Dieci anni dopo ricordiamo Lilian Solomon e apriamo gli occhi sui calvari delle troppe Lilian di oggi

Lilian Solomon, una ragazza nigeriana che avrà per sempre 23 anni, morta dopo essere stata sfruttata fino all’ultimo giorno – malata e sofferente di atroci dolori – in Abruzzo.

Il suo calvario era iniziato sulle strade della Lombardia e si è concluso sulla famigerata bonifica del tronto, strada quasi al confine con le Marche drammaticamente nota per lo sfruttamento della schiavitù sessuale, costretta con violenza ad abortire ingerendo alcolici e medicinali. Per mesi e mesi continuò ad essere preda degli schifosi appetiti dei suoi quotidiani aguzzini (quelli che vengono definiti “clienti”) nonostante soffrisse dolori lancinanti, insopportabili quotidianamente.

 

E proprio perché troppo vittima di questi dolori, proprio perché le stavano letteralmente impedendo di vivere, troppo spaventata dal loro persistere e aumentare, decise di sfidare la paura e i suoi sfruttatori. Denunciò e si affidò a On the Road. Quando gli operatori di On the road la incontrano per la prima volta Lilian soffriva da tempo di fortissimi dolori. Erano i sintomi dell’avanzata di un linfoma. Ricoverata nel reparto di Oncologia dell’Ospedale di Pescara è morta il 1° ottobre 2011. Per un tempo infinito Lilian ogni notte continuò ad essere violentata, sfruttata, a dover nascondere una sofferenza inumana.

In questi dieci anni, prima ancora delle due operazioni Sahel contro lo sfruttamento della prostituzione da parte delle mafie nigeriane (è cronaca di non molte settimane fa l’ultima operazione nazionale contro un clan che aveva il centro e il boss a L’Aquila) e in futuro quante Lilian Solomon sono quotidianamente crocifisse in Abruzzo? Quante sofferenze, dolori, lacrime vengono soffocati dai più schifosi aguzzini della nostra società perbenista e ipocrita, quanti mercanti di morte quotidianamente continuano a lucrare e prosperare? La risposta è fin troppo scontata: tantissime, troppe, una vergogna disumana criminale che avviene nell’indifferenza, nell’accettazione e alimentata ogni giorno e ogni notte a pochissimi passi da noi. È cronaca di queste ultime settimane: a Chieti il sindaco ha chiuso il parco cittadino per il degrado, lo spaccio e lo sfruttamento della schiavitù sessuale, una ragazza è stata rapita a Pescara e salvata solo al confine, queste solo alcune delle ultime notizie.

La campagna “Questo è il mio corpo” denuncia da anni, ancor di più dopo il lockdown della scorsa primavera, quanto lo sfruttamento dello stupro a pagamento si sta evolvendo sfruttando il web. Sul più popolare sito di “escorting”, portali dove è possibile acquistare e dare voti (come fossimo ad un concorso) ragazze in vetrina sfruttate alla mercé delle più squallide perversioni e depravazioni, sono ampiamente citate città come Vasto e San Salvo. Luoghi negli anni interessati da varie inchieste – negli stessi anni del calvario di Lilian Solomon ci furono le due “sex money” – così come ci sono state segnalazioni di ragazze sfruttate sulle strade anche in queste ultime settimane. E quanto accade dalla marina di San Salvo ai comuni molisani al confine con l’Abruzzo (nelle scorse settimane ci sono state segnalazioni di ragazze che tornano in strada dopo l’arrivo della pandemia. Lo abbiamo scritto e denunciato tante volte in questi anni e non smetteremo mai di farlo. Quanto accade, e la marina di San Salvo è l’emblema di tutto questo, è ampiamente conosciuto e sulla bocca di tanti. Accettato, presente nelle battutacce maschiliste e nell’esaltazione schifosa di chi si vanta pure di alimentare questo turpe traffico, nella quasi totale complice indifferenza.  

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