Paolella, l’artigiano delle icone

Napoli. Contro il turismo mordi e fuggi

Camminare per le vie del centro storico nei giorni di Natale è un piccolo shock per la maggior parte delle persone che vivono tutti i giorni Napoli: non da turisti, ma da abitanti, studenti o lavoratori. Superando il triangolo delle Bermuda tra San Gregorio e via Tribunali si trova salvezza sopra San Gaetano, verso l’Anticaglia. Qui c’è Neapolitan Sacred Art, un bugigattolo di pochi metri pieno d’icone sacre dell’Addolorata, occhi di vetro, ex voto e anime pezzentelle.

francesca de paolis

Fabio, il proprietario, è solo con il suo cane Atomo, un dolcissimo bulldog. Quarant’anni, nato a San Giovanni a Carbonara e residente a Pio Monte della Misericordia, Fabio ha sempre fatto questo lavoro: “A quindici anni lavoravo nelle botteghe artigianali e nei laboratori tra San Biagio e San Gregorio Armeno. Ho imparato così: non ho fatto nessuna scuola. Negli anni Novanta la manodopera era più italiana: il ragazzo dell’Accademia aveva più possibilità di spratichirsi per accontentare quella mole di lavoro. Ora ci sono indiani, srilankesi…”.

Mi racconta che è così per molti comparti dell’artigianato locale: “Se vai a Torre del Greco, il corallo non si fa più perché si sono mangiati i fondali; se vai a Capodimonte stesso i rivenditori di porcellana hanno importato cose cinesi, lo stesso a San Gregorio Armeno. Oppure c’è un passaggio generazionale che è mancato. Chi ha campato sempre di questo, ora non riesce più a far campare il figlio. Negli anni Ottanta e Novanta c’è stato un boom dei pastori e tutti riuscivano a essere più competitivi. Ora chi ha un negozio di famiglia a San Gregorio Armeno, preferisce non continuare il lavoro paterno”.

Fabio è nato negli anni Duemila, un periodo difficile per questo tipo di attività: ha iniziato col prestito d’onore e oggi ha uno store on line con acquirenti da ogni parte del mondo. Si occupa di riprodurre icone sacre dal Seicento all’Ottocento e i relativi accessori. Le icone riprendono un mestiere antico: “Il prolungamento di San Gregorio Armeno si chiama ‘via dei Figurai’. Dopo la fine del Regno di Napoli, c’era la miseria e tutti i napoletani volevano delle icone sacre in casa. Si facevano per tutti i budget. Questi figurai hanno prodotto delle icone standard come l’Addolorata o la Madonna Immacolata. Se pensiamo alla Madonna, subito ci viene in mente quella di Fatima di gesso che è più comune perché industriale, ma le Madonna vere sono le nostre, difficili da riprodurre. Dall’Ottocento passiamo al 1970-80 con l’invasione della plastica. Non si riproducevano cose di un certo valore come terracotta con occhi di vetro e vari accessori che magari costano più della statua stessa. Riprodurre nel 2018 qualcosa che nell’Ottocento costava nulla è impensabile”.

Quella di Fabio è una produzione interamente artigianale: si occupa di ricreare le icone e di disegnarne accessori e gioielli; alla vestitura ci pensano la mamma e la sorella. La vendita di accessori per santi e icone antiche trova mercato presso privati cultori di questo periodo storico della scultura napoletana. “Se vai in Germania, c’è un museo che si chiama Krippen dove l’ala maggiore è dedicata al presepe napoletano. La scultura del pastore napoletano, confrontata con sculture dello stesso periodo, anche teologicamente uguali, è sempre superiore. Il re investiva e finanziava l’arte, era anche una sorta di moda nel popolo; allora tutti gli strati della popolazione volevano quel tipo d’icona. Vengono da me con i libri in mano: maltesi, tedeschi, americani che studiano la nostra storia. Noi no, loro sì. In tanti anni di lavoro, non ho mai avuto un solo interessamento dalle istituzioni. Qua dentro viene l’americano che mi segue su Instagram accompagnato dall’amico di Posillipo che è abituato a comprare la sfogliatella da Scaturchio, la cravatta di Marinella e mi dice: “Ma tu chi sì?” Il napoletano è il mio cliente peggiore, l’ultimo”. Mentre Fabio parla, viene in mente la  storica tipografia a Palazzo Marigliano, dove stampavano Neruda e Benedetto Croce: il signor Rossi, anziano proprietario e maestro tipografo, per mesi ha sperato di poterne fare un museo e donare tutto alla città, ma alla fine i macchinari sono finiti all’asta. Fabio è uno studioso autodidatta. Mostra libri specializzati in collezioni antiche e arte presepiale: “Invece di aprire il giornale e fare il pupazzetto del personaggio morto, io studio le icone. Invece di riprodurre il gossip, faccio la storia. A San Gregorio vogliono fare la quantità. Il pastore vestito che loro vendono a cinquanta euro, io lo vendo a quattrocento. La differenza si vede una volta che l’hanno portato a casa”.

Fabio si occupa anche di ex voto, l’arte dei cesellatori. Ne ha comprato una collezione, tutti fatti a mano e mai venduti, poi ha imparato a riprodurli. Mi spiega che la maggior parte di queste produzioni è per uso domestico, o “domestica pietas”, il genere del santo sotto la campana che si vede nei film antichi, dove nella stanza da letto c’è sempre il San Michele o l’Addolorata.

Stare in mezzo a vesti pregiate e volti dall’espressione così severa e drammatica dà alla testa. Sembra l’ambientazione di un romanzo di Fernandez. Quando gli si chiede il perché di questa sua malattia per l’arte sacra, Fabio risponde molto praticamente: “Mi definisco un fedele pagatore di mutuo”, sorride. “Non voglio fare lo snob, ma la differenza tra me e un artista sta nel fatto che io tocco cose artistiche in conseguenza al fatto che devo mantenere una famiglia. Non sono figlio di famiglia, ma figlio con famiglia. Lo faccio con passione, mi piace spiegare perché un pastore che magari hai visto a trenta euro sulle bancarelle, da me lo paghi di più”.

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