Felicia Bartolotta Impastato

E’ morta Felicia Impastato

Una sera apro distrattamente la posta elettronica e saltò dalla sedia. Comincio a cercare su vari siti web (allora non c’erano facebook e i social di oggi) e trovo la conferma. Ed era avvenuto addirittura due giorni prima. La sfrenata corsa mozzafiato quotidiana, i mille e più impegni – che purtroppo dobbiamo intervallare con le esigenze fisiche ed economiche personali – in cui siamo immersi portano ad avere notizie così importanti anche con molto ritardo. Piansi quella sera, lo confesso, e sentii di aver perso una persona cara, familiare, un pezzo della nostra storia comune.

Quella storia che non troveremo mai sui libri ma, come m’insegno una volta Carlo Gubitosa, viene scritta dagli oppressi, dagli ultimi, dagli impoveriti. Quella storia che vive, dal vecchio sindacalismo anarchico alle lotte dei Sud del Mondo contro colonialismo e dittature, dal pacifismo ai solidali di ogni epoca, dalle lotte operaie a quelle più recenti contro la globalizzazione, la guerra permanente e la rapida ascesa delle disuguaglianze sociali. E tantissime altre. Tutte

“E’ morta Felicia Impastato”, una sera apro distrattamente la posta elettronica e saltò dalla sedia. Comincio a cercare su vari siti web (allora non c’erano face book e i social di oggi) e trovo la conferma. Ed era avvenuto addirittura due giorni prima. La sfrenata corsa mozzafiato quotidiana, i mille e più impegni – che purtroppo dobbiamo intervallare con le esigenze fisiche ed economiche personali – in cui siamo immersi portano ad avere notizie così importanti anche con molto ritardo. Piansi quella sera, lo confesso, e sentii di aver perso una persona cara, familiare, un pezzo della nostra storia comune. Quella storia che non troveremo mai sui libri ma, come m’insegno una volta Carlo Gubitosa, viene scritta dagli oppressi, dagli ultimi, dagli impoveriti. Quella storia che vive, dal vecchio sindacalismo anarchico alle lotte dei Sud del Mondo contro colonialismo e dittature, dal pacifismo ai solidali di ogni epoca, dalle lotte operaie a quelle più recenti contro la globalizzazione, la guerra permanente e la rapida ascesa delle disuguaglianze sociali. E tantissime altre. Tutte di casa da Felicia, non solo la madre di Peppino ma soprattutto una donna che si è ribellata (e ha vinto) contro i codici omertosi e mafiosi, perbenisti e ipocriti, di una certa società, che si rifiutò di ricevere in casa i mafiosi di Cinisi ma spalancò le porte a giovani e meno giovani, persone e attivisti protagonisti degli impegni più diversi per migliorare questo nostro mondo. E battersi contro fascismi e mafiosi, potenti e oppressori. Come hanno scritto nei giorni scorsi gli organizzatori, tra cui Casa Memoria e il Centro Siciliano di Documentazione, del ciclo in suo ricordo a Cinisi, “nel suo impegno svolto quotidianamente, ha creato comunità, la sua casa è diventata un luogo di aggregazione ed un punto di riferimento per tantissime persone che sognano una società migliore”.

Il ciclo organizzato dal basso a Cinisi è l’unica occasione in cui Felicia Bartolotta Impastato viene ricordata. In questi giorni non ci sono state cerimonie solenni, grandi celebrazioni, speciali e maratone televisive. La piccola grande donna di Cinisi non è stata considerata interessante per la grande ribalta. Non è questa una recriminazione, anzi. Mamma Felicia è patrimonio degli ultimi, di chi lotta sui sentieri polverosi della quotidianità. Intronizzarla su laici altari, funzionali solo alla retorica del pensiero unico delle classi dominanti, sarebbe un’insulto alla memoria. Si concludeva 15 anni fa la storia terrena di Mamma Felicia ma non la storia militante, la passione e la lotta. Quella storia che iniziò in quel triste e vibrante giorno di un maggio lontano. I compagni, addolorati e indignati, pronti a non arrendersi alla mafia di don Tano Seduto e ai depistaggi delle connivenze istituzionali, urlavano a ripetizione “Peppino è vivo e lotta insieme a noi”. Giovanni levò alto, deciso, convinto, il pugno chiuso al cielo. Come scrisse dieci anni fa Umberto Santino “Un filo cominciava ad intrecciarsi”. Quel filo rosso non si è più interrotto. E’ partito dalle denunce e iniziative per pretendere verità e giustizia per Peppino del Centro Siciliano di Documentazione “Peppino Impastato”, dei compagni, del fratello. E della madre.

