Qui Librino, i confini della città - I Siciliani Giovani

Qui Librino, i confini della città

Arrestano il “latitante” boss del quartiere. Lui: “E’ vent’anni che vivevo qui”. Come nace l’invasione mafiosa di un quartiere, la vera e propria occupazione militare che, nell’indifferenza delle autorità, lo trasforma in ghetto.

Questa volta siete stati bravi, è da 20 anni che sono in questa casa

Qui Librino, periferia catanese. Da qualche tempo anche da noi è tornata la legalità. Poco più di un mese fa l’ennesima operazione di polizia ha finalmente arrestato il responsabile del degrado di questo quartiere: Giovanni Arena, 56 anni, boss catanese reggente indiscusso di Librino, latitante da 20 anni e scovato a casa sua, circondato dai familiari, ma ben nascosto in un nascondiglio a scomparsa ricavato nello stesso appartamento.

Lo stesso Arena si è voluto immediatamente complimentare con le forze dell’ordine: “Questa volta siete stati bravi, è da 20 anni che sono in questa casa”. Un complimento sincero? un’ultima ironia? o forse un’allusione al fatto di essere stato “posato” e forse consegnato (o quantomeno isolato) e anche per questo catturato. In ogni caso l’incubo e finito, il mafioso arrestato e il quartiere, liberato, può finalmente camminare per la via maestra della legalità.

L’arresto del boss va ricollegato all’intervento, deciso e inatteso, del Sindaco di Catania Stancanelli, il quale ha disposto lo sgombero immediato degli occupanti abusivi dal palazzo di cemento, quartier generale/bunker dello spaccio e nascondiglio di armi e latitanti al servizio della famiglia mafiosa e dei suoi accoliti, sbloccando anche in questo caso una situazione incancrenita da decenni.

Si, il palazzone è ancora lì, deserto, con le sue finestre vuote e le scale demolite e nuove promesse di riqualificazione sono state annunciate fino a qualche giorno fa. Ma non si spaccia più, almeno non proprio lì davanti, non stiamo a sottilizzare. Anche lì è tornata la legalità, non è un fatto da poco.

Per 20 anni, il dominio della famiglia Arena e l’icona del palazzo di cemento, hanno marchiato e identificato questa periferia agli occhi dei suoi stessi abitanti, a quelli della città, come quartiere ghetto e senza speranza, grazie soprattutto ai politici che, anche attraverso le pagine del principale quotidiano cittadino (La Sicilia di Mario Ciancio), non si sono risparmiati dall’utilizzarlo come cassa di risonanza per le loro passarelle elettorali e come facile bacino di voti.

Ma questo appartiene al passato, anche noi vogliamo partecipare a questa nuova aria di riscatto. Il passato ora non interessa più a nessuno.

Tutti in prima fila adesso a congratularsi con le forze dell’ordine; anche coloro che in questi 20 anni hanno creato quel terreno fertile all’installazione di una fortezza criminale. Anche coloro che non hanno permesso l’integrazione del quartiere con la città bloccando, frenando o evitando di impegnarsi per la realizzazione di grandi progetti pensati proprio per questo scopo: un grande teatro che avrebbe dovuto e potuto convogliare le migliori forze della cultura catanese sorge ancora abbandonato e vandalizzato ai piedi del palazzone mentre, ancora oggi su di esso non ci si stanca di annunciare nuovi progetti.

Un’antica masseria distrutta e circondata da campi da gioco invasi dall’erba tra cumuli di immondizia, insieme ad un’altra struttura affidata per qualche tempo al Calcio Catania. Un’edificio scolastico semiabbandonato che di volta in volta viene elevato al rango di istituto superiore (nel quartiere non ce n’è neanche uno), istituto d’arte, istituto musicale ma che intanto rimane semiabbandonato. Un progetto di defiscalizzazione e sburocratizzazione per gli esercizi commerciali in un quartiere povero sostituito da 2 mega centri commerciali a stritolarlo nella sua inedia. Un progetto di una cittadella della polizia di cui, a distanza di anni, di realizzato c’è solo una rudimentale recinzione e il cartello dell’avvio dei lavori, di uffici decentrati del comune e provincia, comandi dei vigili del fuoco invece neppure quello.

Non è forse tutto questo che ha creato quel terreno fertile alla latitanza del boss? Non è forse la carenza di strutture e servizi relativi allo sport, alla scuola e alla cultura, al lavoro che agevolano la messa sul mercato di forze fresche per lo spaccio e la disillusione negli abitanti del quartiere? Allora forse non dovremmo cantare vittoria troppo presto, ancora tanto c’è da fare prima di poter parlare di restituito senso della legalità.

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