“SIGNOR GIUDICE, NON ARCHIVI LA MORTE DI ATTILIO MANCA!”

Appello al Gip di Viter­bo sul caso Attilio Man­ca, il giovane urologo ucciso misteriosa­mente in un contesto mafio­so a Vi­terbo

Signor Giudice,

Lei tra poco dovrà decidere se archiviare buona parte dell’indagine sulla misteriosa morte di Attilio Manca, l’urologo di Barcel­lona Pozzo di Gotto (Messina) trovato cada­vere a Viterbo il 12 febbraio 2004. E siamo certi che deciderà secondo coscienza, anche perché Lei, in questi otto anni, più che re­spingere per ben tre volte la richiesta di ar­chiviazione che la Procura di Viterbo Le ha inoltrato, onestamente non avrebbe potuto fare. Adesso siamo alla quarta richiesta: non di archiviazione del caso, ma di archiviazio­ne della parola “mafia”, di legittimazione della parola “droga”, di legittimazione di un assunto molto discutibile portato avanti dalla Procura di Viterbo con una ostinazione de­gna di miglior causa: ovvero che Attilio Manca sia morto per eroina, malgrado la montagna di dubbi che sommerge questa tesi.

In pratica la Procura Le chiede di archivia­re la posizione dei quattro barcellonesi inda­gati (un paio dei quali invischiati a vario ti­tolo con Cosa nostra) e di rinviare a giudizio una pusher romana che avrebbe fornito ad Attilio la dose mortale di eroina.

Non sappiamo cosa succederà: se un’ulte­riore ombra si addenserà su questa vicenda o se le indagini prenderanno direzioni diverse. Non vogliamo prevedere nulla.

Il problema semmai è a monte, nell’inda­gine condotta dalla Procura laziale in modo così anomalo da considerare eufe­mismo per­fino la parola “superficialità”.

Mi permetto di invitarLa, Egregio Gip, qualora non lo avesse ancora fatto, a guarda­re (e soprattutto ad ascoltare) la conferenza stampa che il procuratore capo di Viterbo, Alberto Pazienti, e il sostituto procuratore Renzo Petroselli (titolare dell’inchiesta), hanno tenuto in occasione dell’ultima richie­sta di archiviazione.

Una conferenza-stampa molto istruttiva, perché dagli stessi magistrati viene confer­mato, seppure indirettamente, quanto questo caso sia viziato da carenze investigative gra­vi, specie se si tiene conto che da qualche tempo all’interno del Palazzo di giustizia di Palermo comincia a fare capolino l’idea che davvero la morte di Attilio Manca potrebbe essere collegata con l’intervento alla prostata che nel 2003 l’urologo siciliano avrebbe ese­guito segretamente a Marsiglia al boss Ber­nardo Provenzano (celatosi per l’occasione col falso nome di Gaspare Troia), e alla suc­cessiva assistenza che il chirurgo avrebbe fornito nel Lazio (e forse non solo nel Lazio) allo stesso boss.

Infatti ultimamente sta emergendo una cir­costanza clamorosa: che Bernardo Provenza­no, dopo l’intervento a Marsiglia, abbia tra­scorso una parte del periodo post operatorio proprio nel viterbese, tra Bagnoregio e Civi­tella D’Agliano.

Un’ipotesi che i magistrati della Procura laziale, in conferenza stampa, liquidano con una risata: “Tramontata l’ipotesi Marsiglia, esce fuori l’ipotesi del Lazio”.

A parte il fatto che l’ipotesi Marsiglia non è mai tramontata, quella del Lazio è affiorata solo alcuni mesi fa. Le due ipotesi non si escludono, semmai si integrano.

Certo, Egregio Gip, non ci sono prove che dimostrino che Attilio Manca abbia davvero operato Provenzano, ma Lei ci insegna che le prove non cadono dal cielo, vanno cercate con pazienza, partendo dagli elementi di cui si è in possesso.

Ora, Signor Gip, si dà il caso che nelle ul­time settimane sia stato confermato (con un arresto clamoroso) ciò che la famiglia Man­ca e pochi altri antimafiosi siciliani ripetono da anni: che l’avvocato Rosario Cattafi, po­tentissimo boss di Barcellona Pozzo di Got­to, potrebbe avere avuto un ruolo di primo piano nelle stragi del ’92 (soprattutto in quella di Capaci, in cui persero la vita il giu­dice Gio­vanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta), nella Trat­tativa fra Stato e mafia, nonché in alcune operazioni finanziarie che hanno visto come protagoni­sta Cosa nostra.

Sì, perché da tempo si ripete che Cattafi è il trait d’union fra i boss, i servizi segreti de­viati, la politica affaristico-mafiosa e certi magistrati non proprio rispettosi dello Stato di diritto. Insomma un potente più potente degli stessi Riina e Provenzano.

