Il mestiere di giornalista - I Siciliani Giovani

Il mestiere di giornalista

Ester è stata insignita del Premio Pippo Fava Giovani, dedicato ai giornalisti impegnati nella lotta alla mafia

Cos’hai pensato quando ti hanno comunicato del premio?

L’emozione è stata talmente forte che mi è mancato il fiato. Per me, siracusana d’origine, le sensazioni vissute in questi giorni catanesi sono state amplificate dal­le mie radici. Mi sono avvicinata alla fi­gura di Pippo Fava qualche anno fa. Ini­zialmente sapevo poco di lui, conoscevo solo gli scritti essenziali, le inchieste più celebri come i quattro cavalieri dell’apo­calisse mafiosa. Un po’ perché anche Fava era siracusano, un po’ perché a Milano e Bologna amici più grandi attivi nell’anti­mafia me ne parlavano spesso.

Quando desidero conoscere qualcosa devo guar­darla da vicino, e quindi decisi di andare a Palazzolo Acreide, il paese in cui è nato: non conoscevo nessuno, era estate e ricor­do che lungo la piazza princi­pale sfilava una processione. Mi misi in un angolo e osservai tutto silenziosamen­te, i volti delle persone e le luci. Poi muo­vendomi in mezzo alla folla cominciai a fare qualche domanda: lei lo conosceva? Leggeva i Siciliani? La mafia che uccise Fava è la stessa che oggi è attiva in città?

Era già un paio d’anni che a Milano, città in cui vivo, collaboravo con una redazio­ne e già allora dissi al direttore: il mio so­gno è tornare in Sicilia e crescere giorna­listicamente nell’isola. Diciamo che la ‘ndrangheta al Nord mi ha trattenuta al di sopra del Po, e in un certo modo fare in­chiesta in Lombardia mi ha aiutata ad ap­prezzare il territorio in cui sono nata e cresciuta, e quindi a volerlo difendere. Non avrei immaginato, a quattro o cinque anni di distanza, di tornare in quella stessa piazza di Palazzolo Acreide onorata da un riconoscimento che porta il suo nome. Mi sono emozionata molto.

A chi vorresti dedicarlo?

Mi è stato detto da colleghi giornalisti che vedo la mafia al nord perché le mie origini sono meridionali, “l’eroina dell’antimafia che rovina la nostra terra con le sue visioni distorte”. Vorrei che da oggi in poi quando si parlerà del «premio Pippo Fava Giovani» che mi è stato asse­gnato si parli anche di tutti i ragazzi dei Siciliani Giovani, rete di testate e associa­zioni antimafia nata dalle ceneri dei Sici­liani grazie a un impegno quotidiano da nord a sud dello Stivale.

Il premio va a loro, perché se nei momenti difficili che ho vissuto durante l’inchiesta su Sedriano, primo comune lombardo sciolto per mafia, non ci fossero stati loro con messaggi d’affetto, abbracci e comunicati di solidarietà, da Bologna a Modica, probabilmente oggi non avrei questa forza e serenità. Ad ogni momento di tensione la rete si è mobilitata creando­mi attorno uno scudo di protezione e que­sto, fatto da ragazzi e ragazze giovanissi­mi contro i poteri forti della malapolitica e della criminalità di stampo mafioso, è eccezionale nel vero senso del­la parola.

 Il giornalismo nella lotta alla mafia?

E’ fondamentale. A mio parere per ave­re credibilità la distinzione fra giornalista e attivista deve rimanere netta anche nell’antimafia. Ma è anche vero che in un momento storico confuso e delicato come il nostro il giornalista d’inchiesta dovreb­be essere capace di far scattare una miccia fra i lettori, una scintilla: gli articoli sono uno strumento tramite cui i cittadini pos­sono avere uno sguardo approfondito sul­la realtà. E’ il giornalista che ha la possi­bilità di studiarsi le carte, di porre doman­de, di osservare da vicino. La responsabi­lità è immensa. Poi sta al cittadino decide­re se, grazie agli elementi forniti dal cronista attraverso le sue denunce, av­viare il cambiamento e ribaltare il siste­ma.

Cosa è rimasto di Pippo Fava nel giornalismo italiano? C’è qualcuno che ne ha raccolto il testimone?

Uno dei grandi meriti di Fava è quello di aver creato uno spirito giornalistico: un po’ come un batterio benefico, intacca la carne malata e crea oasi di guarigione. La mafia voleva tappargli la bocca: per que­sto è stato ucciso. Ma così facendo i man­danti hanno compiuto l’errore più grande: ammazzando il direttore dei Siciliani non solo non hanno posto fine alla forza di­rompente dei suoi scritti, ma hanno anche reso possibile il moltiplicarsi di esperien­ze simili, in Sicilia e nel resto d’Italia.

Non so se Cosa Nostra questo er­rore l’abbia compiuto per ingenuità o distraz­ione, sta di fatto che ha perso. Il giornalis­mo di Fava è stato assunto a modello da molti giovani: cercare le notizie nei luoghi dei fatti, osservare da vicino, cogliere i dettagli e le sfumatu­re, curare nel testo la propria espressione linguistica. E dal gior­no successivo a quel 5 gennaio 1984 la forza dirompen­te delle parole di Fava si è amplificata, moltiplicata, permettendo infinela creazione della rete dei Siciliani Giovani che oggi coinvolge giovanissimi cronisti e associa­zioni antimafia che in Fava ricono­scono un maestro.

 Come si sta evolvendo e cosa sta suc­cedendo al movimento antimafia?

Il movimento antimafia è un continuo fiorire di nuovi gruppi, presidi, associa­zioni. Ragazzi giovani, perlopiù ventenni, che vedono l’antimafia non come una spilletta colorata da sfoggiare sulla giacca ma come un fondamento del vivere quoti­diano. Bisognerebbe spiegare ai più gio­vani che la mafia è regole ferree e restri­zioni, obbedire ai comandi e sottomissio­ne ad un capo; mentre l’antimafia è bel­lezza, impegno sociale, amore per la pro­pria terra e, soprattutto, è indipendenza dai poteri forti, è ribellione ai sistemi corrotti e compromessi della politica nazionale e locale.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.