Padre-padrone, marito padrone (e mafioso). Poi, la rivolta

Carmela Iuculano è una donna siciliana, ha trentanove anni e vive sotto protezione. Per i primi trent’anni della sua vita ha rinnegato se stessa in nome degli uomini e del loro potere

È fuggita da un padre che la soffocava, sposando un uomo forte e spavaldo. La violenza si è alternata al silenzio. Un gioco spietato in cui ogni passo compiuto era quello sbagliato. In una notte di maggio del 2004 ha deciso di riprendersi quello che le spettava.

Carmela cresce a Cerda, una cittadina vicina a Palermo. La sua è una famiglia per bene, hanno un’impresa. Fin da piccola Carmela deve incarnare la parte della brava ragazza. Non le è concesso uscire con le amiche, non può andare alle feste di paese. Sebastiano, suo padre, è geloso, possessivo, non le permette di mettere bocca nelle questioni di famiglia: è la figlia femmina, deve stare zitta e obbedire.

A sedici anni le propongono di partecipare ad una selezione per Miss Italia, quando un giorno un ragazzo di nome Pino la avvicina per strada: «Se accetti di fare il concorso non diventerai la mia ragazza». Carmela alza lo sguardo fiero: «E tu chi sei per decidere che io sono la tua ragazza?». Pino le risponde secco: «Lo decido io e basta».

È lui l’uomo giusto: così sicuro di sé terrà testa a quel padre padrone che la tiene chiusa in casa. «Me ne sono andata facendo finta che andavo dalla mia nonna … da lì hanno sospettato qualcosa e mi cercavano, e mentre mio padre mi cercava è stato fermato dall’altro zio di mio marito, Rizzo Angelo, con una lupara, un fucile, e in mezzo alla strada lo fermò dicendogli che lui si doveva stare fermo, che ormai io appartenevo a suo nipote e che non doveva cercarmi più».

Carmela è delusa dal comportamento del padre, non credeva si sarebbe arreso così facilmente. Forse, pensa, non sono così importante per lui come credevo. Scappa. Una fuga di cui ignora la meta. Il giovane Rizzo ha potere e questo è sufficiente. Carmela non sa a che destino sta andando incontro.

La famiglia di Pino è affiliata a Cosa Nostra. Suo zio è Rosolino Rizzo, capomafia di Cerda, condannato all’ergastolo per duplice omicidio. I Rizzo erano legati al braccio destro di Provenzano, Nino Giuffrè, ora collaboratore di giustizia.

Carmela a diciassette anni rimane incinta, è costretta a trascorrere l’intera gravidanza a letto. Intanto Pino trova lavoro, in casa non si vede e, quando c’è, è come se non esistesse. Quando nasce Daniela la situazione peggiora: la neonata dorme di giorno e piange di notte. Pino perde la pazienza e si sfoga con Carmela, la picchia, poi comincia a tradirla. Inaccettabile per Cosa Nostra. Interverranno i parenti di Pino, lui si giustifica con zio Rosalino: «Carmela non mi soddisfa sessualmente». Lo zio non sente ragioni, Pino deve stare con la moglie altrimenti l’onore della famiglia è perduto. Carmela si confida con la madre: «Mi fa guardare i film pornografici e mi chiede di fare quelle cose. Ma che devo fare?». La risposta è sempre la stessa, un dogma: «Se tuo marito te le chiede, le devi fare».

Alla fine del 1993 Carmela è di nuovo incinta. La madre si trasferisce a casa sua per aiutarla. Sarà lei a svelare il mistero della famiglia Rizzo. «Una mattina mentre faceva i mestieri giù al pianterreno, mamma si accorse che sotto al mobile bar c’erano delle cose a terra, sposta ’stu mobile e vide che c’erano un fucile e una pistola… Io poi chiesi a mio marito, che negò tutto. Una sera però mio marito tardava a salire e così, piano piano, sono scesa per vedere che stava facendo, magari stava mandando qualche messaggio col telefonino, sempre per cose diciamo a livello extraconiugale, e invece trovai che era in bagno e toglieva una busta da dentro la cassetta dell’acqua, e gli chiesi “ma che c’è lì dentro?”, e lui mi disse “niente, sono munizioni”. E io: “Allora perché mi hai negato quello che aveva detto mia mamma?”, e lui si è messo a ridere, come al solito; quando non aveva risposte da darmi, rideva, e buonanotte».