Potrebbe uscire assolto o condannato, l’avvocato Cattafi, ma una sentenza non cambierebbe di una virgola una verità ormai incontrovertibile: i suoi legami con quelle entità. Per caso è mai venuto in mente a qualcuno di codesta Procura di sapere per quale ragio­ne due mafiosi del calibro di Nit­to Santapao­la e dello stesso Provenzano ab­biano trascor­so un pezzo della loro latitan­za a Barcellona Pozzo di Gotto, o magari di sa­pere per quale ragione un altro super boss – Gerlando Al­berti junior, sì, Signor Gip, quel­lo che ha am­mazzato la povera Graziella Campagna, una ragazzina di diciassette anni che ha avu­to il torto di scoprire la vera iden­tità di Al­berti – sia stato tenuto nascosto per diverso tempo in quella zona, godendo delle incredi­bili prote­zioni di alti magistrati della Procura di Mes­sina, che per decenni hanno insabbia­to le in­dagini?

Ora, Egregio Gip, un fatto resta un fatto, ma tanti fatti diventano un contesto. E un de­litto, perfino secondo un mediocre scrittore di libri gialli, va sempre inserito nel suo con­testo. O no?

Ma procediamo con ordine.

Secondo il procuratore Pazienti e il sosti­tuto Petroselli, Attilio Manca sarebbe morto per overdose di eroina mediante “inoculazio­ne volontaria”, mischiata ad un quantitativo di alcol e di tranquillanti.

“Inoculazione volontaria”, proprio così. Dov’è la prova della “volontarietà” dell’azio­ne? Non c’è. O meglio, non l’abbia­mo vista.

Anche perché c’è un problema grosso quanto una casa: il fatto che Attilio Manca la droga se la sarebbe “inoculata” nel braccio sbagliato, quello sinistro, dato che era un mancino puro. Orbene: dopo quasi un decen­nio, anche il “mancinismo puro” della vitti­ma è stato messo in discussione dalla Procu­ra di Viterbo, malgrado le tante conferme (di colleghi, di dipendenti dell’Asl, di amici, di familiari) dell’”uso esclusivo della mano si­nistra da parte della vittima”.

Ascolti in conferenza stampa cosa dicono il Procuratore e il Sostituto: siccome Attilio Manca era un chirurgo, doveva per forza sa­pere utilizzare entrambe le mani. Secondo quale principio scientifico?

E allora, Egregio Gip, consenta di rico­struire la scena della morte, sia perché è giu­sto partire dai fatti, sia perché coloro che leg­gono questa storia per la prima volta pos­sano comprenderla bene.

Attilio Manca – in quel periodo in servizio all’ospedale “Belcolle” di Viterbo – viene trovato cadavere sul letto del suo apparta­mento la mattina del 12 febbraio 2004 con due buchi al braccio sinistro e – secondo la famiglia – con il setto nasale deviato, il volto tumefatto, una serie di ecchimosi in tutto il corpo, e un testicolo gonfio. Sotto il letto una pozza di sangue.

Nell’appartamento un caldo asfissiante dato che i regolatori dei ter­mosifoni sono po­sizionati al massimo da molte ore (non si sa da chi, tenuto conto che Attilio li regolava a temperature normali).

A qualche metro di distanza (nel bagno e in cucina) vengono rinvenute due siringhe con tappo salva ago ancora inserito, un pez­zo del parquet del pavimento divelto, un peso da ginnastica rotto, la camicia e la cra­vatta della vittima poggiate su una sedia. Non ven­gono trovati i pantaloni, i boxer, i calzini, le scarpe e la giacca di Attilio, né vengono rin­venuti lacci emostatici e cucchiai sciogli eroina. Sul tavolo del soggiorno ven­gono trovati anche degli attrezzi chirurgici che, secondo gli stessi familiari e gli amici più stretti della vittima, non erano mai stati visti nell’appar­tamento.

L’autopsia, condotta dalla dottoressa Dani­la Ranaletta, moglie del primario di Attilio, ha escluso sia le ecchimosi sul corpo, sia il setto nasale deviato, il volto tumefatto e le labbra gonfie. Una tesi che trova completa­mente d’accordo la Procura di Vi­terbo.

Secondo la famiglia Manca, invece, il me­dico del 118, intervenuto dopo la scoperta del cadavere, avrebbe riscontrato questi par­ticolari e li avrebbe inseriti nel referto.

Come si vede, si tratta di due tesi del tutto contrapposte, che dovrebbero essere chiarite dalle foto del volto (mai pubblicate dai gior­nali e su internet).

Attualmente poche persone possiedono le foto del volto di Attilio da morto: probabil­mente soltanto i magistrati di Viterbo, i lega­li dei Manca e i legali dei cinque attuali im­putati. Dei familiari del medico, l’unico ad averle viste è il fratello Gianluca (chiamato pure a riconoscere il cadavere). Gianluca as­serisce che si tratta di immagini raccapric­cianti, talmente raccapriccianti da averne chiesto la non diffusione per evitare un ulte­riore trauma ai genitori.

