Babba a chi?

Sulle rive dello Stretto la mafia prospera, ma pochi ci fanno caso

 «Andatevene via, qui la mafia non c’è». Con queste parole i ragazzi di Addiopizzo sono stati cacciati dalla tradizionale festa della Vara, il carro costruito dai devoti della Vergine Maria che ogni anno il 15 agosto attraversa il centro della città. Eppure i giovani del comitato di Messina sono miti, anche se determinati nel portare la lotta alla mafia in riva allo Stretto. Giorgia Celi ed Enrico Pistorino di mestiere fanno gli operatori sociali, hanno da anni la passione per il volontariato e in cima ai loro desideri per la Sicilia ce n’è uno: liberarla dalla criminalità organizzata. Sono loro il cuore del comitato Addiopizzo: «Io collaboravo già con alcune associazioni di volontariato, come la Caritas – racconta Giorgia – e parlando con Enrico ed altri amici abbiamo pensato di dare il nostro contributo alla lotta alla mafia». Insieme ad altre tredici persone si sono iscritti ad Addiopizzo e hanno cominciato la loro attività. Ora gestiscono un bene confiscato a un uomo accusato di usura.

«Questo edificio è stato confiscato nel 2001, ma l’affidamento al comitato è avvenuto per caso – spiega Enrico – Avevo saputo dai giornali che c’era un bene in via Roosevelt, ma non riuscivo a individuarlo fra queste palazzine. Così mi sono informato all’Agenzia nazionale per l’amministrazione dei beni sequestrati e mi hanno comunicato che era un appartamento in un limbo: non era né di loro proprietà né del Comune perché l’amministrazione non aveva avviato le procedure per acquisirlo». Un salone con una parete dipinta con i ritratti di Falcone e Borsellino, una piccola cucina, uno stanzino pieno di carte: in questa, che era la casa di un usuraio, si raccolgono e impacchettano i cesti natalizi con i prodotti che ci arrivano da Libera, dal consorzio Terre del Sole e dalla cooperativa Goel, due associazioni calabresi che gestiscono terre confiscate alla ‘ndrangheta, ma da gennaio inizieranno anche i cineforum e i dibattiti. Intanto vanno nelle scuole a spiegare la legalità.

Il primo passo per combattere le infiltrazioni mafiose è riconoscere che ci sono. La Direzione investigativa antimafia descrive così la provincia di Messina: «caratterizzata dalla presenza di distinte strutture criminali di tipo mafioso, ciascuna operante su una propria area di influenza, ma tutte accomunate dalla capacità di condizionamento del tessuto economico-imprenditoriale e della pubblica amministrazione». Gli investigatori della Dia descrivono un quadro ben diverso dalla città “babba” in cui i messinesi pensano di vivere.

«Qui la mafia c’è e c’è sempre stata – dice il questore Carmelo Gugliotta – Soprattutto, controlla il territorio in base a una spartizione che vede la città divisa in tre macro-zone (nord, centro e sud), ciascuna con alcuni quartieri sotto il controllo pervicace delle famiglie. Faccio gli esempi di Giostra nella zona nord, Camaro al centro e Villaggio Cep e Santa Lucia Superiore nella zona sud di Messina». Oltre a queste, ci sono altre zone critiche: Contesse, Gravitelli e Mangialupi, «per lo più guidate da reggenti, dato lo stato di detenzione dei leader storici».

Messina, schiacciata com’è dall’influenza delle cosche di Palermo e Catania e da quella della ‘ndrangheta calabrese, viene descritta dal questore come una «città cuscinetto, dove viene mantenuta una calma apparente per preservare i rapporti economici fra siciliani e calabresi, che fanno affari soprattutto con la droga». L’acquisto e l’importazione in Italia delle sostanze stupefacenti vengono gestiti dalle famiglie palermitane e calabresi. «Messina è per lo più una piazza di spaccio mentre manca il livello più alto della gestione dei rapporti per l’acquisto all’ingrosso della droga». Il consumo di queste sostanze, dice il questore, è aumentato: «Negli ultimi quindici anni è cresciuto quello di cocaina, che è una sostanza eccitante e quindi era indicata per ritmi di lavoro più sostenuti e una vita che diventava più complessa. In questa fase di crisi è in aumento l’uso di eroina, che è depressiva».

La strada da fare a Messina è ancora lunga. «Bisogna cambiare la mentalità di questa città» dice Massimo, che non è ancora iscritto ufficialmente ad Addiopizzo ma è già impegnato a dare una mano in sede. E racconta: «Ci sono persone che vengono ad acquistare qui i loro regali per Natale ma ci chiedono di togliere il logo Addiopizzo dalla confezione perché “chissà cosa pensa la gente”. Io non me lo riesco a spiegare: se vieni a comprare qui vuol dire che credi nel progetto, no? Allora che ti importa di cosa pensano gli altri?».

 

SCHEDA

LA CITTA’ SPARTITA

Il territorio di Messina e provincia, così come tutta la Sicilia, è rigorosamente diviso fra le cosche locali. Barcellona Pozzo di Gotto è notoriamente sede di uno dei clan più minacciosi della regione, Mistretta è segnalata per la famiglia locale, e la cronaca descrive una situazione di controllo del territorio da parte della mafia: è del 19 dicembre scorso l’arresto a Messina di otto persone per estorsione e usura (per alcuni di loro è stata ipotizzata l’aggravante mafiosa); il 21 novembre la Direzione investigativa antimafia di Messina ha sequestrato beni per un valore di 600 mila euro agli imprenditori Antonino e Tindaro Lamonica di Caronia, accusati di essere vicini ad esponenti di spicco di gruppi mafiosi operanti nella fascia tirrenica della provincia (a marzo agli stessi imprenditori la Dia aveva sequestrato beni per un valore di 30 milioni di euro); il 13 dicembre 2 milioni di euro erano stati sequestrati al latitante della famiglia barcellonese Filippo Barresi.

 

 

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