Un libro ripulisce il circolo Arci - I Siciliani Giovani

Un libro ripulisce il circolo Arci

Dove i mafiosi avevano brindato in onore del loro capo, adesso gli an­timafiosi si riuniscono per riaffermare i valori della legalità

Paderno Dugnano. Molto di più della presentazione di un libro. Ha il sapore di una messa laica l’incontro organizzato domenica 17 febbraio nel circolo Arci «Falcone e Borsellino». Il libro al centro del dibattito è Buccinasco. La ’ndrangheta al nord (Einaudi, 18 euro), di Nando Dalla Chiesa, docente di Sociologia della criminalità organizzata alla Statale di Milano e dalla sua allieva, Martina Panzarasa. Per rimarcare che quel luogo era ed è un presidio di legalità si è mosso anche Piero Grasso, ex procuratore nazionale dell’Antimafia, attualmente senatore Pd.

Il circolo in questione è quello in cui nell’ottobre 2009 si svolse un summit di ‘ndranghetisti.

A diciannove chilometri da Milano, sotto la foto dei due magistrati assassinati, una trentina di boss pasteggiarono senza eccessi. Alla fine del pranzo le coppe di spumante furono alzate in onore di Pasquale Zappia, diventato referente nel nord Italia delle cosche calabresi.

I carabinieri filmarono tutto e qualche mese dopo, nel luglio 2010, l’operazione Crimine-Infinito -coordinata dalle Direzioni distrettuali antimafia (Dda) di Reggio Calabria e Milano- portò in carcere quasi trecento persone. Tra di loro assassini, trafficanti di droga, persone ritenute colpevoli di riciclaggio, estorsione, usura e altri reati.

A distanza di tre anni e mezzo da quell’insulto si avvertiva però ancora la necessità di una bonifica morale di quel luogo di cultura, intitolato ai più famosi martiri della mafia e profanato dalla stessa. Serviva un atto riparatorio. Bisognava «archiviare» la cena dell’inferno e rendere omaggio a chi ha pagato con la vita la lotta alla mafia rinnovando la sfida di sempre: riaffermare l’impegno civile che parte dalla conoscenza della mafia, della ’ndrangheta e di altre organizzazioni criminali. Il professor dalla Chiesa lo ripete a ogni occasione: «La battaglia contro la ’ndrangheta inizia imparando a pronunciare e scrivere correttamente il nome. ‘Ndrangheta. Non andrangheta». Perché ciò che non si riesce nemmeno a nominare ha gioco facile a sparire dalla vista e dalle coscienze.

Mentre fuori un sole freddo prometteva l’arrivo della primavera, nel circolo Arci si respirava la speranza -smentita dal democratico esito delle urne- che la Lombardia potesse finalmente cambiare passo. Ad altre latitudini di democrazia e cittadinanza, gli scandali emersi negli ultimi mesi in Regione sarebbero bastati a seppellire per sempre i destini politici dei responsabili. In Italia no. E allora con il senno di poi acquista ancora più spessore l’imperativo di diffondere la conoscenza del fenomeno mafioso. Obiettivo a cui il libro -segnalato di recente anche dal Ministero della Pubblica Istruzione alle varie scuole italiane- dà un prezioso contributo. Esso ricostruisce tutta la parabola della ’ndrangheta nei centri dell’hinterland milanese, il cui epicentro è Buccinasco, non a caso denominata la Platì del nord.

Negli anni ’70 la ‘ndrangheta inizia a far soldi con i sequestri di persona, poi nel decennio successivo passa al traffico della droga. Le cosche così accumulano in fretta ingenti quantità di denaro ma – come ricorda Martina Panzarasa – l’obiettivo non sono tanto i soldi, quanto il potere e il controllo del territorio. Controllo che può iniziare banalmente con l’acquisto di piccoli terreni, poi di una casa, un bar, una palazzina fino ad arrivare a comprare o costituire una società immobiliare.

Tutto ciò consente al gruppo criminale di mettere radici e rispondere alle richieste della comunità nella quale opera. Un potere che gli vale la possibilità di bussare alla porta degli amministratori locali «perché la mafia – ricorda Piero Grasso – non è solo un fenomeno criminale, è anche un fenomeno sociale, economico, politico». Intercetta bisogni e risponde in modo tempestivo a essi. «Fintanto che questo legame non sarà spezzato, la mafia continuerà a esistere». Fu un pentito di mafia durante un interrogatorio a dispensare questa pillola di verità all’ ex procuratore della Dda.

Non è mancato un «fuori programma». Maurizio Luraghi, ex imprenditore edile, imputato per associazione di tipo mafioso nel processo Cerberus, attualmente sospeso, è intervenuto dalla platea. Dopo il fallimento della sua azienda, l’imprenditore, a dispetto dell’ampia circonferenza vita, si è riciclato come maestro di ballo. Citato nel libro di Dalla Chiesa e Panzarasa e in altri affini, l’uomo parla come un fiume in piena ogni volta che può. Rimprovera allo Stato la lentezza con cui viene gestito il fondo di solidarietà, lo strumento che garantisce alle vittime di reati mafiosi, purchè dotate di precisi requisiti, il risarcimento dei danni subiti. La figlia di Luraghi, imprenditrice nel settore edilizio, attende oltre un milione di euro dopo un incendio e il successivo fallimento della sua azienda.

La tensione scatenata dalle sue parole, soprattutto per i riferimenti ai pericoli di gestione mafiosa connessi ai lavori dell’Expo 2015, e in particolare al movimento terra, si è sciolta in una foto in qualche modo liberatoria scattata agli organizzatori e ai loro ospiti sotto l’immagine di Falcone e Borsellino sorridenti.

Ma forse la fotografia vera, quella che si è depositata nel profondo della coscienza dei presenti, è un’altra. È il professor Dalla Chiesa che prima ascolta Luraghi con interesse, conserva i documenti che l’uomo gli passa, poi si avvicina al banchetto dei libri, acquista una copia, ci scrive dentro una dedica e la regala alla figlia di Luraghi. Ed é proprio da qui che si ricomincia: da un libro.

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