Per evitare un trauma a Gino e ad Angela Manca, precipitatisi a Viterbo dopo il deces­so del figlio, fu consigliato bonariamente di non vedere la salma di Attilio. A dare il “con­siglio bonario” fu il primario del reparto di Urologia dell’ospedale “Belcolle”, il prof. Rizzotto, colui che, secondo i Manca, in quelle prime ore spiegò loro che il figlio si era fracassato la faccia andando a sbattere contro il telecomando poggiato su una super­ficie morbida come il piumone. Peccato che dalle foto riprese da dietro (queste sì, diffuse e visibili) si veda il corpo di Attilio riverso sul letto, col telecomando sotto il braccio.

In ogni caso, dal consiglio di Rizzotto si deduce – a prescindere dalle foto – che il volto di Attilio non doveva essere proprio normale. La stessa Polizia di Viterbo, in quelle prime ore, a dire dei familiari dell’urologo, aveva sollevato seri dubbi sul movente della droga. Tutto cambiò nel giro di qualche ora.

Ma c’è da chiedersi: perché il prof. Riz­zotto diede quel “consiglio bonario” ai Man­ca? Solo per un alto senso di umanità? Può darsi. Ma perché portò avanti una tesi inve­rosimile come quella del telecomando? Per­ché duran­te l’autopsia stazionava assieme ad Ugo Manca (cugino della vittima e perno di que­sta storia; ora vedremo perché) dietro la por­ta della moglie, mentre questa eseguiva l’esame autoptico sul corpo di Attilio? Per­ché la sollecitava a concludere in fretta l’autopsia? Perché diceva alla moglie che c’era l’esigenza immediata di consegnare il corpo alla famiglia Manca se la famiglia Manca, come sostiene, non aveva fatto alcu­na premura? Perché nelle ore immediata­mente successive teneva i contatti con la ma­dre di Ugo Manca, che da Barcellona forniva e riceveva notizie? A che titolo?

Dai rilievi effettuati dalla Polizia scientifi­ca, nell’alloggio di Attilio sono state rilevate cinque impronte, una del cugino Ugo Man­ca, e altre quattro non appartenenti a persone che la vittima era solita frequentare. Dunque, in quell’appartamento, delle persone estra­nee all’ambiente del medico, a parte il cugi­no, avrebbero lasciato le loro tracce nelle ul­time ore di vita dell’urologo. A chi apparten­gono? Non si sa neanche questo.

Da tempo vengono condotte delle inchie­ste giornalistiche su questo caso. Da queste sono emersi dei fatti incontestabili.

1) Attilio Manca, malgrado i suoi 34 anni, era un luminare della chirurgia alla pro­stata, essendosi specializzato a Parigi, pa­tria del si­stema laparoscopico, tecnica rivo­luzionaria e meno invasiva del tradizio­nale intervento. 2) Francesco Pa­stoia, braccio destro di Bernar­do Proven­zano, poco prima di impiccarsi nel carcere di Modena (altra coincidenza…), dis­se che il boss era stato operato e assistito da un medico siciliano.

3) La città di Attilio, Barcellona Pozzo di Got­to, non è una cittadina come tante, ma il cen­tro di una strategia dell’eversione che nel ’92 portò il boss Giuseppe Gullotti (mandan­te del delitto del giornalista Beppe Alfano) a recapitare direttamente a Giovanni Brusca (Corleonese come Bernardo Proven­zano) il telecomando della strage di Capaci.

4) Nello stesso periodo, sia Provenzano che il potente boss catanese Nitto Santapaola trascorrevano la loro latitanza proprio lì, a Barcellona Pozzo di Gotto. Protetti da chi?

5) Il giornalista Beppe Alfano era stato ucciso perché aveva scoperto l’appartamento dove veniva nascosto Santapaola.

E allora, tenuto conto di questo contesto, chi può escludere che Attilio Manca – se davvero ha operato Provenzano – potrebbe avere scoperto gli stessi segreti di cui era ve­nuto a conoscenza Beppe Alfano? Chi può escludere che il medico fosse venuto a capo di quella inconfessabile rete di complicità?

Anche perché, a quanto pare, alcune setti­mane prima di morire, il medico potrebbe avere confidato certe notizie alla persona sbagliata. Che non è di Viterbo, ma di Bar­cellona. Cosa risponde in proposito la Procu­ra di Viterbo? Che il giovane medico era un dro­gato e che i quattro barcellonesi indagati vanno prosciolti perché, a loro dire, “non c’entrano niente con questa storia”. Eppure c’è quell’impronta palmare di Ugo Manca, dalla quale si sarebbe potuti partire. Invece Ugo Manca dà la sua versione e viene tran­quillamente creduto. Ugo Manca è il perno – non l’unico ovvia­mente – attorno al quale ruota l’intera inda­gine. Perché?

