“Vorrei che il Pride ci fosse tutti i giorni”

C’è chi dice che i diritti sociali vengono prima dei diritti civili. Che gli scioperi per il lavoro valgono più dei Pride. Ne abbiamo discusso con Lorenzo Pistorio, attivista del movimento LGBTQI, di mestiere rider. “Il mio è uno dei lavori più infami del mondo. Sono tra quelli che sia con l’acqua, sia col vento ti portano il cibo a casa. Corro tutti i rischi di stare in strada, di notte, in bicicletta. Il mio mestiere è tutelato poco, è tutelato male. Da rider e da persona trasngender vi dico che il Pride non è solo necessario ma è fondamentale”.

Una delle mie battaglie è quella per fare rispettare l’identità del lavoratore. Da ragazzo trans ho chiesto pubblicamente che venisse cambiato il nome che compare sulla piattaforma delle consegne. Io non ho una rettifica dei documenti ma io mi identifico come uomo. Vedere scritto sulla piattaforma dei ristoranti ‘Jessica sta arrivando’ – questo è il mio nome anagrafico – fa male. Crea un insopportabile fastidio. Se io fossi già operato di mastectomia, se avessi già la barba, io mi presenterei a tutti gli effetti come ragazzo e il tizio del ristorante sarebbe legittimato a chiedersi se non sto commettendo un illecito essendoci sul monitor un nome femminile. Potrebbe pensare che sto lavorando con l’account di un’altra persona. Fa molto male metterti lì a dare spiegazioni ogni volta, a chiunque. Non è giusto. Per me è degradante”.

Il clima a lavoro non è sempre dei migliori. I colleghi mi appellano sempre in maniera sbagliata. Si chiama misgendering. Nonostante io metta una fascia sul petto, nonostante tutti sappiano della mia transizione, loro mi chiamano ‘cara’ al femminile. C’è ancora chi mi chiama Jessica. E nonostante tu glielo dica, glielo ripeta, loro ti rispondono: ‘e va bé è che ancora ti vedo col seno, per me è difficile chiamarti al maschile’. Io ci resto male. Non si sforzano nemmeno un po’, non ci provano neanche”.

Anche a questo serve il Pride. “Noi veniamo spesso resi invisibili, come se essere ciò che siamo fosse una vergogna. Il Pride è l’occasione per manifestare la nostra fierezza. Non è un caso che i moti di Stonewall da cui il Pride è nato cinquantadue anni fa siano stati capitanati da due donne, da due puttane, da due negre. Uso questi termini non per offendere ma per rendere l’idea delle discriminazioni che subivano, di quanto fossero emarginate, rese invisibili. Senza di loro però non so dove saremmo oggi in tema di diritti. Oggi grazie a loro e al movimento che da loro è nato io posso andare in giro e dire apertamente che sono una persona transgender. Prima venivi arrestato, venivi picchiato, se ti andava male venivi ucciso”.

Non lo dimentico il mio primo Pride. Avevo quattordici anni. Lo incrociai quasi per sbaglio. Era un fiume colorato e immenso. C’era un casino, c’era la canzone Occhi di Gatto. Io ai tempi non mi identificavo come ragazzo trans ma come ragazza lesbica, una ragazza butch, ovvero molto mascolina. Le cosiddette camioniste. Guardando quella manifestazione mi sono sentito a casa. Subito. Mi sono sentito finalmente a mio agio. Questo per me è stato ed è il Pride. Non potete immaginare quanto mi ha aiutato nei momenti difficili. Io vorrei che il Pride ci fosse tutti i giorni”.

“Serve il Pride. Serve a uscire dal nascondiglio che spesso è uno schermo del cellulare, una chat. Il Pride ti aiuta a scoprire chi sei, ti aiuta a fare coming out. Il Pride è terapeutico, è una grande presa di coscienza”.

Può succedere per esempio che dopo un Pride i colleghi inizino a capirti. “Un giorno, quando mi hanno dato le scatoline del testosterone, ci siamo organizzati con i miei colleghi rider, e a fine turno siamo andati a bere per festeggiare. Un momento di gioia”.

 

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