Vita di un “invisibile” da Rosarno a Roma

Saydou sta in cucina a pelare patate da mettere in forno: al centro sociale c’è una cena di autofinanziamento. Si lascia andare ai ricordi: “Quando stavo a Rosarno era brutto…”

Saydou scuote la testa e sorride. “Eh” mi fa “ niente acqua, niente luce e poi porte e finestre rotte, troppo freddo, come si fa ?” Lo dice come se raccontasse un brutto sogno, una cosa ormai passata che non può più far male, come la racconterebbe a un figlio, se lo avesse. Ripercorre le tappe di una storia costellata di violenza, di soprusi, ma anche di battaglie e di piccole vittorie. Sì, perchè Saydou la sua vittoria ce l’ha in tasca e se la tiene anche stretta.

Il permesso ottenuto per motivi umanitari appena lo scorso anno dopo una fitta serie di manifestazioni, sit-in, assemblee, interviste a giornali e televisioni è stato rinnovato per un altro anno. Saydou respira e sorride.

Le iniziative promosse a gennaio in tutta Italia contro il lavoro nero e lo sfruttamento nel settore agricolo – specie per gli immigrati: 274.000 regolari e 400.000 in nero sotto caporale – hanno compiuto un piccolo miracolo: far sì che la mannaia di una scadenza (la conversione del permesso umanitario in permesso di lavoro) non costringesse questi uomini a tornare nel limbo dell’invisibilità.

Invisibili sono sempre i “fratelli” che lavorano ancora nelle campagne di Rosarno o nel foggiano, in quel non-luogo che tutti ormai chiamano “Gran ghetto”, giunti in forze nella capitale, per la manifestazione del 13 gennaio: presidio la mattina davanti al Ministero dell’Agricoltura, pomeriggio in piazza all’Esquilino.

Un viaggio lungo una notte, una giornata di lavoro persa, e una sola richiesta, urlata a gran voce: “Vogliamo i documenti!”.

Permesso di soggiorno, sanatoria generalizzata, estensione dell’articolo 18, abolizione della Bossi-Fini, politiche pubbliche di sostegno all’agricoltura contadina… Sono queste le richieste dei braccianti agricoli stranieri che affollano le nostre campagne, pagati venti euro al giorno, assoldati da caporali, oggi come nel 2010 quando il mondo intero scoprì la vergogna di Rosarno.

Queste richieste giacciono in attesa di risposta presso il Ministero delle politiche agricole e forestali, quello del Lavoro, quello dell’Interno e quello della Solidarietà. Ma qualche frutto l’hanno già hanno sortito.

Quei cento permessi rinnovati sono una piccola conquista, frutto di un cammino di lotta iniziato ormai due anni fa.

Dalla rivolta di Rosarno all’arrivo (la deportazione, come la definiscono gli antirazzisti della capitale) a Roma, alla solidarietà civile che ha fatto muro attorno a questi ragazzi abbandonati a se stessi, fino all’inizio di un percorso di auto-determinazione con la costituzione dell’assemblea dei lavoratori africani di Rosarno a Roma (Alar), incoraggiata e sostenuta passo passo dall’Osservatorio antirazzista Pigneto-Prenestino.

Le domeniche pomeriggio passate a discutere hanno così portato un centinaio di africani a confrontarsi direttamente con la politica di palazzo e con le associazioni di categoria, dalla prefettura alla sede di Confagricoltura, al grido di: “Agricoltura sì, lavoro nero no!”

E la lotta, in questo caso, ha pagato.

Saydou aspetta. Il suo permesso lo tiene in tasca e per campare si fa la stagione a Foggia, lavorando in nero.

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