Condannato in primo grado nel processo “Mare nostrum” per traffico di stupefacenti, ma assolto in appello, Ugo Manca nelle ore immediatamente successive alla morte del cugino, dalla Sicilia si precipita a Viterbo per chiedere al magistrato titolare dell’indagine – a nome dei genitori e del fratello di Attilio, che però hanno categoricamente smentito – il dissequestro dell’appartamento. Perché? Nientemeno che per rivestire la salma. È un’ipotesi credibile?

Nel frattempo la madre di Ugo – secondo la testimonianza dei familiari di Attilio – ol­tre a tenere i contatti con il prof. Rizzotto, si affretta a chiamare un alto magistrato roma­no (ripetiamo: a che titolo? Per un’amicizia pregressa o per l’interessamento di qualche collega siciliano?) affinché questi possa in­tercedere presso la Procura di Viterbo per il dissequestro in tempi rapidi della casa. Alla fine l’appartamento non viene dissequestrato per la ferma opposizione del fratello e dei genitori di Attilio.

Ma è su quell’impronta lasciata sulla mat­tonella del bagno – in un luogo dove, secon­do gli esperti più autorevoli, le tracce digitali tendono a distruggersi nel giro di qualche ora per la presenza di vapore acqueo – che Ugo Manca avrebbe dovuto dare spiegazioni più plausibili.

Lui, Ugo, dice che è stato davvero in quel­la casa, ma circa due mesi prima, quando si è recato a Viterbo per sottoporsi a un banalis­simo intervento di varicocele. Chi è il chirur­go che lo opera? Attilio Manca. Incredibile. Lo stesso Attilio Manca che oggi (quando non può più difendersi perché è morto) nelle aule di giustizia e nelle interviste viene accu­sato dal cugino Ugo di essere stato un eroi­nomane, capace di usare tutt’e due le mani per drogarsi. E allora in questa storia ci sono del­le cose che non tornano.

Ugo rischia gli organi genitali a causa di un cugino drogato? Un intervento di varicocele si fa su quella parte del corpo. È un alibi convincente?

Perché rischiare tanto, se un intervento del genere Ugo può farlo agevolmente all’ospe­dale di Sant’Agata di Militello, dove presta servizio come dipendente amministrativo, o di Barcellona, o di Patti o di tanti altri noso­comi vicini? Ugo si fa duemila chilometri per recarsi a Viterbo per un’operazione così semplice? Anche questa versione non sem­bra per niente convincente.

Eppure, Signor Gip, sa cosa hanno detto in conferenza stampa i procuratori di Viterbo a proposito di Ugo Manca? Testuale: “Manca Ugo era in ottimi rapporti con il cugino Man­ca Attilio. Manca Ugo era di casa a Vi­terbo, in quanto punto di riferimento dei barcellon­esi che dovevano farsi operare all’ospedale ‘Belcolle”. È un aspetto che apre scenari in­quietanti e che, in sostanza, conferma che ci troviamo di fronte a un caso che presenta troppe stranez­ze.

Se da un lato la Procura laziale è portata a giustificare l’impronta palmare lasciata da Ugo Manca attraverso la storia dell’”assidua frequentazione tra cugini”, dall’altro emerge una circostanza inedita e oscura sul ruolo avuto da questo personaggio equivoco.

Sì, perché un conto è dire che Ugo contat­tava telefonicamente il cugino per mandare qualche barcellonese ad operarsi a Viterbo. Un altro è dire che lui a Viterbo “era di casa” per intercedere presso l’ospedale (solo con Attilio o con qualche altro medico?) per le cure alle quali dovevano sottoporsi i barcel­lonesi.

E qui entra in gioco un altro personaggio appartenente al mondo della mafia barcello­nese. Anche lui – poco tempo prima – si reca nella città laziale per farsi operare da Attilio: si chiama Angelo Porcino, è stato condanna­to per estorsione, ed è uno dei quattro barcel­lonesi indagati per i quali la Procura laziale ha chiesto l’archiviazione.

A quanto pare ai magistrati di Viterbo non risulta neanche che Porcino – ufficialmente titolare di una sala giochi – abbia un cellula­re. Dunque non si sa se questo tizio parli al telefono e con chi, se faccia uso dell’apparecc­hio di altri (eventualmente di chi), quali sono i contenuti dei suoi presunti colloqui te­lefonici soprattutto nel periodo in cui si è re­cato a Viterbo, e cosa abbia fatto realmente nella città laziale nei giorni della sua degen­za. Non si sa praticamente nulla. Si sa solo che ha contattato Attilio – autonoma­mente o per mezzo di Ugo? – per un inter­vento alla prostata (lo stesso, guarda caso, al quale si è sottoposto Provenzano).

