Una voce contro il potere. Il cinema di Giuseppe Fava. - I Siciliani Giovani

Una voce contro il potere. Il cinema di Giuseppe Fava.

Dopo i film di Vancini e Zampa, l’Orso d’Oro a Berlino, Fava realizza due serie televisive per la nascente RaiTre. Ancora sconosciute a molti queste opere torneranno in giro per l’Italia, tra la gente.

A colpirci profondamente sono stati sei film che gli amici del “coordinamento Fava” di Palazzolo Acreide ci hanno mostrato esattamente un anno fa, sei film a noi prima sconosciuti nonostante da tempo siamo vicini alle opere di Fava.

Lavoriamo fuori dai confini di un ambiente cinematografico caratterizzato da forti rapporti di potere, seguendo la nostra pratica quotidiana di resistenza: la diffusione di film non visibili, in molti casi realizzati a bassi budget, che spesso non sono “regie” in senso classico, ma testimonianze, sforzi narrativi che tirano dall’oblio spaccati di realtà, portandola su un piano parallelo, quello del cinema appunto. Dopo aver conosciuto questi aspetti del lavoro di Fava, così vicini al lavoro che facciamo, abbiamo sentito la necessità di trovare il modo di diffondere queste opere, convinti che siano, oggi ancor più di ieri, dei documenti illuminanti, utili, originali, tanto nei contenuti che nelle forme. Un veicolo contemporaneo per portare il pensiero di Fava tra la gente.

Tutta l’opera di Fava sviluppa nel tempo un percorso complesso di analisi e di consapevolezza della società (siciliana/italiana/europea), creando – nel tempo – un’intricata trama creativa che dovrebbe essere analizzata come su un unico banco di lavoro.

Ripassando tutta la produzione di Fava ne idealizziamo il lavoro come una pratica di scrittura e ri-scrittura, ascolto e ri-ascolto, visione foto e cinematografica, e poi analisi continue, di tutto il vissuto e il conseguente immaginario: aule giudiziarie, procuratori, poveri, mafiosi, puttane, sporchi imprenditori, borghesi, preti, giornalisti, piccoli politicanti, contadini, immigrati, mantelli neri, lupare, ragazzi di strada, cemento, sangue. In romanzi, teatro, inchieste, racconti, disegni, pitture, e nel ritrovato lavoro col cinema, con la televisione: in tutte queste “forme” i numerosi soggetti, le storie, i personaggi, ma anche certi luoghi, i temi, le costruzioni narrative, la dovizia di particolari, si ripresentano negli anni, avanzando in una grande partitura in cui si ripetono, ampliano e trasformano, temi e strutture melodiche.

L’interesse di Fava per il cinema si avverte già dai primi scritti (e continuo a riferirmi a tutte le forme di scrittura da lui praticate che siano direttamente legate alla realtà o totalmente alla fantasia, che siano inchieste, favole o opere teatrali), segni evidenti e continui di note, particolari e didascalie che esprimono un rapporto con il frammento narrativo e scenico sempre in tensione, come se la spinta descrittiva interna a questi lavori fosse trasportata da un movimento teso e continuo verso un rapporto diretto con i personaggi e con l’attenta osservazione della realtà (per quanto immaginata, inventata, ripresa e/o rimodellata). Prima che vi uccidano – primo romanzo del 1967 ma pubblicato da Bompiani solo nel 1977, dopo il successo di Gente di rispetto – possiede già pienamente questo linguaggio e qualcuno ha fatto notare (nella seconda di copertina dell’edizione citata) la relazione con alcuni tratti tipici dei kolossal cinematografici, tanto per l’epopea che vi si racconta quanto per la quantità di personaggi che si muovono tra le storie. Ma è importante notare come Fava spoglia questa dimensione dal divismo e dall’esagerazione romantica a cui la mente subito corre: non ci sono eroi, le scene di povertà, di violenza, di potere sono spesso dure e impressionanti a causa della loro crudezza e di quei primi piani lucidi e atroci che solo un racconto minuzioso (o una sequenza ben costruita) è in grado di generare.

Adatte a questo caso le stesse parole di Florestano Vancini che, sotto la spinta di Dino De Laurentiis, riprese il testo teatrale La Violenza del 1970, per il film La violenza: Quinto potere (1972), che “non fu accolto bene dalla critica. Probabilmente a causa del fatto che era un film privo di un eroe. I film di mafia che funzionavano all’epoca, quelli di Damiani o di Petri per intenderci, avevano sempre una risoluzione… c’è sempre una figura emergente. Nel mio film invece questa figura non c’è. Tanti personaggi e nessun eroe: nessuno è protagonista” (in Florestano Vancini. Intervista a un maestro del cinema di Valeria Napolitano). Questa dimensione di equilibrio tra i personaggi, è già propria del testo teatrale. É una dimensione che si ripresenta spesso nelle opere di Fava: la moltiplicazione dei personaggi centrali che rappresentano di volta in volta parti differenti di società, e parlano, agiscono o urlano in nome di quelle precise parti sociali. È l’individuo che predomina, con la sua forza e la sua disperazione, la supremazia, la vigliaccheria, il male, la debolezza e la speranza.

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