Le vite dei neri non contano

Lo scorso 13 giugno l’elegantissimo avvocato Maravigna, a capo del comitato di residenti di Corso Sicilia a Catania, si è incontrato con il Prefetto, Sua Eccellenza Claudio Sammartino, zio di quell’altro Sammartino che ha preso 32mila voti di preferenza alle elezioni ed è indagato per corruzione elettorale. Vogliamo “lo sgombero dell’insediamento di clandestini nell’area privata di piazza della Repubblica” hanno preteso i residenti. E pare, da quanto raccontano i presenti , che Sua Eccellenza abbia detto di aver messo a disposizione del Sindaco la forza pubblica per lo sgombero dell’accampamento.

Appena quattro giorni dopo il Sindaco Salvo Pogliese, di suo pugno, solennemente, ha ordinato “l’immediato sgombero coatto di persone e cose al fine di ripristinare le condizioni di sicurezza sociale, igiene e salute pubblica”. “L’esecuzione dello sgombero, così come intimata, è di competenza del Comando di polizia municipale, congiuntamente alle Forze dell’Ordine che verranno impiegate su disposizione del Questore di Catania”.

Ma nessuno ancora si è presentato per dar seguito all’ordinanza di sgombero, ai desiderata del comitato di residenti e al non troppo tacito assenso del Prefetto. In piazza della Repubblica ancora oggi si è vissuta una vita ai margini, senza dignità e senza nemmeno un bagno.

In qualche centinaio di metri quadri di sterpaglia stretti tra due palazzoni, sono montate, nascoste da un muretto e da una fitta rete metallica, una dozzina di tende a igloo. Sul lato del terreno che si affaccia sulla fiera, si erge una capanna di legno, lamiera e materiale di risulta, con una lontana parvenza di casa. Ai lati una serie di teli sono montati alla meno peggio, per fermare il sole. Gli spazi destinati alla vita sono mischiati con la spazzatura: un piccolo triciclo per far giocare i bambini, pannolini sporchi, preservativi, buste dell’immondizia, un tavolino dove fare la cena.
Si sopravvive come si può. La mattina si esce presto dalle tende. Alcuni si perdono nelle vie di San Berillo, dove a chi non ha nulla viene messa in mano la droga da vendere. Altri, con bottiglia e spazzola in mano, raggiungono i semafori più vicini, per lavare i vetri alle macchine. Altri ancora si allontanano dalla puzza, alla ricerca di un po’ di ombra.

Vite interrotte. Prive di un posto in cui pisciare senza che chiunque possa guardarti. Notti di dormite a terra, senza potersi cambiare un vestito, senza poterlo lavare. L’odore che smette di avere qualsiasi odore. Vite che perdono la dignità e si trasformano in rassegnazione, in depressione, in rabbia, in dipendenza da sostanze. Quanto si può rimanere sani di mente? Quanto si può allontanare la violenza?

Dentro quel recinto in piazza della Repubblica pascola il degrado. Nascosti dalle reti di metallo si resta invisibili fino a quando non si fa troppa puzza. Perché quando il fetore arriva ai balconi dei palazzi, allora qualche civile cittadino chiede la rimozione di quei corpi: “portateli altrove, nascondeteli da qualche parte, non fatemeli più vedere”. Di solito, dopo gli sgomberi, si riempiono di carne i ruderi sulla riva del mare accanto alla stazione. Uno di questi è stato appena abbattuto: al suo posto ci vogliono costruire il palazzo di giustizia.

In piazza della Repubblica, dentro San Berillo, nei palazzoni abbandonati del porto e della stazione ci sono le nostre banlieue, le nostre favelas, come nei sobborghi di città del Capo, come le baraccopoli di Nairobi.

Certo un mare di umanità ogni giorno riempie lo stomaco di chi dorme tra i rifiuti. Ma chi urla contro la polizia, perché non si possono certo cacciare dei senzatetto con la forza, sa bene però che non si può neanche vivere in quel degrado. Quella gabbia di disperati va cancellata: non è altro che un lager moderno, disumanizzante, tragico, cattivo. Per farlo occorre dare una casa a chi non ne ha, una vita a chi crede che gliel’hanno già tolta, una speranza a chi si è rassegnato alla disperazione, una cura a chi ha già perso la testa. Altrimenti sarà solo pulizia etnica: in quel recinto vivono solo i neri.

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