Non sappiamo se Porcino c’entri qualcosa in questa vicenda, però sia in lui che in Ugo Manca si riassumono due incredibili paradigm­i: l’appartenenza a un mondo che si spinge fino a Viterbo per farsi curare da un medico bravissimo (ma “drogato”), e il modo di con­durre le indagini da parte degli investi­gatori laziali.

Ma quel che appare paradossale è che non si sa neppure chi siano gli altri barcellonesi (ripetiamo: solo barcellonesi?) che Ugo Manca avrebbe portato a Viterbo per farsi operare. Magari i magistrati della Procura lo sanno, ma per riservatezza non lo dicono. Eppure in conferenza stampa hanno dato la sensazione di annaspare.

Perché se dovesse risultare che Ugo era il punto di riferimento delle operazioni e delle cure cui si sottoponeva un determinato mon­do, il quadro potrebbe cambiare notevolmen­te. C’entra Provenzano con quel mondo bar­cellonese con il quale era in stretto contat­to?

Ma ipotizziamo pure che Provenzano non c’entri assolutamente nulla con questa storia. Ipotizziamo che si tratti di semplici congettur­e. Resta quel mondo poco scrutato dai magi­strati laziali, collegato con Viterbo at­traverso la figura di Ugo Manca, che po­trebbe avere avuto l’esigenza di rivolgersi a un grande medico originario della stessa città per risol­vere “privatamente” certi problemi di salute, stando lontano dai riflettori dell’isola. Ipote­si? Può darsi. Ma la storia della mafia è pie­na di casi del genere. Che proprio per questo non vanno mai sottovalu­tati.

L’improvvisa comparsa degli attrezzi per le operazioni chirurgiche trovati a casa di At­tilio è casuale? Non lo sappiamo. Se è casua­le deve essere spiegato concretamente per­ché. Se è legata a qualcosa di inconfessabile, in quell’appartamento, la sera dell’11 febbra­io 2004 – nelle ore che hanno preceduto la morte di Attilio – potrebbe essere accaduto di tutto. Anche perché, a parte la circostanza del volto sfigurato e del testicolo gonfio – che la Procura laziale smentisce – c’è da chiarire la circostanza del parquet divelto, del peso da ginnastica rotto, di alcuni indu­menti della vittima stranamente introvabili, e tanto altro che adesso vedremo.

Il giovane medico, secondo Pazienti e Pe­troselli, si faceva di eroina ma non era un tossicodipendente. Si drogava, a loro dire, solo in certi momenti, magari quando era de­presso, ma l’eroina riusciva a tenerla sotto controllo, senza subirne dipendenza. L’eroi­na? Sotto controllo? Senza subirne dipendenz­a?

I familiari smentiscono categoricamente che Attilio si drogasse, qualche spinello al tempo del liceo, poi basta. La madre sostiene che beveva un bicchiere di vino ogni tanto, a tavola nei fine settimana, ma mai alla vigilia di un intervento chirurgico, in sala operatoria voleva essere lucido. I genitori, si sa, sono obnubilati da dolore, quindi sono portati a raccontare balle, non lo fanno per male… certo. E i colleghi, e il personale dell’ospedal­e “Belcolle”, e gli amici di Viter­bo? An­che loro raccontano un sacco di balle. Vuoi met­tere queste testimonianze con quelle dei bar­cellonesi? Non scherziamo. Ora ci arri­viamo ai barcellonesi.

Quindi Attilio Manca era un eroinomane ma non tanto, o meglio, era eroinomane solo in certi momenti. In che senso? Beh… Qui onestamente le contraddizioni sono tali e tan­te che si fa fatica a venirne fuori.

Riavvolgiamo il nastro… Nei primi anni le carte processuali ci dicono che l’urologo è morto per suicidio da overdose. Adesso ci di­cono che è morto per overdose senza suici­dio.

Nell’ultima trance dell’indagine la parola “suicidio” misteriosamente scompare, resta solo la parola drogato. Dunque Attilio Man­ca, secondo i magistrati, è sì un drogato, ma “controllato”, nel senso che non può fare a meno del buco, ma vi ricorre ogni tanto, ma­gari il giorno prima di fare un delicato inter­vento chirurgico, tanto per tenersi in forma. Infatti, come previsto dal programma del re­parto di Urologia dell’ospedale “Belcolle”, Attilio doveva operare la mattina del 12 feb­braio, quando è stato trovato morto.

