Coronavirus. La Milano del Sud

Venerdì 29 maggio alle ore 18 dibattito online sul coronavirus a Catania

 

Più di 1000 contagiati e 100 morti di coronavirus a Catania

A fine febbraio il primo malato di coronavirus a Catania. In Italia erano stati accertati solo quattrocento casi. In pochi giorni l’esplosione dell’epidemia: la facoltà di agraria, l’ASP, gli ospedali, le case di riposo. Nel giro di tre mesi a Catania si sono concentrati un terzo dei casi di covid19 in Sicilia: mille contagiati, cento morti. Dati sproporzionati rispetto alle altre città siciliane e anche rispetto agli altri territori del meridione. Catania è la Milano del Sud e chi ha responsabilità politica e sanitaria deve spiegarci perché.

Foto di Daniele Vita

Il coronavirus non esiste”. Anche Catania ha avuto la sua falsa ripartenza, come Milano. Il primo marzo l’epidemia ad alcuni sembrava uno sproporzionato spauracchio e l’amministrazione comunale assieme a molte associazioni, ha festeggiato la pedonalizzazione momentanea del lungomare chiamando a raccolta decine di migliaia di persone. Il Sindaco Salvo Pogliese (Fratelli d’Italia), si vantava mezzo stampa: “nonostante continuiamo a rimanere vigili e monitorare l’azione di contrasto alla diffusione del Covid 19 dobbiamo esorcizzare questa immotivata psicosi che fa solo danno al commercio, al turismo e alla vita sociale. È giusto non farci prendere dallo sconforto e questa straordinaria partecipazione di pubblico è la migliore risposta ai dubbi e agli interrogativi di questi giorni. Abbiamo tenuto la barra dritta contro ogni allarmismo e proseguiremo su questa linea anche nei prossimi giorni”. Non andrà così. Nel giro di qualche giorno l’amministrazione comunale sarà costretta a fare un’imbarazzante inversione di marcia, le associazioni invece, con meno pudore, si convertiranno alla via del rigore. Quella mattina il Lungomare di Catania era stato “letteralmente preso d’assalto”, si stima che si siano ammassate oltre trentamila persone. L’indomani arrivava la notizia del contagio all’Università di Catania, era appena giunta la notizia del primo caso catanese di coronavirus.

La paziente uno. Era il 27 febbraio. I giornali davano la notizia del primo caso di coronavirus a Catania. Una donna, tornata da Milano. L’Assessore alla Sanità regionale, Ruggero Razza, dichiarava: “la signora è del tutto asintomatica, guarita da ogni sindrome influenzale e si trova precauzionalmente in isolamento domestico”. A ricostruire la vicenda della paziente uno catanese è in quelle ore il giornalista Giuseppe Bonaccorsi. A lui si dovranno la maggior parte delle inchieste sui casi di coronavirus a Catania. “Si stanno ricostruendo tutti i suoi movimenti, da quando è atterrata a Catania, domenica sera, di ritorno da Milano ”. “Si starebbe cercando di ricostruire anche l’agenda della signora prima del tampone risultato positivo, tampone che per la versione ufficiale sarebbe stato effettuato direttamente a casa e non in una struttura ospedaliera (come vorrebbe una voce che circola in ambienti sanitari) da medici abilitati e muniti di tute e mascherine. Le indiscrezioni in campo medico dicono anche che la paziente sarebbe transitata in questi stessi giorni pure da un’altra struttura ospedaliera per effettuare una visita diagnostica, ma per patologie non inerenti al coronavirus”. Lontano dai riflettori, si sussurra una storia tipicamente catanese, della quale le autorità non hanno mai voluto chiarire la veridicità: la paziente uno con conoscenze altolocate si rivolge alle autorità sanitarie informalmente, attraverso amici e conoscenze. Si aggirano così gli ancora blandi controlli di sicurezza sanitaria, mettendo in pericolo anche una parte del sistema sanitario. All’epoca si credeva che essere asintomatici significasse non essere contagiosi, per questo le autorità politiche e sanitarie hanno continuato a ripetere che la signora non presentava alcun sintomo. Dopo qualche settimana la tesi rassicurante sul contagio è stata confutata. Ma Catania doveva già affrontare nuovi cluster, nuove emergenze, i primi morti.

L’arrivo della paura e la lotta a mani nude. Alla fine, come il resto d’Italia, Catania ordinatamente chiude. Tutto il territorio catanese rispetta le misure di lockdown scrupolosamente tanto da lasciare stupiti cittadini e amministratori. L’indole irriverente e disobbediente è vinta dalla paura: reale, concreta, viva. Città e paesi sono deserti, le attività sono ferme e si guarda con preoccupazione al rientro di chi scappa terrorizzato dal nord. I casi però aumentano esponenzialmente, pur con cifre molto lontane da quelle lombarde. Gli ospedali non sono oggettivamente pronti: i casi di medici contagiati si moltiplicano. I tamponi vengono fatti col contagocce, mancano i reagenti, i laboratori sono intasati, molti sintomatici vengono abbandonati a casa senza alcuna diagnosi certa, liberi di uscire dopo quattordici giorni di isolamento fiduciario. Mancano i dispositivi di protezione. Nel calatino si sviluppano nuovi cluster e le autorità sanitarie si fanno trovare impreparate ad affrontarli.

I morti e i miracolati. A tre mesi dal primo caso di coronavirus a Catania, la Sicilia appare un territorio temporaneamente miracolato dal virus. Non è stata l’efficienza del sistema sanitario a salvarla, nulla di virtuoso è stato fatto su tamponi e individuazione dei contagi, nessuna particolare attenzione è stata rivolta ai medici di base e i dispositivi di sicurezza non sono arrivati in tempo. Per adesso ci ha salvato la fortuna. Ma non a tutti. In tre mesi, a causa del coronavirus, a Catania ci sono stati 100 morti. Cento vite interrotte, cento famiglie nel dolore. Morti senza una carezza, senza uno sguardo amico, senza una parola di conforto, “senza un tocco di campane”. Donne e uomini spariti. Più di mille persone hanno dovuto lottare contro la malattia e si porteranno in corpo per sempre i danni del virus. Tantissimi non hanno potuto sapere se malati e sono stati messi in condizione di poter nuocere agli altri.

Perché? È stato il destino, cinico e baro, a condannare Catania a essere tra le città più colpite dal virus nel meridione o esistono delle responsabilità? A cosa è stata dovuta la rimozione silenziosa del vertice dell’Asp di Catania? La lottizzazione politica dei posti nella sanità c’entra qualcosa con la cattiva gestione dell’emergenza? Cosa è successo quel 27 febbraio negli ospedali di Catania con la paziente uno? Cosa è accaduto a Caltagirone? Quanti contagi ci sono stati nelle case di riposo a Catania e quanti morti? È giunto il momento di dare delle risposte e delle spiegazioni.

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