Qualche mese dopo nascerà Serena: un’altra femmina, un’altra delusione. Carmela non è buona a far niente, neanche i figli. Dopo un breve periodo in carcere, Pino torna a casa, più violento di prima. La galera non è stata altro che la definitiva investitura mafiosa. Mamma di due bimbe, moglie per forza, Carmela non mangia più, vomita, soffre d’anoressia. Una sera ingoia delle pasticche, una, due, tre… Perde il conto e si addormenta.

Quando si risveglia in ospedale, il marito le da’ il colpo finale: «Dallo psicologo non ci vai. Se ti permetti, ti faccio togliere le bambine e ti mando in manicomio. Io ti ho sposato solo per avere vantaggi economici dalla tua famiglia. Io amo un’altra donna, abbiamo anche pensato di trasferirci al Nord».

A impedire la fuga a Pino non è il matrimonio, è Cosa Nostra. Lo zio Rosolino interviene di nuovo, il nipote sarà costretto a chiedere scusa alla moglie. Carmela vede uno spiraglio di luce: vuole approfittare della debolezza di Pino per prendere le redini del gioco. I rapporti sembrano migliorare, al punto da divenire la complice numero uno del marito. Pino vuole diventare capo-mandamento di Cerda, chiede a Carmela di aiutarlo nella scalata al potere. Lei comincia a coprirlo, ormai sa di essere la moglie di un boss.

Recita la parte come fosse la prosecuzione del copione che leggeva da bambina. Dalla mani del padre è passata alle mani del marito. Spesso, durante le riunioni del clan, Carmela porta le bambine dai nonni per lasciare la casa indisturbata; altre volte rimane, per controllare i movimenti all’esterno dell’abitazione. Dopo l’arresto dello zio Rosalino, Pino spera di prendere il suo posto, ma qualcosa non va per il verso giusto. Poco dopo viene arrestato. È dicembre 2002. Carmela andrà a trovarlo in carcere per fargli conoscere il piccolo Andrea, appena nato. Pino sembra contento, ma è concentrato solo su sé stesso. Le dichiarazioni di Giuffrè lo hanno esaltato. Il pentito ha rivelato alla Procura che Pino Rizzo è un uomo pericoloso, indicandolo come suo stretto collaboratore. Ma Pino non è preoccupato, in carcere sta come un pascià, grazie all’aiuto della moglie continua a dirigere i suoi traffici senza difficoltà. Proprio durante i colloqui in carcere, Carmela conosce un altro uomo. Cominciano a frequentarsi: lui è galante, la riempie di complimenti, la porta al ristorante. Carmela sogna di fuggire. Un sogno che dura un momento: il suo amante è un uomo della camorra, sarà lui stesso a confidarglielo. Lei stenta a crederci.

Un labirinto senza uscita, una maledizione. Carmela prega, cerca un senso per continuare a campare. È il 4 maggio del 2002, la Polizia bussa di nuovo alla sua porta. Questa volta sono venuti a prendere lei. L’arrivo in carcere è traumatico, sente i bisbigli delle detenute al suo passaggio: «Eccola la boss dei Boss». Carmela ha solo paura, di essere la moglie di un mafioso non gliene frega niente. Pochi giorni dopo le saranno concessi i domiciliari. Tornata a casa troverà solo i figli ad aspettarla. Daniela, la più grande – di dodici anni – le vuole parlare: «Mamma io non ti ho mai detto niente, ma mi vergogno tanto di essere considerata la figlia di un mafioso. Perché non dici la verità alla Polizia?». Carmela è sbalordita. Non sa cosa dire. «Lo sai che significa? Dovrò accusare papà di cose molto brutte, persino di aver ucciso. Saremo costretti a partire da soli, non rivedremo più i nonni, gli amici, la nostra bella casa». Daniela: «Mamma, saremo tutti insieme». È l’alba. Le bambine e il piccolo Andrea dormono, Carmela scrive alla procura di Palermo. Pochi giorni dopo delle macchine scure e una fila di agenti arrivano davanti la casa della famiglia Rizzo, per portarli via. Carmela guarda dal finestrino la vita che sta abbandonando. «Mi manca la mia terra, il mare, il sole, ma mi piace questa nuova Carmela: mi sento pulita, libera, sono una persona normale come tutti, non sono più impigliata in quella ragnatela che è la mafia, che ti stringe fino a non farti più respirare». Questa volta è stata lei a scegliere.

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