Però siccome è medico sa benissimo che quell’intruglio micidiale di eroina, di alcol e di tranquillanti può portarlo alla morte, ma siccome lo sballo è sballo, più cose ci mette dentro più si assicura l’effetto psichedelico. E così mentre l’intruglio mortale circola nel­le sue vene, gli salta in mente una cosa che può cambiare la sua vita: rimettere i tappi ne­gli aghi delle siringhe. Strafatto si precipi­ta in cucina e poi nel bagno, barcolla ma deve portare a termine la missione, senza ovviam­ente lasciare impronte sulle siringhe, poi tor­na in camera da letto, crolla sul piu­mone e si fracassa il viso sbattendolo sul telecomand­o.

Il sangue per terra è causato da edema pol­monare scatenatosi per l’overdose, mica per­ché è stato pestato. Questa la tesi ufficia­le.

Quando viene ritrovato morto, nel suo braccio vengono rinvenuti due buchi (gli uni­ci in tutto il corpo). Su questo la Procura so­stiene una tesi per noi del tutto nuova: che sarebbero stati praticati in tempi diversi. Ce ne sarebbe uno recente e uno più vecchio. Questo secondo Pazienti e Petroselli dimo­strerebbe tre cose: che Attilio si drogava, che quella sera non era la prima volta che si dro­gava, e che era un drogato “controllato”. Ele­mentare, Watson.

I magistrati non hanno spiegato per quale ragione – malgrado le ripetute richieste della famiglia Manca e dell’avvocato Repici – per ben otto anni si sono rifiutati di rilevare le impronte digitali sulle due siringhe.

In conferenza stampa hanno dichiarato che siccome le siringhe erano troppo piccole (im­maginiamo delle normali siringhe da insulin­a: sono proprio così piccole?), la Procu­ra non ha ritenuto di ordinare il rilevamento delle impronte perché non si sarebbe trovato nulla.

È possibile una cosa del genere con i sofisticati mezzi scientifici di cui dispongo­no le Forze di polizia?

Soltanto poco tempo fa, dopo una precisa ri­chiesta del Gip, le analisi sulle siringhe sono state fatte. Su una non è stato trova­to nulla, sull’altra una labile traccia non assolut­amente comparabile a un’impronta, quindi da non considerare valida come pro­va. Dalle analisi effettuate non è stato accer­tato né che Attilio si sia drogato, né che altri lo abbiano drogato forzatamente per simulare una morte per overdose. Non esiste alcuna prova sia nell’un senso che nell’altro. Però i magistrati affermano che in una delle sue si­ringhe è sta­ta rinvenuta una minuscola trac­cia di eroina.

E così per la prima volta abbiamo sentito parlare di esame tricologico. I giudici hanno garbatamente spiegato che trattasi di analisi sul capello della vittima per accertare se que­sta abbia assunto degli stupefacenti. Ebbene: ci è stato detto che sì, anche nei capelli di At­tilio sono state trovate delle tracce di stupefac­enti. Ecco la prova “inconfutabile”.

A parte il fatto che non è stato specificato di quali stupefacenti si tratta, non si com­prende perché questo esame tricologico sia saltato fuori dopo otto anni, senza che alla famiglia Manca sia stato notificato nulla, e senza che le sia stata data la possibilità di no­minare un perito di parte.

Però siccome nella siringa è stata trovata eroina, siccome “è provato” che “Manca At­tilio si sia inoculato volontariamente l’eroina nel braccio sinistro”, siccome i vicini di casa non hanno sentito rumori, Manca Attilio è morto drogato. Stop.

La droga, secondo i magistrati laziali, sa­rebbe stata una pusher romana a fornirgliela, l’unica persona, tra i cinque indagati, su cui la Procura chiede il rinvio a giudizio.

Evidentemente ci saranno prove inoppu­gnabili per affermare con sicurezza un assunt­o del genere, In conferenza stampa è sta­to detto che la pusher capitolina riforniva di stupefacenti il “gruppo” barcellonese pre­sente nel Lazio. Il “gruppo barcellonese”. Di cui Attilio avrebbe fatto parte. Formato da chi?

Ecco allora che Barcellona torna alla ribal­ta, non come epicentro di una criminalità or­ganizzata che ha contatti non solo con il “go­tha” di Cosa nostra siciliana, della ‘ndran­gheta calabrese e della camorra campana, ma con altissimi magistrati come il procuratore generale di Messina Franco Antonio Cassata – residente da sempre a Barcellona, ricaden­te nello stesso Distretto giudiziario messine­se – oggi sotto inchiesta per concorso ester­no in associazione mafiosa; con un ex mini­stro come Domenico Nania (oggi vice presi­dente del Senato), con l’ex sindaco di Bar­cellona Candeloro Nania (cugino dell’ex mi­nistro), con l’ex presidente della Provincia di Messi­na Giuseppe Buzzanca, e con tanti altri auto­revoli personaggi.

Per la Procura di Viterbo, Barcellona non torna alla ribalta per questo. Torna alla ribal­ta per le presunte pratiche a base di droga da parte di Attilio e del “gruppo” barcellonese presente nel Lazio. Tutto qui.

