Mafia e aziende alleate anti-crisi - I Siciliani Giovani

Mafia e aziende alleate anti-crisi

La presenza della mafia in attività legali non è una novità. Ma oggi i confini sono più sfumati. E spesso a guadagnarci di più non sono i mafiosi. Ne parliamo con Rocco Sciarrone.

Spesso si parla di infiltrazione della mafia nell’economia legale, ma dalla vostra ricerca emerge il percorso inverso. Come funziona?

«Si tratta piuttosto di compenetrazione e a volte è l’imprenditore che sfrutta il legame mafioso per arrivare al successo. Diventa così difficile distinguere il confine tra lecito e illecito e tra imprese buone e cattive. È l’area grigia, piena di sfumature. La mafia c’è, ma è solo una parte del problema».

Quali sono gli effetti di questa compenetrazione?

«Distrugge le proprietà economiche e deforma i rapporti di mercato. Inoltre scoraggia a priori l’attività imprenditoriale. Si fronteggiano due Italie, una che cerca di resistere e diventare competitiva nei mercati globali e l’altra che cerca l’adattamento, una resistenza al ribasso fino ad arrivare all’accordo con la mafia. Da come finirà questa lotta dipenderà il nostro sviluppo».

Cosa favorisce questo meccanismo?

«Un contesto che non è caratterizzato da arretratezza, ma da un certo dinamismo economico. Oltre al radicamento delle organizzazioni criminali nel territorio tramite la violenza e il capitale sociale, cioè le loro reti di relazioni. E anche l’abbassamento dei costi morali degli imprenditori che non si fanno scrupoli di arrivare al successo grazie al rapporto con la mafia».

Due dei casi esaminati riguardano la grande distribuzione commerciale e i trasporti nell’area della Sicilia orientale. Cosa è emerso?

«In questi settori sono in continua espansione i comitati di affari tra i mafiosi e soggetti come politici, imprenditori e professionisti. E non è detto che sia la mafia a ricavare più vantaggi e a detenere la regia degli affari».

La vostra analisi demolisce anche l’immagine della mafia come spa e dei mafiosi come abili imprenditori. Perché?

«I dati sul presunto fatturato mafioso hanno una grande eco mediatica, ma anche alcuni magistrati ammettono che non hanno fondamento e servono solo a tenere alto l’allarme sociale. È vero poi che i giovani mafiosi studiano ma, se analizziamo le loro attività, riscontriamo che sono impegnati in settori a basso livello tecnologico e facili da avviare. Per gli investimenti hanno bisogno di soggetti esterni, che vogliono la loro parte».

Esistono strategie di contrasto?

«Non ci sono efficaci strumenti per colpire le aree grigie. Si dovrebbe introdurre il reato di autoriciclaggio. La pulitura del denaro sporco, se fatta dallo stesso soggetto che lo ha ottenuto, non è sanzionata. Bisognerebbe rendere operative le black list delle aziende colluse, ma anche le white list per incentivare quelle oneste. Deve diventare sconveniente l’accordo con il mafioso. Ovviamente queste proposte richiedono scelte politiche».

Alleanze nell’ombra. Mafie ed economia in Sicilia e nel Mezzogiorno. Fondazione Res. A Cura di Rocco Sciarrone

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