Gutenberg 2.0: la seconda release dell’alfabeto

“Ma davvero questi cosi elettronici sostituiranno il libro?”. Non esattamente. Ma neanche i libri stampati, a suo tempo, fecero sparire del tutto la scrittura a mano…

Anche per i nostri antenati non è stato facilissimo adeguarsi ai nuovi sistemi di scambio delle informazioni

L’ebook non ammazzerà il libro, d’accordo. Però sta cominciando a superarlo, almeno in America, dove già da aprile il principale rivenditore, Amazon, vende 105 ebook ogni cento libri di carta. Quest’anno il mercato ebook americano ha quasi raddoppiato i profitti (+170%, pari a 164 milioni di dollari, mentre il mercato “di carta” ne ha perso un quarto (-25%, 442 milioni di perdite). Ma non sono solo gli editori “elettronici” a fregarsi le mani. Anche per parecchi autori, almeno i più fortunati, i tempi si annunciano d’oro. Ben quattordici (a partire da Stieg Larsson) di loro hanno raggiunto e superato il traguardo del milione di ebook venduti. E – dato assai interessante – alcuni l’hanno raggiunto senza bisogno di editori, mettendosi sul mercato da indipendenti con strumenti come il Kindle Direct Publishing.

E’ il caso di John Locke che scrive gialli e Amanda Hocking, storie di vampiri per ragazzi.

Alla fine 2011 gli ebook reader, cioè quelle macchinette che vi permettono di portarvi qualche migliaio di libri nella tasca del giubbotto, saranno circa ventidue milioni (il 73% Kindle di Amazon); l’anno scorso erano undici milioni. Per i 2012, Digitimes Research ne prevede 29 milioni, con una crescita del 34%, particolarmente forte in Europa (soprattutto la Gran Bretagna).

Sempre Digitimes Research, segnala che l’abbassarsi del prezzo medio dei tablet porterà il Kindle più economico a 49 dollari.

Ai primi di dicembre il Kindle è arrivato con i suoi stores in Italia e in Spagna, mercati che si aggiungono a quelli di lingua inglese, francese, tedesca e portoghese. I titoli però finora sono quasi esclusivamente in inglese (quasi un milione), gli ebook in italiano sono appena sedicimila. Cifra non trascurabile, ma molto sottodimensionata rispetto alle potenzialità della tecnologia.

Può darsi che anche in Italia, però, i titoli si moltiplichino grazie all’avidità :-) degli autori che da un paio di settimane hanno il direct publishing: puoi vendere il tuo libro in proprio, tramite Amazon, e se lo vendi a un prezzo fra i e i dieci dollari (2,60-8,69 euro) la tua percentuale sulle vendite è di un bel settanta per cento.

Un mercato fondamentale probabilmente sarà quello delle scuole. In Sud Corea (dove testi elettronici nelle scuole sono diffusi già da tre anni) il governo sta investendo massicciamente per rendere disponibile l’intero catalogo in Cloud entro il 2015. 

(Parentesi: prima di Gutenberg i tipografi c’erano già, in Cina; Gutenberg ebbe successo perchè la gente voleva leggersi la Bibbia a casa sua e senza preti. Per dire che una tecnologia nuova – o anche nuovissima come in questi casi – da sé non basta se non incontra i bisogni, magari inespressi, delle persone).

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Nastri, cassette e Cd praticamente non ci sono più. Internet, mp3 e Napster li hanno fatti fuori e le mayor discografiche ora piangono i tre quarti dei loro utili, dopo aver cercato di fermare l’ondata con le dita, con la battaglia (patetica) sul copyright. E in questo preciso momento, in America, gli agenti di alcuni degli scrittori più di successo stanno minacciando i rispettivi editori di migrare su Amazon se non gli si migliora il contratto. Barnes & Noble, la principale catena di librerie degli Usa, dice che entro due anni tutte le librerie “dovranno adattarsi all’esistenza degli ebook”. Un modo gentile di dirlo, visto che molte librerie tradizionali hanno già chiuso e che la stessa Barnes & Noble da tempo vende massicciamente ebook.