Ai magistrati di Viterbo sfuggono eviden­temente dei tasselli importanti per completa­re il mosaico. Eppure tante volte è stato scrit­to – e i pro­curatori sicuramente lo hanno let­to – che in quella cittadina della lontana Sici­lia esiste un circolo paramassonico denomin­ato “Corda fratres”, che occupa un intero pri­mo piano di un palazzo del centro.

Chi non è di Barcellona pensa al classico circolo di paese, dove si gioca a carambola o a carte, si legge il giornale, si conversa ama­bilmente di corna e di politica, si organizza­no dotte conferenze di letteratura e di arte.

La “Corda fratres” è anche questo, ma è mol­to altro. Pur essendo frequentata anche da gente perbene, è un centro di potere dove i boss Gullotti e Cattafi convivono alla luce del sole col magistrato Cassata e con l’ex mi­nistro Nania, con il cugino sindaco e col pre­sidente della Provincia. Un livello supe­riore, che bypassa il livello medio delle per­sone perbene e decide il destino della città.

Non c’è giovane di Barcellona che, conse­guita la laurea, non si iscriva alla “Corda fra­tres”. Sicuramente per prestigio, ma anche per “sistemarsi” professionalmente attraver­so le potenti aderenze di cui dispongono i per­sonaggi più in vista.

Come si spiega che il magistrato Franco Cassata, vero animatore del Circolo – pur essendo da anni oggetto di durissime interro­gazioni parlamentari, di inchieste giudiziarie e giornalistiche, pur essendo chiacchierato per le sue amicizie discutibili – diventa Pro­curatore generale di Messina? Solo oggi, messo sotto inchiesta dalla Procura di Reg­gio Calabria con accuse gravissime, al Csm si parla di un suo trasferimento per incompa­tibilità ambientale. Solo oggi, cioè quando Cassata è alla soglia della pensione.

Come si spiega il fatto che diverse testi­monianze rese all’Autorità giudiziaria contro Attilio Manca provengano dall’ambiente del­la “Corda fratres” fortemente intossicato da certi condizionamenti? Testimonianze che cozzano con quelle di Viterbo, che paiono di segno completamente opposto.

E qui per dovere di cronaca bisogna dire che i rapporti “altolocati” intessuti all’inter­no di quel sodalizio non si fermano qui. C’è l’amicizia stretta fra Ugo Manca (e la sua fa­miglia) con il giudice Cassata, l’amicizia stretta fra Ugo Manca (e la sua famiglia) con Rosario Cattafi, l’amicizia stretta fra queste variegate entità e parecchia gente recatasi dai magistrati a testimoniare contro quel “droga­to di Attilio Manca”. Significa qual­cosa o pensiamo che i contesti non contino nulla?

Ma ipotizziamo pure, Signor Gip, che Attil­io fosse davvero un drogato. Questo spiega a tutti i costi una morte per overdose? Que­sto significa che i magistrati non abbiano il do­vere di indagare a trecentosessanta gra­di? Questo significa non considerare anche l’ipo­tesi dell’omicidio, magari tenendo conto che la scena del presunto delitto potrebbe es­sere stata camuffata?

Anche ammesso che Attilio fosse stato un drogato, non sarebbe stata utile una maggio­re prudenza sulla dinamica della morte, dato che diversi elementi ci portano a ritenere che quella sera, nella casa di Attilio Manca, po­trebbe esserci stato uno scontro violento?

Non è detto che sia così, ma non può esse­re escluso a priori. Eppure la Procura di Vi­terbo lo ha escluso dicendo “Non ci sono ele­menti”. Li ha cercati?

Fin dall’inizio si è sposata la tesi della morte per overdose “volontaria”, e non ci si è spostati di un millimetro.

Restano poi da chiarire i gialli di almeno due telefonate intercorse fra Attilio e la sua famiglia, che secondo il legale dei Manca non risultano nei tabulati telefonici.

La prima telefonata proviene dalla Francia nello stesso periodo in cui viene operato Pro­venzano. In quel caso Attilio dice alla madre che deve assistere a un intervento. A quale? Non si sa.

Il procuratore Pazienti ha affermato che dai controlli effettuati, il dottor Manca in quel periodo risultava in servizio al “Belcol­le”. Come se con un aereo non fosse facile rag­giungere la Francia in poche ore anche nei fine settimana o nei giorni liberi.

La seconda telefonata riguarda l’ultimo colloquio fra Attilio e la madre, intercorso il giorno prima del ritrovamento del cadavere. Il medico – chissà da quale luogo e in quale situazione, ma sicuramente provato – avreb­be lanciato dei messaggi in codice in cui avrebbe cercato di dire di cercare la verità proprio a Barcellona Pozzo di Gotto.

