Viva le sardine

Quello di cui si sentiva il bisogno.

Alle piazze piene di odio, di egoismo, di razzismo vi era l’esigenza di rispondere con piazze ancor più piene di solidarietà, accoglienza, antifascismo. Un bisogno viscerale, non pienamente politico, un moto di cuore, di testa, di pancia. La necessità di urlare che ci siamo, che siamo più di quelli, che l’Italia è anche questo, che il nostro mondo è anche questo, che ci può essere speranza, che non si può affogare nella rassegnazione. L’idea di incontrarsi, di esserci, di contarsi e di riconoscersi l’un l’altro: dalla stessa parte della barricata. Da tutto questo spontaneo bisogno di movimento nascono le sardine. Lo avevamo già visto sul molo della Diciotti, nella piazza di Catania che per prima ha cacciato fisicamente Salvini.

Poco importa che tutto questo oggi prenda il nome di sardine, invece che pettirossi o dromedari. È bello, è autentico, è accattivante. E cosa tra le più straordinarie, le persone ci si riconoscono spontaneamente.

Qualcuno dirà che è troppo politico, qualcun altro che non lo è abbastanza. Qualcuno dirà che potrebbe essere bello ma a condizione che faccia alcune cose, qualcun altro dirà che non deve proprio fare alcune cose. Qualcuno se ne sentirà proprietario, qualcun altro penserà di conoscerne il proprietario.

L’unica cosa che oggi importa è che alle piazze di Salvini e dei suoi compari, ai rigurgiti di odio e razzismo, ai signori delle cosche che si infiltrano dove tira il vento, ai violenti che negano i crimini nazifascisti, si stia finalmente contrapponendo un movimento di massa, spontaneo e variegato. Senza se, senza ma.

Daremo voce alle sardine per fermare l’onda nera.

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