Una notte italiana

Il diciassette marzo ero a Genova a manifestare. Una notte insonne alle spalle e tanti chilometri sotto i piedi. Terminato il corteo ho preso un treno, il primo: Genova-La Spezia. Da lì sarei arrivata a Parma e da Parma a Bologna.

Piccolo tour per risparmiare qualche soldo.

Salita sul treno a La Spezia sono scivolata in un caldo torpore. Ero sul punto di addormentarmi quando è spuntato il controllore: alla prossima fermata saremmo dovuti scendere tutti. Il caldo torpore si è trasformato in un principio d’infarto: «Come scusi?».

Quella notte c’era uno sciopero che interessava solo la Regione Toscana. Quella fermata, alla stazione di Pontremoli era l’unica in Toscana.

«Scusi ma io devo arrivare a Parma e da lì ho una coincidenza per Bologna».

«Signorina la vedo dura, la perderà di sicuro».

«Senta signor controllore come faccio a rimanere da sola tutta la notte alla stazione di Parma? Ha idea di quanto può essere pericoloso?». Lui mi ha guardato ed ha abbassato la testa: «Una guerra fra poveracci, quelli hanno tutte le ragioni per scioperare e lei tutte le ragione per essere incazzata». Una perla di saggezza che abbiamo ascoltato io, i binari di Pontremoli e due ragazze che come me dovevano arrivare a Parma. Poco dopo si avvicinano: «Dai, stai tranquilla, noi studiamo a Parma, abbiamo casa lì, ti ospitiamo. Da sola non rimani. Troviamo insieme una soluzione».

Come cambiano le parole quando a pronunciarle è un estraneo. Forse, mi sono talmente abituata a vivere in un mondo arrabbiato che basta poco per sconvolgermi, per commuovermi.

Un paio d’ore dopo siamo riuscite tutte e tre ad arrivare a Parma. Scesa dal treno mi squilla il cellulare. Un miracolo: da Bologna stavano partendo in macchina per venirmi a raccogliere.

No, il miracolo era un altro: erano quelle due ragazze. Semplicemente due persone buone.

Volevo lasciar loro un ricordo di quella notte.

Nello zaino avevo la bandiera di Libera. Uniti contro le mafie. Gliel’ho data.

Se la sono attaccata in camera.

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