Storie di giornaliste-giornaliste - I Siciliani Giovani

Storie di giornaliste-giornaliste

Sono donne e giornali­ste, minacciate da ma­fiosi e corrotti. E mol­to spesso sono madri, figlie, sorelle

In un paese in cui la libertà di infor­mazione è soffocata dall’uso strumen­tale delle querele ma anche dalle mi­nacce dirette, fisiche, sono circa 1200 i giornalisti minacciati in Italia in sei anni. Spesso accade nelle periferie del­le nostre città, spesso accade a donne.

Sono il sedici per cento quelle che nell’ultimo anno hanno subito intimida­zioni. Giornaliste come Ester Castano, giovanissima cronista della testata “Alto Milanese”. Scriveva delle frequentazioni pericolose del sindaco di Sedriano, peri­feria dell’hitherland milanese in cui una «colata di cemento ha sostituito il verde e cambiato il paesaggio».

«Nel 2011 decisi di approfondire la si­tuazione in cui versava il territorio – rac­conta – scrissi dei collegamenti fra ‘ndrangheta e l’amministrazione comuna­le questo mi costò non solo una querela ma anche molti colloqui nella caserma dei carabinieri, sino all’inattesa aggressione da parte di un assessore donna».

Cercano di metterla in un angolo, di in­timorirla, Ester. E’ giovane ed è sola. Ma in quei mesi conosce Alberto Spampina­to, il lavoro di “Ossigeno” le indagini della magistratura fanno il resto. Il sinda­co finisce in manette e oggi la giovane cronista milanese può raccontare questa storia.

Questa storia non è finita. Contro Ester in quel territorio c’è ancora una «campa­gna diffamatoria». «Questo accade per i miei articoli. E non è facile reagire. Ho molti punti a mio svantaggio – conclude. Sono donna, sono giovane e sono preca­ria».

Dalle periferie di grandi città del Nord in cui ancora il fronte negazionista sull’esistenza delle mafie è forte, alle pe­riferie del Paese, al Sud. Qui Marilù Ma­strogiovanni giornalista nella provincia di Lecce ha fondato un giornale “Il Tac­co d’Italia”. Dopo un percorso di studi al nord Marilù sceglie di tornare nella sua terra. «Quello che posso dire dall’espe­rienza di giornalismo che cerchiamo di praticare nel giornale è che quello che chiamano “grande giornalismo” c’è an­che nei piccoli giornali, perché c’è un solo modo di fare questo mestiere: farlo bene». Marilù e i suoi colleghi non son rimasti a guardare quando sono arrivate le minacce hanno cercato la forza nei loro lettori.

«Un giorno sfondarono la parete di una stanza per rubare computer, potevano forzare la serratura ma preferirono darci un segnale. Così abbiamo cominciato ad “educare” i lettori. Al fianco di ogni no­stra inchiesta pubblicavamo le fonti. Fa­cevamo capire loro che dietro quello che leggevano c’erano prove, documenti, ri­cerca, studio e fatica».

Marilù, molto più di una direttrice, ha studiato il fenomeno, ha provato a pensa­re ad una via d’uscita.

«Così abbiamo ricostruito il senso complessivo delle notizie, ricordando il valore sociale di questo lavoro – conclu­de». Anche per Marilù le minacce della mafia pugliese, imprenditrice e con molti colletti bianchi a disposizione, continua­no.

E spesso sono rivolte ai familiari. Ma­rilù è una madre e aggiunge: «In tanti mi hanno detto di occuparmi dei miei figli ma io credo che un Paese in cui una gior­nalista debba scegliere fra questo lavoro e la famiglia non è un Paese a democra­zia compiuta».

Sempre al Sud, non lontano dalla Pu­glia, in Campania ad Aversa Marilena Natale, giornalista della Gazzetta di Ca­serta ha affrontato viso a viso la madre e la moglie degli Schiavone, i camorristi di Casal di Principe.

Un giorno, quando voci di paese dice­vano “vuole farla fuori” ha preso il co­raggio in mano, ha bussato alla sua porta e l’ha affrontata senza intermediari. «Che vuoi farmi, sono qui. Sei tu che devi vergognarti di come hai cresciuto i tuoi figli».

Parole forti, urlate con orgoglio, da­vanti alla moglie del boss del paese. An­che questo è fare la giornalista ad Aver­sa. Qui la distanza fra le regole del me­stiere e quello che accade fuori dalla por­ta della tua piccola redazione si annulla. Qui sei donna, madre, figlia, sorella. E sei anche quella che scrive sul giornale del paese che il Comune di Casal di Prin­cipe affidava gli appalti per i servizi so­ciali senza una vera gara per darli alle aziende dei clan.

«Da noi abbiamo assistito al suicidio dello Stato – racconta Marilena – e men­tre questo accadeva la camorra da agrico­la e’ diventata imprenditoriale. Mi pongo come tramite a tutte quelle persone che hanno paura, mi sono messa a disposi­zione dei miei concittadini per dargli voce. A Casal di Principe ci sono tante persone per bene che la mattina si sve­gliano per andare a fare onestamente il proprio lavoro. Prima quando chiedeva­no di me dicevo “vengo dalla terra di Gomorra” oggi rispondo “vengo dalle terre di Don Diana”».

Marilena spiega la quotidianità di una terra soffocata dalla camorra e quella del diritto violato ad una informazione libera ma racconta soprattutto di una terra che vuole rinascere. Chiede che venga rac­contato anche questo. Che l’informazione nazionale si occupi anche dei giovani che lavorano le terre confiscate ai boss, don­ne e uomini che operano nel sociale e di chi ha sfrattato boss e ha dato vita ad at­tività concrete economiche che restitui­scono speranza a questa terra. Chiede che l’Italia cominci a credere a questo cambiamento che loro vedono crescere in Campania. Non sono solo le mafie a soffocare informazione, sono i gruppi di potere, le lobby, la politica.

Spesso anche esprimere una opinione, documentata, può costare minacce e inti­midazioni. E’ accaduto a Luisa Betti, blogger de “Il Manifesto” quando ha espresso critiche sul problema dell’affido dei minori. Si era occupata della Pas, questa sindrome di alienazione parentale che però non è riconosciuta dal Ministero della Sanità.

«Mi sono solo limitata a analizzare le proposte legislative che giacevano in Parlamento e ho notato – racconta la giornalista – che tutte facevano riferi­mento a questa sindrome, e a perizie tec­niche che la diagnosticavano. Ho scritto solo questo, mettendo in evidenza queste contraddizioni. Ho aperto il mio blog ad altre opinioni contrarie ma il risultato è stato una campagna diffamatoria on line, gestita sulla mia immagine e i miei arti­coli».

«La cosa importante è non stare in si­lenzio – spiega Betti – va raccontato quello che accade. Le intimidazioni han­no l’effetto di una violenza psicologica, di un condizionamento molto profondo». Al loro fianco e a quello dei loro colleghi dal 2009 l’Osservatorio Ossigeno guidato da Alberto Spampinato ma anche una va­sta rete di associazioni impegnate per i diritti umani e per quelli delle donne, in particolare.

Al convegno “Il velo squarciato” che si è tenuto a Montecitorio, in cui queste giornaliste hanno raccontato le loro sto­rie, in tante hanno ribadito la necessità di non lasciare soli i giornalisti minacciati, di far conoscere queste storie, di tenere accese le luci su queste denunce. «Perchè – denuncia Alberto Spampinato in chiu­sura – le storie per cui rischiano queste giornaliste non le hanno raccontate i tg di prima serata?»

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