Quattro tumuli di frumento - I Siciliani Giovani

Quattro tumuli di frumento

Nicolò Azoti e Calo­gero Cangelosi: due nemici della mafia agraria nella Sicilia del latifondo

Nella tabella dei pesi un tumulo di frumento equivale a quasi sedici chilogrammi (15,86) e per ammazzare un uomo ne bastavano quattro: era questa la tariffa stabilita dalla mafia agraria per togliere di mezzo sindacalisti e contadini che volevano semplicemente applicare la legge di Riforma agraria che imponeva condizioni più favorevoli per i contadini.

Nel secondo dopoguerra, nell’Italia “liberata”, democratica e repubblicana non si poteva essere socialisti o comunisti, cioè non si poteva godere di quei diritti solennemente riportati nella Costituzione appena approvata e allora bastavano quattro tumuli di frumento per eliminare quelli che non ci stavano. E furono decine i morti ammazzati di quel terribile periodo e per nessuno ci fu un processo e per nessuno un funerale in chiesa perché il papa li aveva pure scomunicati.

Quelle che seguono sono due “schegge” dedicate ad Antonella Azoti, figlia Nicolò di Baucina e a Serafino, vedova di Calogero Cangelosi da Camporeale.

Una solitudine ed un silenzio di più di quarant’anni. Antonella aveva quattro anni quando, nella notte, sentì le urla disperate della mamma Mimì che accoglieva il lamento del marito che le ripeteva “Mimì mi hanno sparato, Mimì mi hanno sparato”.

Era la notte del 21 dicembre 1947 e Nicolò Azoti morì dopo tre giorni all’ospedale di Palermo, dopo avere indicato ai carabinieri i nomi degli esecutori e dei mandanti della sua esecuzione.

Con l’assassinio di Nicolò Azoti la mafia latifondista volle stroncare il progetto contadino di applicare la riforma agraria voluta dal ministro Gullo e istaurò il terrore sul territorio di Baucina.

“L’uccisione di nostro padre era stata un’uccisione dimostrativa, plateale. Doveva dimostrare a tutti: vedete come si finisce se non vi fate i fatti vostri! Allora la gente si era intimorita, terrorizzata e addirittura si teneva lontano , non solo non si parlava del fatto in se stesso, ma neanche dell’uomo. Era preferibile evitarci. Per cui noi ci siamo ritrovati soli: morto lui, morta la memoria”. (Gabriella Ebano. Felicia e le sorelle. Ediesse. Roma. 2005. pag. 24)

Poi, in un salto temporale di una quarantina d’anni, dal freddo e triste Natale 1947 ad un caldo pomeriggio di via Notarbartolo, a Palermo, accanto all’ “albero Falcone” con migliaia di persone.

“Guardate che la mafia non uccide solo oggi, uccide da decenni … solo che non si sa, non si dice, non si parla. La mafia ha ucciso anche mio padre, perché lottava per i diritti dei contadini. Aveva trentasette anni, la vita davanti, un futuro fatto di tante speranze,aveva due figli, mia madre aveva trent’anni, io sono la figlia e non lo conobbi”. (Gabriella Ebano. Felicia e le sorelle. Ediesse. Roma. 2005. pag. 28)

Un caldissimo e lunghissimo applauso avvolse Antonella che da quel momento non si sentì più sola e interruppe l’insopportabile silenzio su Nicolò Azoti: anche Baucina riparò all’isolamento della famiglia con giuste e doverose testimonianze. Oggi Antonella Azoti è segretaria dell’Associazione Non solo Portella fondata dallo storico Giuseppe Casarubea.

 

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A Camporeale ed in Sicilia le elezioni del 18 aprile 1948 si svolsero nel contesto delle lotte contadine contro la mafia e il sindacalista Calogero Cangelosi era un bersaglio da abbattere.

La moglie Francesca aveva avvertito il pericolo e, assieme agli amici ed ai parenti aveva implorato Calogero di stare attento: gli erano arrivate minacce ed anche proposte allettanti solo se avesse smesso di stare dalla parte dei contadini.

Lui conosceva bene i meccanismi d’intimidazione mafiosa e avvertì i compagni della Camera del Lavoro di un appuntamento che “certe persone” gli avevano dato in un casolare di campagna e Francesca temeva che gli facessero fare la stessa fine di Placido Rizzotto.

Lo andarono a liberare da quel sequestro, ma la condanna a morte fu eseguita appena quattro giorni dopo e Francesca ebbe addirittura modo di ricostruire i preparativi dell’agguato che si consumò nella notte tra il l’uno e il due aprile.

Non ci fu funerale perché Calogero era un morto ammazzato e, per giunta, comunista.

Certamente le cinquantamila lire che Nenni le mise in mano non potevano mai risolvere i gravissimi problemi della famiglia di Francesca:

“Mi lasciarono l’affitto da pagare e quattro figli che piangevano: chi voleva le scarpe, chi le calzette. Non avevo una lira. Allora me ne andavo in campagna a zappare la terra. Non sapevo cosa fare per mantenere la famiglia”. ( Gabriella Ebano. Felicia e le sue sorelle. Ediesse. Roma. 2005. pag. 91)

Né funerale, né giustizia:

“Io sono andata dal mio paese, dalla legge e ci ho detto così:”A mio marito lo hanno ucciso e io voglio giustizia”: Mi rispose il maresciallo : “Signora se ne vada a casa, a noi non si comanda! Comanda la mafia! A chi ha ucciso suo marito gli hanno dato quattro tumuli di frumento”. Quattro tumuli di frumento per ammazzare una persona!” (G. Ebano. Felicia e le sue sorelle. op. cit. pag 90)

Lasciò Camporeale e la Sicilia per l’insopportabile paura che fa tremare di giorno e di notte.

 

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