Un messaggio nella bottiglia - I Siciliani Giovani

Un messaggio nella bottiglia

Un’esponente delle istituzioni (on. Boldri­ni) viene a far visita a un centro di quartiere a Catania. Le viene però vietato di girare per le strade intorno, povere e degradate. “Troppo pericoloso”, dicono le autorità… 

Intervento del GAPA, centro di

aggre­gazione popolare,

quartiere San Cristoforo, Catania

L’intervento che mi accingo a tenere non è solo a nome dell’Associazione Gapa ma delle tante persone che vivo­no il quartiere di San Cristoforo, voci e vite spesso silenziose. Speravamo di te­nere questo intervento non all’interno di quat­tro mura, ma fuori all’esterno tra le vie degradate, tra gli artigiani, tra i bambini che corrono per le stra­de, tra le stalle di cavalli abusive, tra persone che dopo po­che ore comince­ranno a spacciare, tra le giovani madri che portano tra le braccia il primo fi­glio e tante responsabilità.

Il suono delle parole si di­mentica, ma non si dimentica ciò che si conosce con i propri occhi. Le ragioni di sicurezza che possono averLe impedito di visitarci, a noi poco importano: il no­stro non è un rimprovero, ci manche­rebbe, ma ci porta a delle conclusioni.

– Se una Presidente della Camera non può camminare per le vie di un quartiere vicino al centro storico di una città sici­liana, allora significa che non siamo libe­ri.

– Se una Presidente della Camera non può vedere le strade e le piazze abbando­nate dalle istituzioni e consegnate alla mafia, e non può incontrare le donne, gli uomini e i tanti ragazzini e ragazzine che vivono in queste strade e piazze, allora quel quartiere non è Italia.

– Se una Presidente della Camera non può vedere con i propri occhi il degrado e l’infelicità di cittadini italiani, allora quel quartiere continuerà a sentirsi ab­bandonato e accoglierà altre forme di controllo, altre forme di welfare, altre forme di legalità.

Una “legalità” chiamata mafia

Una legalità diversa da come la sento­no gli italiani. Una legalità chiamata ma­fia, che non garantisce diritti ma impone sottomissione; che offre l’illusione dell’avere, per poi privare l’uomo e la donna di tutto ciò che li rende tali; che decide quanto devi guadagnare al mese, che ti consente di sopravvivere, ma che ti lascia nella condizione di dover sempre chiedere;

una legalità che ti toglie il diritto di voto; che ti toglie il rispetto per te stesso; che manda a spacciare i bambini a 13 anni invece di mandarli a scuola e che fa pascolare i suoi cavalli dopati accanto ai bambini che giocano in una piazza.

La nostra volontà, Presidente, era quel­la di mostrarLe questa legalità, il senso del loro Stato che la mafia possiede, per­ché qui, nei quartieri, i mafiosi passeg­giano e non hanno bisogno di scorte e ce­rimonieri. Qui nei quartieri la mafia è Stato. La sua mancata visita, come quella delle istituzioni, da ieri fino a oggi, sem­bra quella di un parente partito tanto tem­po fa e che non è mai tornato o non si è fatto mai sentire. L’assenza prolungata delle istituzioni, qui nei quartieri, non la­scia più un vuoto. La sua visita non avrebbe cambiato nulla, ma forse quel nulla, che avrebbe rappresentato la sua visita, avrebbe evidenziato un’assenza, ormai non più sentita.

“L’assenza delle istituzioni”

Forse avrebbe rappresentato qualcosa il fatto che un politico percorra le strade di San Cristoforo non per chiedere voti elettorali ma per vedere le condizioni di vita di tante persone. Peccato che non sia venuta a vedere le facce deluse delle donne del quartiere che, alla notizia del mancato giro tra le loro case e i loro pae­saggi quotidiani, si sono rifiutate di veni­re al nostro incontro per l’ennesimo pu­gno nello stomaco incassato, anche da parte di chi rappresenta lo Stato. Quelle donne, quegli uomini, quei bambini e bambine che oggi sarebbero potuti essere qui a testimoniare contro lo stato in cui versano, non sono qui perché lo Stato non li guarda nemmeno di striscio.

L’amministrazione cittadina, passata a destra e a manca, di pari passo con lo Stato, ha palesato nel tempo fino a oggi la stessa indifferenza con politiche di fal­so sviluppo senza continuità né garanzie di gestione del territorio. A San Cristofo­ro si investe, ma poi ci si dimentica degli investimenti; si costruiscono le piazze e poi si lasciano all’abbandono e in mano alle cosche; si scaraventano montagne di soldi nell’impianto di illuminazione ma poi non si provvede alla sua manutenzio­ne, come alla manutenzione generale del quartiere. A San Cristoforo manca oggi il lavoro, la dignità, la pulizia dei luoghi.

Vi sono dei bisogni. Lo Stato non provvede: e ci pensa “mammamafia”.

La mafia non si combatte aumentando i controlli e la repressione, anche perché ormai San Cristoforo è diventato un car­cere a cielo aperto. La mafia si combatte con il lavoro sul versante degli adulti e con l’educazione sul versante dei minori, con la bellezza e la pulizia dei luoghi.

Per gli adulti occorre prevedere politi­che di rilancio delle fabbriche artigianali locali; creando sistemi di cooperazione senza previsione di enti o organizzazioni inutili, ma favorendo l’incontro tra le per­sone. Per i minori occorre prevedere il rafforzamento dei presidi scolastici che non possono chiudere nei quartieri, la de­stinazione di fondi per svolgere attività pomeridiane o l’attivazione di servizi di volontariato che nelle scuole stesse con­sentano ai bambini di fare i compiti e di giocare. E garantire una pulizia perma­nente delle aree gioco, dove attualmente stazionano anche i cavalli.

“Noi resistiamo e vogliamo vivere”

Se l’amministrazione garantirà pulizia e presenza in tali luoghi, noi ci impegnia­mo a favorire l’organizzazione di attività negli stessi.

Non ci perdoni la rabbia, Presidente, perché siamo cresciuti senza la possibili­tà di scelta. Non ci dia la pietà, perché ci fa pena. Non ci dia gloria, perché non siamo eroi. Le daremo noi oggi qualcosa: l’eco delle persone di un quartiere, ab­bandonato alla mafia come l’intera città, che resiste e vuole vivere.

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