“Cosa ho visto per strada il giorno del golpe”

Colpo di stato in Turchia…Non sono scesa in città quindi non ho notizie.

Penso che abbiate visto i video con i giovani soldati picchiati, uno a cui hanno tagliato la testa…

photo credits Adnan Onur Acar / NarPhotos Agency

Ancora credo che tutto questo è stato intenzionalmente creato dal governo attuale, con tutti i significati possibili, e sono triste perché ancora una volta la società è divisa in due.

C’è una grande maggioranza che pensa che si possano tagliare le teste ed attaccare la gente per strada in nome di Allah’s e poi ci sono quelli che credono che l’intervento militare posso salvare la democrazia. Il governo intanto suggerisce alla gente di scendere in strada stanotte.

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Abbiamo passato la scorsa notte in uno stato di confusione.

Ora la Turchia è nel caos politico, con diversi schieramenti contrapposti

Lo Akp contro la squadra di Fetullah Gülen, i sostenitori di Ataturk e i razzisti, contro i socialisti. Ieri sera siamo stati costretti a scegliere tra due cattive opzioni. Sostenere Akp e andare, scendere nelle strade, appoggiare il golpe pur non condividendolo.

Le altre volte, quando è accaduto qualcosa in Turchia, Akp ha chiuso internet, eppure la notte scorsa non è successo. I social media ci hanno sommerso di informazioni aumentando la nostra preoccupazione.

Ci sono molte teorie su un possibile complotto nei social media. Intanto i jets volavano sopra la nostra casa sovrastandoci col grande rumore. I sostenitori AKP sono andati per le strade a linciare i giovani soldati. Ad alcuni hanno anche tagliato la gola.

Non si sono fermati fino a suono del richiamo per la preghiera del mattino. I muezzin hanno chiamato i cittadini di uscire strade. Il colpo di stato si è “dissolto” nelle prime ore del giorno.

Io e molte altre persone sui social media pensiamo che questo colpo di stato è stata una messa in scena del AKP per rafforzare il sistema presidenziale di Erdogan. Quello che hanno chiamato “golpe” è stato diverso dagli altri avuti in passato in Turchia.

Ora ci sono due possibilità per il futuro, guerra civile o di un sistema presidenziale.

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Delizia Flaccavento

Le ore di Istanbul

Venerdì sera, subito dopo la partita di calcetto settimanale, cercavamo di decidere dove andare a mangiare, quando Ayse, capitano della squadra e attivissima sui social media, impallidendo, ci dice che i militari hanno bloccato il primo ponte sul Bosforo ed il ponte Fatih Sultan Mehmet.

Vista dalla mia finestra la notte del colpo di Stato, foto Delizia Flaccavento

La prima cosa che mi viene in mente è che sia l’inizio di un colpo di Stato, ma tra le varie notizie strampalate che circolano, c’è quella che si tratti di un’operazione contro lo Stato Islamico.

Una delle ragazze del gruppo, Dudu, deve attraversare il Bosforo per andare a casa: va in metropolitana e si rivela la scelta giusta, perché nessuno può raggungere la parte europea di Istanbul da quella asiatica via terra. Alcuni decidono di affrettarsi verso casa, ma in quattro decidiamo di andare in una trattoria vicino al campetto di calcetto per mangiare qualcosa e guardare la tv insieme per cercare di capire meglio cosa stia succedendo. Ignaro degli eventi, il proprietaro della trattoria accende la televisione in sala collegandosi alla tv di Stato, che però si limita a mostrare in continuazione le stesse immagini del gruppo di soldati che bloccano il ponte sul Bosforo.

Ayse riesce a stare collegata a twitter e così abbiamo la conferma che si tratta effettivamente di un colpo di Stato. Parenti e amici comınciano a chiamarci, cerchiamo di capire se sia più sicuro rimanere nella trattoria, andare tutti insieme a casa di Ayse (è la più vicina a dove ci troviamo) o cercare di raggiungere ognuno la propria casa separatamente. Proviamo ad andare ognuno a casa propria, ripromettendoci che, se dovessimo avere problemi, ci ritroveremo a casa di Ayse.