Un gesto racconta meglio di tantissime parole tutta una vita, quello durante  la prima udienza del processo contro Tano Badalamenti. Felicia guarda verso di lui e gli punta il dito contro, davanti a tutti lo accusa di essere il mandante dell’assassinio di Peppino. Una donna dall’apparente fragilità ma in realtà di una tempra d’acciaio. Un secondo nel quale sono racchiusi anni e anni di lotte nel nome di Peppino che hanno visto Felicia in primissima fila. Ripeteva sempre che non poteva morire senza ottenere giustizia per Peppino. Come avvenne, Tano Seduto fu condannato due anni prima della sua morte grazie  al giudice Franca Imbergamo che riaprì l’inchiesta. E così, come nell’insegnamento di Carlo citato all’inizio di quest’articolo, una minuta e tenacia donna ha vinto contro depistatori e potenti mafiosi. Dimostrando che la storia non può essere scritta a tavolino, che si può rovesciare e vincere la giustizia, la libertà, chi lotta e mai s’arrende per un mondo migliore.

Come hanno scritto nei giorni scorsi gli organizzatori, tra cui Casa Memoria e il Centro Siciliano di Documentazione, del ciclo in suo ricordo a Cinisi, “nel suo impegno svolto quotidianamente, ha creato comunità, la sua casa è diventata un luogo di aggregazione ed un punto di riferimento per tantissime persone che sognano una società migliore”.

Il ciclo organizzato dal basso a Cinisi è l’unica occasione in cui Felicia Bartolotta Impastato viene ricordata. In questi giorni non ci sono state cerimonie solenni, grandi celebrazioni, speciali e maratone televisive. La piccola grande donna di Cinisi non è stata considerata interessante per la grande ribalta. Non è questa una recriminazione, anzi. Mamma Felicia è patrimonio degli ultimi, di chi lotta sui sentieri polverosi della quotidianità. Intronizzarla su laici altari, funzionali solo alla retorica del pensiero unico delle classi dominanti, sarebbe un’insulto alla memoria. Si concludeva 15 anni fa la storia terrena di Mamma Felicia ma non la storia militante, la passione e la lotta. Quella storia che iniziò in quel triste e vibrante giorno di un maggio lontano. I compagni, addolorati e indignati, pronti a non arrendersi alla mafia di don Tano Seduto e ai depistaggi delle connivenze istituzionali, urlavano a ripetizione “Peppino è vivo e lotta insieme a noi”. Giovanni levò alto, deciso, convinto, il pugno chiuso al cielo. Come scrisse dieci anni fa Umberto Santino “Un filo cominciava ad intrecciarsi”. Quel filo rosso non si è più interrotto. E’ partito dalle denunce e iniziative per pretendere verità e giustizia per Peppino del Centro Siciliano di Documentazione “Peppino Impastato”, dei compagni, del fratello. E della madre.

Un gesto racconta meglio di tantissime parole tutta una vita, quello durante  la prima udienza del processo contro Tano Badalamenti. Felicia guarda verso di lui e gli punta il dito contro, davanti a tutti lo accusa di essere il mandante dell’assassinio di Peppino. Una donna dall’apparente fragilità ma in realtà di una tempra d’acciaio. Un secondo nel quale sono racchiusi anni e anni di lotte nel nome di Peppino che hanno visto Felicia in primissima fila. Ripeteva sempre che non poteva morire senza ottenere giustizia per Peppino. Come avvenne, Tano Seduto fu condannato due anni prima della sua morte grazie  al giudice Franca Imbergamo che riaprì l’inchiesta. E così, come nell’insegnamento di Carlo citato all’inizio di quest’articolo, una minuta e tenacia donna ha vinto contro depistatori e potenti mafiosi. Dimostrando che la storia non può essere scritta a tavolino, che si può rovesciare e vincere la giustizia, la libertà, chi lotta e mai s’arrende per un mondo migliore.

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