“Mia moglie? Mia proprietà”. Morire di mafia, e di marito

Mentre continua il silenzio dei mass media sul processo in corso a Milano per l’uccisione della testimone di giustizia, Lea Garofalo, i giovani di Libera, nel capoluogo milanese come in Calabria, hanno scelto di “adottare” la storia della giovane donna e della figlia, Denise

Di mafie e di violenza le donne continuano a morire, dal Sud al Nord e il loro grido di denuncia e allarme rimane inascoltato

«Agli inizi io ho mantenuto i rapporti, anche perché quando gli ho detto … che avevo intenzione di lasciarlo e di andarmene via … mi è saltato addosso, sono intervenute le guardie, un macello insomma …». L’uomo da lasciare è Carlo Cosco, raccontato da Lea Garofalo, la testimone di giustizia, originaria di Petilia Policastro in Calabria e morta a Milano, dopo un sequestro, un “brutale interrogatorio” e un omicidio, il 24 novembre del 2009. Una storia di donne e di ‘ndrangheta, quella di Lea, che abbiamo raccontato nel primo numero de “I Siciliani Giovani” ma anche quella di una moglie e di un marito, di rapporti di “proprietà” e “controllo ossessivo” generati dalla necessità di tenere insieme affari, potere, famiglia. Principali accusati di questo omicidio l’ex convivente della donna, Carlo Cosco, ed il fratello, Giuseppe. Intorno a loro una rete di fiancheggiatori, sui quali pendono più di un sospetto e alcune prove: Vito e Rosario Cosco, Massimo Sabatino e Carmine Venturino. I Cosco a Milano, secondo gli inquirenti, trafficano droga e “gestiscono” buona parte degli equilibri del quartiere che ospita il condominio di via Montello 6. Nei loro confronti pendono le accuse di sequestro e omicidio premeditato nell’interesse della“famiglia” agli occhi della quale Lea era e restava una donna pericolosa per le dichiarazioni rese ai magistrati (dagli affari di droga a Milano, all’omicidio di Antonio Comberiati, uomo di mafia, ucciso il 17 maggio 1995 ma “dichiarazioni mai confluite in un processo”) e anche per quella sua voglia di andare via, lontana da tutti, lontana dai Cosco e dalla ‘ndrangheta, conosciuta sin da piccola. Per l’omicidio di Lea Garofalo la prossima settimana sarà decisiva: le udienze porteranno dritte alla sentenza per un omicidio che non sarà di mafia, eppure nell’ordinanza di custodia cautelare per gli imputati i magistrati scrivono esplicitamente che si tratta di un omicidio premeditato con aggravanti “l’abuso di relazioni domestiche” e finalità di “agevolare l’attività di stampo mafioso”. Un ossimoro tutto da risolvere.

I giovani per Lea e Denise

La storia di Lea continua ad interessare poco il grande mondo dell’informazione che solo in qualche ritaglio di cronaca se n’è occupato. Mentre è stata “adottata” sul web: le udienze vengono raccontate su Narcomafie e Libera Informazione dalla cronista Marika Demaria e dalla testata on line degli studenti di “Stampo antimafioso”. In tribunale al fianco di Denise le avvocatesse di parte civile Enza Rando e Ilaria Ramoni. Al coraggio di queste donne, si è affiancato quello dei giovani che a Milano hanno fatto nascere un presidio della rete di associazioni di Libera dedicato a Lea. Erano a Genova il 17 marzo scorso, per portare questa storia nella Giornata della Memoria e dell’Impegno e rientrati a Milano, 21 marzo, insieme alla cittadinanza, sono andati sotto via Montello 6 per leggere, proprio in faccia ai presunti assassini di Lea che ancora “comandano” su quel territorio, i 900 nomi delle vittime delle mafie. Nelle stesse ore i ragazzi di Crotone hanno parlato a Denise, loro coetanea, loro conterranea, attraverso una lettera aperta. Alla ragazza, da poco, la Regione Lombardia ha deciso di garantire il sostegno dovuto: proseguimento degli studi a carico dello Stato.

 

SCHEDA

La strage silenziosa delle donne. Quello stesso Stato che non ha saputo proteggerla e che non riesce a far suo il grido d’allarme e di denuncia delle donne vittime di violenze e di mafie (37 uccise dall’inizio dell’anno in Italia per mano di uomini) e che a Sud, ma molto spesso anche nel profondo Nord, si trovano impegnate in una lotta di liberazione da due poteri che spesso coincidono: quello dei molti compagni che le ritengono “cosa loro” e quello della ‘ndrangheta che le minaccia, le costringe a scappare, le uccide, quando cercano per sé e per le proprie figlie, centimetri di libertà.

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