In tre raggiungiamo casa senza problemi, ma in due, Batuhan e Görkem, si ritrovano a zigzagare su un minibus per le strade del quartiere di Bostanci, perché tutte le vie principali e molte di quelle laterali della zona sono bloccate con autobus parcheggiati di traverso. In alcuni punti, ci sono addirittura buche scavate nell’asfalto. “Quando il minibus – racconta Batuhan – ha preso in pieno una di queste buche pensai: Ecco, per me è finita”.

Ma la bravura e il sangue freddo dell’autista consentono a tutti i passeggeri di arrivare a casa sani e salvi. Quando Batuhan mi chiama per dirmi di essere finalmente a casa, la voce gli trema: “Non dimenticherò questa notte finché campo”, mi dice. Ad arrivare a casa di solito ci mette 30 minuti, questa volta ci ha messo 2 ore.

Io vivo nella zona asiatica di Istanbul non lontano dal primo ponte sul Bosforo e la notte è passata tra il rumore di aerei militari radenti e quello degli spari provenienti dal ponte. La chiamata di Erdogan via social media (gli stessi che ha sempre odiato e che ha tentato più volte di chiudere) a scendere in piazza dà frutti immediati: al grido di “Allah Bismillah, Allah è grande” sono in migliaia e dirigersi verso gli edifici governativi di cui i golpisti avevano preso il controllo.

Erdogan usa addiritttura le moschee, con i muezzin che ripetutamente cantano il richiamo alla preghiera del venerdì, in questo caso diventato un richiamo al martirio in nome del leader. La mia tv è sintonizzata sulla CNN turca: all’improvviso, un gruppo di militari arriva in redazione, la diretta si interrompe e lo studio si svuota. L’audio non si interrompe. Sopo un po’ si comincia a sentire urlare “Allah è grande”: i sostenitori di Erdogan sono arrivati anche lì e, con l’aiuto della polizia, hanno la meglio sui militari.

Dalle 2 di notte compare via twitter, che ha continuato a funzionare senza interruzioni ed è stato usato tra gli altri dal primo ministro Binali Yildirim per comunicare con il pubblico, la notizia del fallimento del colpo di Stato, ma nel contempo di diffondono altre notizie di scontri tra militari golpisti e polizia. Esausta e confusa, alle 5 del mattino vado a dormire, per sveglarmi alle 9 in un silenzio quasi irreale. Istanbul sembra essere tornata alla normalità, ma la gente preferisce rimanere a casa, visto che non si capisce esattamente se ci siano militari golpisti ancora in azione.

Per tutta la giornata, una delle zone più affollate della città, Kadıköy, è di un vuoto spettrale. Insieme agli oltre 70 milioni di possessori di carte SIM, nella tarda mattinata ricevo un messaggio di Erdogan, che mi invita a continuare a scendere in piazza per la democrazia: tre anni or sono ero a Gezi Park a protestare per una Turchia più democratica, quando Erdogan decise di sopprimere nella violenza le pacifiche proteste, ma adesso che da questo dipende la sua salvezza, scendere in piazza per la democrazia va bene… Gli unici ad accogliere l’invito di Erdogan, ma sono in molti, sono gli islamisti che escono in massa di casa al calar della sera.

È sabato notte, sono di nuovo a casa e sento qualche sporadico sparo e da ore i clacson delle macchine dei sostenitori del presidente. Mi chiedo se questo tentativo fallito renderà Erdogan più debole o più potente. Io posso lasciare la Turchia quando voglio, i miei amici turchi no.

Un venditore di simit, la tradizionale ciambella di sesame, nella centralissima Kadıköy il giorno dopo il tentative di colpo di Stato, foto Delizia Flaccavento


NB. Reportage fotografico sul colpo di Stato in Turchia sul sito dell’agenzia NarPhotos

 

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