bombardamento di set­te giorni prima, una montagna di corpi spezzati, di­velti, gonfi, dilaniati, putrefatti, e in mez­zo a loro c’erano esseri umani che per anni io avevo salutato per strada”

Le bombe che distrussero il mio paese

Io ero un ragazzo e rimasi ferito sotto un bombardamento aereo che distrusse il mio paese. Ebbi una gamba e un braccio spezzati, e un occhio quasi lacerato da una scheggia. Mi tennero una settimana in un ospedale da campo, mi ricucirono le ferite e tolsero le schegge senza anestesia.

Ci davano un pomodoro al giorno per sopravvivere, dopo una settimana finirono anche i pomodori. Allora scappai; avevo ancora le stesse bende insanguinate e pu­trefatte del primo giorno, avevo perduto dieci chili, con quella gamba spezzata percorsi venti chilometri per tornare al mio paese, volevo soprattutto disperata­mente sapere se mia madre era ancora viva.

“Seppellisci quei morti!”

Quando arrivai alla periferia del mio paese distrutto, c’erano i soldati inglesi che rastrellavano i vecchi contadini e i ra­gazzi delle campagne. Presero anche me e mi dettero una vanga. “Seppellisci quei morti!” dissero.

Lungo la strada, accanto al cimitero, c’erano quattrocento miei compaesani morti nel bombardamento di sette giorni prima, una montagna di corpi spezzati, di­velti, gonfi, dilaniati, putrefatti, e in mez­zo a loro c’erano esseri umani che per anni io avevo salutato per strada, ragazzi con cui avevo giocato, certo anche miei com­pagni di scuola, nessuno tuttavia ricono­scibile poiché nessuno aveva sembian­za umana. Con le baionette innestate i soldati in­glesi ci spinsero verso quella cosa or­renda. “Seppelliteli!”.

Con i bulldozer aveva­no scavato un’immensa fossa in un cam­po. Io ero un ragazzo, con la gamba e il braccio spezza­ti, una crosta di sangue su mezza faccia e almeno cinque o sei scheg­ge ancora den­tro che l’ufficiale medico non aveva avuto tempo di estrarmi, pesa­vo altri dieci chili di meno e soprattutto ero convinto che sa­rei morto per la fame.

Ero cioè in uno di quei momenti ecce­zionali della vita (può capitare una volta, tal­volta non capita mai) in cui ci si sente di­sposti a un gesto di eroismo.

Perciò finalmente dissi: “Perché io?”. E l’ufficiale inglese, con la benda bianca sul naso e il berretto rosso disse dolcemente su per giù: “because you fall the war and those are your dead people!”. Pressappo­co: perché tu hai perduto la guerra e que­sto è il tuo popolo sconfitto!

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