Riflessioni di un giovane fotografo durante il weekend nero di Parigi

Durante Paris Photo, nella seconda settimana di novembre, la città diventa il punto di riferimento della fotografia internazionale. È venerdì sera, poco dopo le dieci, abbiamo appena lasciato la libreria Monte En L’Air. Facciamo due passi a piedi, amici e colleghi ci aspettano lì vicino. In piazzetta c’è qualcosa che non va. C’è un clima strano. Ci affacciamo a un pub, trasmettono una partita di calcio, Francia-Germania. Forse qualcuno è innervosito dai risultati delle partite, di scommesse perse all’ultimo. Forse sono solo stanco e infreddolito. Sul tavolo a destra i miei amici, meno uno che è al telefono, rientrando dice una frase di cui l’unica parola forte è “attentato”. Sullo schermo continuano a giocare, proprio a Parigi. Al pub birre in mano e impeti francesi verso Giroud e compagni. Che ormai Zizou ha appeso le scarpe al chiodo.

 pub dopo attentato

Faccio dieci metri verso un venditore di kebab. Lui non vede la partita, ha il suo televisore al plasma da quarantadue pollici con un notiziario in diretta. Ordiniamo da mangiare, proviamo a chiedere chiarimenti, il nostro francese è italianizzato e il suo inglese è incomprensibile. I suoi gesti, però, sono emblematici. Mima un’esplosione, dei mitra, ci indica persino che siamo a sole due strade da un attentato. Alle nostre spalle altre persone musulmane, qualcuno parla inglese e ci spiega meglio. Non c’è ancora conferma di una matrice Isis, ma tutti ne sono abbastanza sicuri. Amarezza del sentirsi confusi, loro mussulmani veri, coi terroristi.

Torno al pub, entro nel momento in cui interrompono la diretta. Adesso l’aria è veramente tesa. Qualcuno passa e dice di spegnere le insegne. Qualcuno si allontana. Le notizie si accumulano. I punti d’attacco sono multipli, quasi tutti in centro. Persino dei kamikaze al di fuori di quella stessa partita in diretta, probabilmente non sospesa per motivi di ordine pubblico, mentre al di fuori di quelle tribune stava avvenendo una guerriglia. Si dice che un albero cade solo quando se ne sente il rumore. I terroristi sparano, uccidono, seminano il terrore, ma dentro lo Stade de France tutto continua. Anche poco prima che entrassero al Bataclan, gli Eagles of Death Metal incitavano il loro giovane pubblico, mentre qualche colpo di kalashnikov era già partito in qualche altro angolo del centro parigino contro i civili al bar o al ristorante.

Intanto, si diffonde la notizia che alcuni terroristi sono scappati e in giro per la città si avverte un senso di insicurezza, di vulnerabilità, di impotenza.

Che fare? Restare al pub, prendere una metro, recarsi a piedi a casa? Qualsiasi scelta sarebbe stata pericolosa. L’attentato al ristorante cambogiano era avvenuto proprio nella traversa dopo il nostro alloggio. La notte è stata lunghissima: notiziari in diretta streaming, decine di messaggi sui social.

Dall’Italia la percezione era maggiore. Il terrorismo è diventato anche psicologico e i mass-media stanno facendo il loro gioco. Lo scenario mostra come oggi l’informazione si sia democratizzata, in maniera orizzontale: il cittadino comune è diventato il primo giornalista sul campo, smartphone in mano, invia immagini in diretta sui social network, trasmette in streaming e tanti, molti selfie.

uomo con telefonino

Il giorno dopo l’undici settembre d’Europa, Parigi è scoppiata in un pianto silenzioso, orgoglioso, a testa alta. La reazione della città è forte soprattutto tra i giovani, gli stessi colpiti la sera prima, si riuniscono vicino ai luoghi degli attacchi.

gente raccolta

La violenza non ha spiegazioni, né capri espiatori è cattiva sia a Parigi che a Beirut, Mogadiscio o Catania. Cambia solo la forma e l’obiettivo: chi diventa un kamikaze, chi picchia la moglie, chi nega accoglienza ai profughi siriani, la violenza è violenza.

#PrayforParis è l’hashtag del momento, puoi pregare, è un tuo dannato innegabile diritto, ma non è abbastanza per sconfiggere la paura e la violenza.

gente in preghiera

Boy’s bad news from Paris (but we are still so hard). from Simone Sapienza on Vimeo.

Simone Sapienza (Catania, 1990) è un fotografo documentario residente tra Cardiff (Galles) e Siracusa (Italia). Simone è uno dei co-fondatori di Gazebook – Manifestazione Internazionale del Fotolibro in Sicilia.

 

2 pensieri riguardo “Riflessioni di un giovane fotografo durante il weekend nero di Parigi

  • 28/11/2015 in 12:27
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    vaedo che hai badato ad essere talmente controcorrente al punto che ti sei scordato il messaggio…

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