Holding ‘ndrangheta l’affare sanità

La criminalità ha un peso notevole nella gestione della sanità in Calabria. Il budget è di 3 miliardi di euro si può immaginare quindi qual è il business per lobby affaristiche e ‘ndrangheta. L’On. Angela Napoli, già componente della commissione antimafia, ex finiana defenestrata ipotizzò in una interrogazione parlamentare che la sanità calabrese è una holding della ‘ndrangheta.

A sostegno citava il dato dello scioglimento di tre aziende sanitarie calabresi per infiltrazioni mafiose e la condanna con rito abbreviato, a 2 anni e 6 mesi, di Pietro Morabito, ex direttore generale dell’Azienda Sanitaria di Reggio Calabria e manager dell’Asp di Catanzaro nel processo “Onorata Sanità”.

È d’uso, in questa regione, che i pregiudicati per reati vari nella sanità, meglio se per concussione, anziché rimossi dall’incarico siano premiati con nuovi più importanti incarichi. È emblematico il caso dell’ex provveditore dell’Asp di Palmi – un ragioniere dirigente apicale senza laurea – che ripetutamente condannato per truffa e concussione nelle forniture veniva puntualmente reintegrato nel posto di lavoro e confermato alla direzione del provveditorato mentre un altro dirigente dello stesso settore due lauree, master, esperienza ventennale è mandato a marcire all’economato di un ospedale.

Qui ci si sbrana per una nomina di dirigente o di amministratore nella sanità, ma alla fine la spuntano parenti, compari e “amici degli amici”. Udc, Pd, Pdl, destra, sinistra, centrodestra, centrosinistra. Partiti, famiglie mafiose, liberi professionisti, fornitori, procacciatori d’affari. Tutti all’assalto della diligenza. È sulla sanità che si legge l’attivismo politico calabrese, il trasversalismo, il cambio di casacca, il “familismo amorale”. Quelli che non trovano spazio di qua vanno di là e quelli che erano di là vengono di qua. A dirigere il traffico però c’è la ‘ndrangheta, i capibastone che hanno utilizzato la politica per fare diventare primari i figli e i nipoti, e che ora decidono gli assessori alla sanità, i commissari straordinari, i dirigenti e perfino i portantini mentre si muore per una appendicite, un ascesso, una broncopolmonite.

E’ polverizzato il dominio, trasversale. A Cosenza comandano i fratelli Gentile, Antonio, deputato e già sottosegretario, e Giuseppe detto “Pino” consigliere regionale, tutti e due del Pdl, una famiglia dedicata alla sanità, ma non sono soli c’è pure Ennio Morrone, ex parlamentare dell’Udeur. A Catanzaro Agazio Loiero dell’Mpa. A Reggio Calabria Peppe Scopelliti. A Crotone Enzo Sculco, ex consigliere regionale della Margherita che ha dovuto lasciare il seggio nel precedente Consiglio regionale per una condanna a sette anni per corruzione.

“L’azienda di Vibo è l’azienda di Tassone, hai capito?”, spiegava Santo Garofalo, direttore generale dell’Asl 8 a un imprenditore. Con stupefacente normalità illustrava le “regole” in quella provincia: “Non ti dimenticare, Vibo è di Tassone e non di Ranieli né di quegli altri né di Stillitani. Le tre aziende: una di Galati, una di Tassone e l’altra è di Trematerra”. Mario Tassone è parlamentare uscente dell’Udc, come Pino Galati e Gino Trematerra. Michele Ranieli è un ex deputato. Francesco Stillitani all’epoca assessore regionale. Anche loro dell’Udc. Telefonate di appena due anni fa. È l’Udc che era ed è padrona dell’Asl di Vibo Valentia dove la prima pietra del nuovo ospedale l’ha portata un costruttore della ‘ndrangheta.

A Palmi e Locri i partiti contano quanto il due di spade se la bricola è a coppe. Zero, nulla. Conta solo la ‘ndrangheta: Piromalli, Molè, Pesce, Bellocco, Morabito, Cordì, Cataldo. Hanno occupato gli ospedali con figli, generi e nipoti. Tutti medici di rispetto. Pasquale Morabito era lo psicologo di Bovalino dal 1992 al 2002. Quando l’hanno arrestato per associazione mafiosa e traffico di stupefacenti, continuarono a pagargli lo stipendio in carcere. “La Asl se n’è accorta e non ha nemmeno avviato azioni di recupero”, scrive nella sua relazione Paola Basilone, il prefetto mandato a Locri dal Ministero degli Interni dopo l’omicidio del vicepresidente del Consiglio regionale Francesco Fortugno.

Il direttore generale dell’assessorato alla sanità era, a quel tempo, Peppino Biamonte, più volte direttore generale delle Asl calabresi, lo stesso che falsificava le carte per far avere cinquecentomila euro alla clinica Villa Anya di Domenico Crea. “Agli ordini”, rispondeva quando Crea telefonava per chiedere conto della sua pratica su Villa Anya. Un criminale intreccio affaristico-politico-mafioso per il controllo totale della sanità in Calabria. E’ questo l’agghiacciante scenario descritto nelle oltre mille pagine dell’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip di Reggio Calabria Roberto Lucisano. L’inchiesta, “Onorata Sanità” portò dietro le sbarre Domenico Crea detto “Mimmo” consigliere regionale, ex assessore regionale, ex esponente dell’Udc, del centrodestra e del centro-sinistra e della “Dc per le autonomie”, suo figlio Antonio, direttore sanitario della clinica di Melito Porto Salvo “Villa Anja” sottoposta a sequestro; Alessandro Marcianò e il figlio Giuseppe condannati all’ergastolo, per Alessandro la sentenza d’appello fu riformata, quali mandanti ed esecutori del delitto Fortugno; Giuseppe Pansera, genero di Peppe Morabito “tiradritto”, gli ex direttori delle Asl Peppino Biamonte e Pietro Morabito; Francesco Cassano già direttore del Distretto sanitario e dirigente medico del “Tiberio Evoli” di Melito Porto Salvo insieme ad un nutrito gruppo di alti dirigenti medici della stessa struttura ospedaliera; Santo Emilio Caridi già direttore sanitario dell’Asl 11 di Reggio; Domenico Latella direttore amministrativo dell’Asl 11 di Reggio, già direttore generale dell’Asl 9 di Locri.

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