Convivenze: panna acida e facebook

Lo straniero è di casa. Nel bene e nel male. Vestiti, turbanti e veli, dividono molto più delle parole. L’abito omaggia la cultura quanto il colore della pelle: produce automaticamente il luogo comune.

Povera donna! – qualcuna mormora alla vista di un velo.

Povera senza denaro?

 – No, povera nel senso di sottomessa, remissiva, non emancipata, alla mercé dei maschi, insomma schiava!

Nero? Africano di certo e venditore di roba contraffatta! Biondo? Fine tedesco e chissà, magari manager! Polacca? Colf! Cinese? Commerciante di diavolerie! Giapponese? Turista fotomane!

Oppure: “Non mangia  carne di maiale e venera la mucca” (fra una religione e l’altra non facciamo differenza); “adora il  pesce crudo e i germogli di soya”; “non conosce la democrazia e le sue libertà”. Così, a prima vista.

Buddista, musulmano, induista: tutte le religioni in una, nel nostro sguardo distratto. Siamo profondamente miopi alla diversità.

A tavola, cibo unisce-cibo divide. Chissà cos’è questo, chissà cos’è quello. Ma è commestibile? Ma non fa male? Chi l’avrebbe mai detto! E intanto l’altro scruta la nostra vecchia caffettiera napoletana con diffidenza,  come un oggetto posato in tavola (e potenzialmente pericoloso) chissà perché:

 – Cosa serve questa?

– Cosa serve?- rispondiamo sbigottiti come se ci avessero chiesto dove si trova la Kamchatka. Povera nostra fonte di caffeina quotidiana! E ci buttiamo a riabilitarla, con dettagliatissime spiegazioni, agli occhi dello straniero.

Spieghiamo pure che la pasta in Italia si mangia al dente, prima che – secondo noi – diventi colla; che il pane qui è color pane, è fatto di farina di grano e non di sostanze strane tipo la segale di color nero.

“Stasera pasta con panna acida!” fa lui. Oddìo, roba scaduta! Gliel’avranno rifilata dallo scaffale invenduti! pensiamo istantaneamente. Per noi, l’unica panna è infatti quella dei dolci. E l’insalata russa? Buona la maionese! Deliziosa! “Ma no, è insalata lituana. S’è sempre chiamata così”.

I russi la chiamano russa, i lituani lituana, i lettoni insalata lettone… e ognuno ci tiene moltissimo, guai a cambiargli il nome.

E mentre polemizziamo su questo e quel crocefisso da appendere e quel corano da sistemare, non ci  accorgiamo che il mondo ormai va verso una cultura umana. Gli economisti gridano alla globalizzazione, gli antropologi all’egemonia culturale, i cattolici parlano di fedi dialoganti… ma alla fine sono tecnologie e nomi di marche a far da ponte fra le isole umane. Mobile da montare? Dappertutto è Ikea. Cartoni animati? Disney. Un panino alla svelta? McDonald, dappertutto. 

Ora, qui davanti al computer, nulla mi sembra più roba dall’altro mondo. E’ proprio l’altro mondo che mi sta entrando in casa, qui e ora.

Nel bene e nel male, è la tecnologia il mezzo di connessione col mondo esterno. Per la strada, tutto ci par motivo di divisione. Ma il computer è un linguaggio universale.

Questo è il terzo millennio. Cristianesimo, islam, Budda, bianchi gialli e neri: ma davanti ai signori Microsoft e Apple – e ai loro parenti stretti: mr Google, miss Youtube, Twitter, Facebook – qualunque diversità crolla. E fa girare quattrini, anch’essi senza colore o religione.

Così diventiamo così, come ci hanno voluto e programamto

Siamo diventati proprio come essi ci hanno voluto: dipendenti da loro, e tutto sommato (è un bene, è un male? chi lo sa) abbastanza contenti di esserlo.

Tesoro stasera io cucinarti ottima cena: albicocche e petto di pollo con banana!

Va bene. “File, browser, share, upload, login”, non è più inglese, ma italiano e indù. “Jpeg, Avi,Rar, Zip e Doc”: non è l’alfabeto maya ma quello della nostra vita di ogni giorno. 

“Come faceva quella canzone? Quella che mi hai dedicato? La cerco su youtube!”. “Cosa Googli oggi?”. E via così. Dappertutto.

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