Fiat di Pomigliano

Ritmi insostenibili, cassa integrazione e nessun piano per il futuro

È da un anno ormai che molti colleghi della mia linea di montaggio, e soprattutto quelli che sono ancora fuori dallo stabilimento, mi chiedono con insistenza quali siano le prospettive occupazionali e produttive a medio termine per lo stabilimento Fiat di Pomigliano e, più in generale, per il gruppo FCA nell’intero paese.

La domanda nasce da un’evidente preoccupazione. Tutte le lavoratrici e i lavoratori di Pomigliano e Nola, infatti, sono consapevoli che ormai si è alla conclusione di un ciclo. La produzione della Panda è giunta al termine, senza però che all’orizzonte si intraveda un piano industriale per lo stabilimento, e in assenza di un progetto regionale e nazionale di politica industriale che rimetta al centro una diversa mobilità sostenibile, sia pubblica che privata.

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Gran parte dell’Europa investe nell’elettrico. Ingenti sono gli investimenti francesi, per non parlare della Germania con i suoi venti miliardi di euro contro il miliardo e duecento milioni dell’Italia, dove non si riesce neanche a “costringere” un amministratore delegato a sedersi a un tavolo, almeno per discutere (e magari condividere) un piano che tenga insieme industria, ambiente e sviluppo sociale. Un progetto che costituisca effettivamente una svolta per il paese e che apra nuovi scenari per le future generazioni.

La produzione delle Panda a Pomigliano dal 2010 a oggi ha superato il milione di unità; i lavoratori addetti alla produzione diretta della vettura sono circa 1.600, che a ritmi impressionanti, sotto la soglia dei cinquantasei secondi, producono 900 vetture al giorno! Nelle altre aree l’impiego è composto da circa 1.400 lavoratori. In entrambi i settori, l’azienda ha formalmente indicato esuberi temporanei per 1.139 lavoratori, che insieme ai 125 di Nola e a tutti quelli ancora lontani dal pieno reinserimento, raggiungono cifre che definire preoccupanti è un eufemismo.

Ora, con la certezza delle prime fermate collettive per mancanza di ordinativi – quattro giorni a gennaio, due a febbraio e sette già decisi per marzo –, c’è il rischio di un ulteriore calo fisiologico della domanda, così come spesso accade nelle produzioni a fine ciclo. Un calo che, insieme all’allargamento dei contratti di solidarietà, produrrà un ritorno massiccio degli “ultimi” ammortizzatori sociali previsti dalla legislazione vigente, che accompagneranno la Panda fino al termine della sua produzione a Pomigliano. Produzione, è bene ricordarlo, che ritornerà nello stabilimento di Tychy-Bielsko Biala in Polonia, a far compagnia alle restanti vetture della stessa fascia.

Questa è l’unica certezza dichiarata dall’amministratore delegato di FCA Marchionne, prima di formalizzare all’Assemblea di giugno 2018 il “nuovo” piano industriale, e in quella del 2019 la sua uscita dal Gruppo. Altri segnali, che provengono da alcune indiscrezioni aziendali e da qualche slide apparsa su riviste specializzate, riguardano la produzione di due vetture di segmento C dell’Alfa Romeo: un SUV nel 2019 e la nuova Giulietta nel 2020.

Risulta evidente che dopo i diversi annunci – a cui media e politici puntualmente hanno creduto – del presunto piano industriale per Pomigliano, che doveva essere presentato prima a marzo 2017, poi a giugno, infine a settembre dello stesso anno, al momento non si intravede ancora nulla. Nulla, se non la scadenza per la gran parte dei lavoratori degli ammortizzatori sociali, prima di Nola e poi di Pomigliano.

Dunque, c’è un vuoto pauroso. Un vuoto che dovrebbe preoccupare tutti, le istituzioni come i partiti e le sigle sindacali. Chi, come il sottoscritto, per anni ha partecipato all’inserimento produttivo di vetture nuove e in restyling, sa bene che occorrono dai dodici ai diciotto mesi per nuove piattaforme, soprattutto se di diverso segmento, con infinite variabili accompagnate da una complessa formazione prima che avvenga il lancio effettivo del nuovo modello. Ciò anche in una fabbrica dove il management ritiene che gli investimenti fatti nel 2010 abbiano reso lo stabilimento più flessibile sul piano tecnologico, in grado cioè di garantire in poco tempo l’inserimento di diversi telai in base al segmento da produrre.

Di conseguenza, se i tempi tecnici sono quelli generalmente previsti per una nuova vettura, è evidente che ci troviamo di fronte al rischio di una chiusura dello stabilimento per un periodo non breve. Tutto ciò in una fase in cui si profila un’ulteriore gestione dispotica dei richiami da parte del management aziendale con l’obiettivo di ridurre ulteriormente il personale. E, al di là di ogni passaggio giuridico-sindacale più o meno condiviso, proprio su questo punto i segnali che vengono dalle lavoratrici e dai lavoratori non lasciano per nulla ben sperare.

Da qui nasce la delusione, la paura e la rabbia di chi dal 2010 vive in grande precarietà, stentando a condurre una vita dignitosa insieme alla propria famiglia, e di chi è ancora troppo giovane per la pensione o troppo vecchio e malandato per la Fiat con i suoi trent’anni di catena di montaggio.

La ciliegina sulla torta riguarda poi gli oltre cinquecento lavoratori di Cassino a cui non è stato rinnovato il contratto. Dopo il chiasso mediatico di Renzi e Marchionne di qualche anno fa, ecco il dramma dei “licenziamenti”, che conferma quanto abbiamo sempre sostenuto per Pomigliano, cioè che la Panda da sola non bastava, che siamo in presenza di una “gestione a vista” del gruppo e del paese, proprio quando altre aziende e governi in Europa hanno messo in campo progetti a lungo termine e sono già in grado di produrre veicoli altamente tecnologici ed ecosostenibili.

Ci troviamo in un momento cruciale nella vita dello stabilimento, forse peggiore di quello del 2010 e, se si vuole rilanciare un progetto occupazionale e produttivo che ridia speranza al Mezzogiorno e all’intero paese, non si può ignorare quello che sta accadendo a Pomigliano.

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