Congetture anche queste, certo, ma ci chie­diamo se è vero che nei tabulati quelle due telefonate non risultano. I procuratori hanno detto che quelle telefonate non ci sono mai state. Ne prendiamo atto.

Quel che appare certo è che ci troviamo di fronte a tanti, troppi, “buchi neri” che Lei, Egregio signo Giudice per le indagini preliminari, è chiamato a chiarire attraverso un compito che si prospetta assai delicato. Buon lavoro.

salvatore.ognibene

Nato a Livorno e cresciuto a Menfi, in Sicilia. Ho studiato Giurisprudenza a Bologna e scritto "L'eucaristia mafiosa - La voce dei preti" (ed. Navarra Editore).

2 pensieri riguardo ““SIGNOR GIUDICE, NON ARCHIVI LA MORTE DI ATTILIO MANCA!”

  • 17/08/2013 in 19:53
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    Essendo Barcellonese e avendo seguito il caso Manca noto delle gravissime imprecisioni:
    1) Nessuno degli indagati Barcellonesi ha mai avuto condanne per mafia (ed essere delinquenti anceh abituali non è essere mafiosi…nonostante non mi piacciano i personaggi non posso dare del mafioso a chi non lo è)
    2) E’ vero che è ” strano ” che un medico possa morire di overdose specie se si considerano le concause ”, si parlka di eroina mischiata ad un quantitativo di alcol e di tranquillanti… (tranquillante preso in momento diverso e vino bevuto a cena?) ma l’esame tricologico non sbaglia quindi il soggetto, pur essendo un bravo medico, era probabilmente dedito all’assunzione saltuaria di stupefacenti.
    3) E’ Notorio che Bernardo Provenzano è stato operato da un equipe di medici Francesi , mi pare alla “Chota” (o qualcosa del genere) e mi sembra che dalla “conferenza” si evinca che il Manca era di servizio a Viterbo.
    4) interessante trovo invece questo passaggio : “Bernardo Provenza¬no, dopo l’intervento a Marsiglia, abbia tra¬scorso una parte del periodo post operatorio proprio nel viterbese, tra Bagnoregio e Civi¬tella D’Agliano” . Se cosi’ è bisogna indagare molto sul Viterbese e cercare i punti di contatto con il caso Manca ma è una competenza che ESULA dalla situazione aperta alla procura di Viterbo perchè per una cosa del genere è e resta competente solo la DDA.
    5) Per parlare di Inoculazione volontaria la prova “regina” è l’assunzione PREGRESSA. Certo che se il povero dott. Manca fosse risultato negativo al Tricologico sarebbe stato lapalissiano pensare a un omicidio preordinato.
    6) Sul Mancinismo non esiste chirurgo che non sia obbligatoriamente ambidestro… per cui un PM non può tenere delle indagini aperte su persone che (ad esempio) risultano altrove al momento della morte del Dott.Manca perchè manca come si dice in gergo tecnico il rapporto di causalità tra la morte del soggetto e gli INDAGATI. Si perchè si tratta di INDAGATI non di imputati e la differenza sta nel fatto che su nessuno è stato trovato un singolo elemento per poter procedere a un processo.
    7) leggo con sgomento ” L’autopsia, condotta dalla dottoressa Dani¬la Ranaletta, moglie del primario di Attilio, ha escluso sia le ecchimosi sul corpo, sia il setto nasale deviato, il volto tumefatto e le labbra gonfie. Una tesi che trova completa¬mente d’accordo la Procura di Vi¬terbo” L’autopsia non sbaglia…per cui non posso mettere in dubbio un atto fatto da un medico professionista o significa ceh non possiamo avere fiducia su niente e nessuno. Quello che si osserva a un primo impatto solo con analisi approfondite può rivelare la verità perchè i depositi emostatici a primo acchitto sembrano LIVIDI ma se si procede a spostare il cadavere quelle macchie si spostano (sono conoscenze basi di medicina legale). Per la botta sul naso se lo stesso era piegato (era la cartilagine e non l’osso o l’autopsia lo avrebbe segnalato) presumo che il corpo sia stato trovato a faccia in giu’ e che il naso sia rimasto schiacciato per un paio d’ore.
    8) sull’impronta del cugino è vero che si trovava in un luogo dove, gli le tracce digitali tendono a distruggersi in poco tempo, ma non si parla di ore ne tantomeno si possono considerare tutti i fattori esterni perchè anche in quell’ambiente a secondo della superficie e di altri fattori un impronta può rimanere oltre un anno e che io sappia è impossibile datare un impronta per cui resta pur sempre una congettura.
    9) sul resto non commento perchè sono fatti sconosciuti…la cosa triste è che Attilio Manca lo conoscevamo tutti e con i suoi pregi e difetti era una persona davvero brillante e ammirevole se c’è un copevole spero che lo trovino ma prego che gli innocenti non debbano pagare mai solo per una “giustizia sommaria”…

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