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Da un punto di vista tecnico, l’antenato lontano è il lavoro del MIT negli anni ottanta, ma la la rivoluzione è avvenuta pochi anni fa, con la tecnologia E-Ink. Già nel 2007 gli aggeggi avevano una resa simile alla carta stampata e un uso uguale: niente illuminazione interna (al buio devi avere un abat-jour), niente sforzo visivo, consumo di elettricità pari a zero (la batteria si consuma solo nel cambio pagina); l’unica differenza col libro è la possibilità di ingrandire i caratteri quando si vuole.

Non si tratta di un monitor (come in computer, tablet o smartphone) ma di un’altra cosa: inchiostro elettronico, appunto. Infatti qualcuno crede, vedendolo in vetrina, che ci sia un cartoncino stampato messo sopra. I migliori lettori hanno la tecnologia Pearl (Sony, Kindle, Cybook Bookeen), i peggiori (Leggo, Biblet, Asus) hanno la SiPix o roba anteriore.

Mondadori, Rizzoli, Feltrinelli e qualche altro editore italiano hanno ebook in catalogo da meno di un anno: qualche centinaio di titoli, senza troppa convinzione. Adelphi arriva ora, con una trentina di titoli a basso prezzo. Tutti usano sistemi di (presunta) protezione “bucate”, che peraltro danno più limitazioni a chi compra l’originale. Apple su iTunes li ha dovuti togliere, visto che Google music e Amazon (per la musica) ne fanno a meno. Sul prezzo da noi c’è un’Iva del 21% (fra poco 23%), come prodotto informatico, e non del 4% come per i libri di carta.

In Italia un buon sito è Simplicissimus, ottimo forum, ebook in vendita e a noleggio, un sistema di autopubblicazione (Narcissus) con cui puoi vendere online su Feltrinelli, Ibs, ebook.it, e ora anche Amazon.it. 

Per i giornali la situazione è più complicata, gli accordi con Apple e Google non hanno dato i risultati sperati (perchè pagare per ciò che i siti danno gratis?) ma la strada è quella. Anche se contenuti e prezzi non sono proprio ideali, e forse persino l’hardware non è molto adatto, visto che altrove si vedono già ebook-reader a colori, sempre con inchiosto elettronico ma con tecnologia Triton.

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Puoi vendere il tuo libro dal tuo sito, senza intermediari, utilizzando una moneta elettronica come Bitcoin, scavalcando sia le vetrine fisiche delle librerie che quelle virtuali di Amazon o Lulu.com. Non è detto che sia la scelta migliore, già adesso: ma certo è che il futuro ha tagliato fuori sia le case editrici che le compagnie discografiche. Chi se lo può permettere, come i Radiohead che campano di concerti, può regalare album in alta qualità e chiedere donazioni. I mammiferi andranno con Simplicissimus e Amazon, i dinosauri con la Siae (il cui commissario straordinario fa novant’anni in questi giorni. Auguri).

E il futuro? Per l’anno prossimo pioveranno nuove guerre di copyright, e una proposta di legge americana (Stop online piracy act, “Sopa”) per far pagare a siti e provider i file pirata messi dagli utenti. Una vecchia fissazione franco-italiana, regolarmente bocciata fra l’ilarità della rete. In Svezia invece c’è (e prende voti) un Partito Pirata, e in Svizzera la “pirateria” e abbastanza tollerata, suscitando le ire dei discografici italiani (la Fimi) che paragona i pirati – e i loro complici svizzeri – a Bokassa e a Bin Laden.

Ma queste sono bazzecole. Il problema serio (Cina e cinesizzanti a parte: cioè buona parte di imprenditori e governi) è l’embargo economico con cui le varie banche, ma anche Paypal, aiutano a eliminare i siti scomodi impedendogli le donazioni elettroniche degli utenti. Wikileaks, per esempio, la stanno strangolando così.

Questo sarebbe già un buon motivo per riflettere seriamente su chi gestisce l’economia su internet (e, a dire il vero, anche sul resto del pianeta) e cominciare a usare, per esempio, il Bitcoin.

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