Mafia e Stato

Corleone, piccolo paese in provincia di Palermo, ha avuto un certo peso nella storia d’Italia. Così oggi Barcellona, nel messi­nese. E’ il centro di molte cose, e non tutte di mafia. Da lì parto­no i nuovi corleonesi.

Il “principe nero” Rosario Cattafi non è stato solo un boss di mafia. E’ stato un organizzatore politico, un trafficante, un abi­tué dei servizi, un esecutore affidabile di operazioni coperte. In breve, un interlocutore dello Stato. Forse – secondo le voci fil­trate ad arte – una controparte di una trattativ­a.

Ma la verità è che in Italia la trattativa era permanente. La guerra esterna fra America e Russia e quella interna fra grandi proprietari e contadini è stata la sfondo vero della nostra storia. E in guerra non si sottilizza sui mezzi. In guerra anche un Catta­fi può essere usato – da generali e ministri assai perbene – come un male necessario. E dunque acquisire potere.

E’ strano che nessuno, scrivendo la storia di Barcellona, abbia rilevato come tutti i suoi protagonisti principali – il politico Na­nia, il mafioso Rampulla, l’eroe civile Alfano, il boss dei boss Cattafi – siano passati tutti, e con ruoli importanti, per la cellula eversiva nera di Ordine Nuovo di Barcellona. Una delle più effi­cienti d’Italia, e con più legami in alto – come dimostra la vita di Cattafi. In essa tutti sapevano, o intuivano almeno, molte cose su tutti gli altri partecipanti. E non solo di mafia.

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Barcellona è nel Sistema nazionale. Come la Corleone di Pro­venzano, come la Catania dei Cavalieri; ma rispetto ai corleone­si più intima allo Stato. Come tutti costoro, ha avuto le sue mag­giori risorse all’esterno di se stessa; i non-mafiosi sono la vera forza dei mafiosi. L’egemonia culturale, il patto fra i notabili, l’informa­zione mirata, la loro rete: su questo si ba­sano i Sistemi.

A Catania, una componente importante – penalmente signifi­cativa o no, lo stabiliranno i magistrati – è stata ed è il sistema di potere di Ciancio. Che noi da trent’anni contrastiamo concreta­mente, non con occasionali epi­sodi, ma con un ininterrotto im­pegno di cittadini. E col nostro mestiere.

Di fronte ai Ciancio, i giornalisti si dividono. O servono triste­mente, dimenticando se stessi; o servono rimuovendo chi servo­no, illusi che basti a assolverli l’onor di firma.

I pochi che, per propria volontà o perché esclusi, restano fuori, combattono ciascuno per se stesso, da cani sciolti. Anche per loro, la firma è tutto. Non concepiscono altro onore che quello individuale, come dei cavalieri del medioevo.

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Noi andiamo per un’altra strada. Noi non lottiamo da soli. Noi siamo semplici componenti di qualcosa che è più grande di noi, che va dal giornalista famoso al giovane che inizia ora. Siamo un piccolo ma unito esercito, non dei cavalieri isolati. Perché non dobbiamo far brillanti tornei , ma vincere una guerra. Que­sto ci è stato insegnato.

E’ una cosa impossibile, lo ammettiamo, da far capire ai colle­ghi arrivati, quelli che credono in Dio, Mia Carriera e Mia Fir­ma. Ma la capiscono i giovani, per fortuna. E così andiamo avanti.

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