Possiamo avere la certezza del contratto?

In platea, sul palcoscenico o dietro le quinte, il Teatro Massimo Bellini di Catania conta, nel suo organico, un numero sempre più alto di precari.

“Vi volevo far vedere come, per magia, mentre noi parlavamo, lì dove c’erano tutte le tavole di legno, ora ci sta una pedana grigia per l’orchestra”, ci fa notare Antonella Guida, da ventisette anni corista del Bellini, per condividere con noi la magnificenza di un teatro bello, ma sfiorito come pochi. A causa dei continui tagli ai fondi e dei finanziamenti a singhiozzo, tra i macchinisti di palcoscenico, coristi, registi, cantanti ed ufficio stampa risuona sempre lo stesso motivo: “Per l’ultima opera a settembre abbiamo perso il regista, il tenore solista; sono cambiati quasi tutti, perché alla domanda “Possiamo avere la certezza del contratto?” noi rispondevamo “Purtroppo no, ancora non sappiamo se ci riusciamo” e quindi cancellavano.”, prosegue Antonella con un mezzo sorriso.

Da fine ottobre il teatro massimo Bellini di Catania si ritrova ad affrontare uno dei suoi periodi più cupi. Se era ormai un’abitudine fare i conti con finanziamenti sempre più esigui, non poter garantire ai lavoratori un contratto, se non magari a lavoro terminato, è diventata una certezza: “Nel mio settore oggi siamo otto, quando sono arrivato a Catania eravamo diciannove. Con la legge quota 100, in vigore fino ai prossimi due anni, ne andranno in pensione altri tre, quindi diventiamo cinque. Io mi occupo di montaggio e movimentazione delle scenografie, sono macchinista di palcoscenico, ma ridotti in cinque possiamo montare solo cose piccole.”, spiega Mauro Cossu, macchinista al Bellini da sedici anni e sindacalista della Uilcom Catania. Poi prosegue, poggiando una mano sul velluto rosso delle poltrone: “Gli organici sono il vero problema, il blocco delle assunzioni ci ha paralizzato negli anni.”, provocando un corto circuito a livello gestionale: “Noi siamo in carenza di organico totale, gli amministrativi sono uno per ufficio, ci sono tre funzionari quando ce ne dovrebbero essere dieci. Quindi la grave carenza gestionale è data soprattutto dalla carenza di organici. Se avessimo quattro persone per ufficio, la burocrazia sarebbe migliorata e ridotta. Ora ci troviamo delle persone che ricoprono tre mansioni anziché una.”

Senza la garanzia del triennio per i finanziamenti, la situazione al Bellini non può che peggiorare, soprattutto per i contratti dei precari, come ci dice Mauro: “Coro e orchestra vengono assunti il giorno prima del concerto e per i cantanti è difficile leggere e cantare perché c’è bisogno di studio. Per rendere omogeneo il coro bisogna provare e riprovare. Io pianto il chiodo sempre nello stesso modo, loro hanno bisogno di esercizio. Ci sono trenta precari storici: tra portineria, autisti, ufficio stampa, professore d’orchestra, artisti e coro. Molti contratti sono part time, dopo trentacinque anni di servizio persone che hanno circa sessant’anni non hanno la certezza del lavoro e avranno una pensione minima.”. Alle nostre spalle gli operai hanno finito da tempo, ora su quel palco va in scena il silenzio.

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