Sole, vento e mafia

La mafia è sempre più un’impresa flessibile, capace di adattarsi alla crisi economica tanto da cogliere le potenzialità della green economy approfittando delle larghe maglie normative

Le prospettive di ripresa dell’economia globale in buona parte si stanno concentrando su nuove forme d’investimento e nell’Italia in recessione una di quelle più promettenti in grado di creare nuovi posti di lavoro è rappresentata dalla green economy.

Infatti gli obiettivi fissati in ambito comunitario assegnano all’Italia il compito di coprire entro il 2020 il 17% dei consumi con energia prodotta da fonti rinnovabili.

E se a ciò si aggiunge che – per effetto del “protocollo di Kyoto” – le multinazionali del settore energetico, sono obbligate a produrre una quota di energia pulita e quindi intervenire sul mercato delle rinnovabili per approvvigionarsene ecco che per numerosi investitori il settore comincia ad essere considerato di grande interesse e con ottimo potenziale.

Il settore delle rinnovabili ha fatto registrare nel 2012 un aumento della produzione di energia fotovoltaica, che si è attestata a 15,4 terawattora e di quella eolica, che ha raggiunto i 9 terawattora, concentrandosi quasi esclusivamente nelle regioni meridionali come dimostra la localizzazione geografica degli investimenti (la maggior parte dei parchi eolici è presente in regioni quali Puglia, Campania, Calabria e Sicilia che insieme dovrebbero rappresentare oltre il 50% del totale nazionale).

Lo sviluppo dell’eolico e del fotovoltaico procede grazie anche al sistema degli incentivi costituiti dai costituiti dai certificati verdi e dalla tariffa onnicomprensiva.

I primi sono dei veri e propri titoli, scambiati alla borsa elettrica, che in media valgono 80 euro a megavattora a cui si sommano i proventi che il produttore incassa per lʼenergia venduta al sistema e immessa in rete, al prezzo medio di 70 euro megawattora.

Il settore è divenuto dunque particolarmente appetibile ed ha attirato ingenti capitali oltre che per effetto degli incentivi elargiti anche come conseguenza della semplificazione normativa dei procedimenti amministrativi autorizzativi che, sia pure mirando a snellire procedure burocratiche, spesso farraginose, non ha consentito di attivare idonei meccanismi di controllo, fondata com’era sulla “autorizzazione unica”.

In un contesto così lucroso e “semplificato” la maf ia ha preso per mano il nuovo business. In questo preciso momento storico-economico cosa nostra è l’unica realtà che può disporre di grande liquidità da riciclare in attività legali e in pieno sviluppo, come le rinnovabili.

Eolico e fotovoltaico sono così diventati i due nuovi “rami d’impresa” utilizzati dalle organizzazioni criminali anche per imporre la scelta delle imprese locali cui affidare lavori in subappalto come hanno dimostrato numerose operazioni antimafia condotte in Sicilia negli ultimi cinque anni, a partire dallʼindagine Eolo del 2005 per arrivare allʼinchiesta Zefiro dello scorso febbraio che hanno coinvolto imprenditori, colletti bianchi e istituzioni compiacenti impegnante nella realizzazione di parchi eolici.

Ulteriori indagini giudiziarie non sono mancate in altre regioni del Sud. In Puglia è da ricordare l’arresto di alcuni boss legati alla Sacra Corona Unita coinvolti nel controllo degli investimenti nel parco eolico di Torre Santa Susanna.

La ‘ndrangheta calabrese si è infiltrata nel business dei parchi eolici nelle province di Catanzaro e Crotone.

Il sistema criminale riesce ad adattarsi anche a territori dalle caratteristiche differenti. Come in Sardegna dove lo sviluppo del settore eolico è diventato preda della criminalità pur in assenza di comportamenti intimidatori preferendo, al contrario, ricorrere alla corruzione. Da ricordare la famosa inchiesta ribattezzata dai media “Eolico e P3” che ha portato all’arresto dell’imprenditore sardo Flavio Carboni rivelando l’esistenza di un vero e proprio gruppo d’affari per la realizzazione di impianti eolici accusato di corruzione di funzionari pubblici, associazione a delinquere e riciclaggio.

E se fino al 2008, le mire delle ecomafie erano indirizzate all’energia del vento, da tre anni a questa parte è quella fotovoltaica ad attirarle: non solo per gli incentivi, ma anche compravendite di terreni, riciclaggio di denaro sporco, manodopera illegale da utilizzare nei campi.

È il caso della Tecnova di Brindisi che ha utilizzato nella costruzione di parchi fotovoltaici nelle provincie di Lecce e Brindisi operai per la maggior parte stranieri sottoposti a condizioni di lavoro massacranti: dalle 12 alle 24 ore di lavoro al giorno per due euro l’ora…

In tutte le indagini svolte finora emerge anche un’altra importante figura cardine, che esiste solamente in Italia, chiamata “sviluppatore” o “facilitatore” che manovra i meccanismi del sistema sconfinando spesso nell’illegalità. Specializzato nell’ottenere le autorizzazioni e le concessioni richieste, questo attore si propone in seguito di rivendere a caro prezzo il progetto alle imprese o ai fondi d’investimento.

Emblematico esempio del complesso sistema di relazioni tra mondo degli affari, mafia e politica è lo “sviluppatore di progetto” Vito Nicastri, considerato il re dell’eolico siciliano.

Nicastri corrisponde perfettamente all’identikit del “facilitatore”, fonda e amministra una miriade di società a responsabilità limitata che con appena 10 mila euro di capitale possono richiedere autorizzazioni e concessioni, accedere a finanziamenti per milioni di euro, accaparrarsi i terreni per poi cedere la società o l’attività alle grandi imprese che venderanno l’elettricità al gestore del servizio elettrico nazionale.

L’imprenditore alcamese è finito al centro di numerose inchieste a fianco di esponenti mafiosi ed è ritenuto dagli investigatori il collegamento tra la criminalità organizzata e il potere politico locale, il suo impero economico – oltre un miliardo e mezzo di euro – è stato sequestrato nel 2010 dalla Direzione Investigativa Antimafia.

Dalle indagini risulterebbero rapporti con apparati criminali operanti nel messinese, nel catanese ed anche con la ‘ndrangheta. Con l’impiego di decine professionisti del settore al suo servizio e di varie società di sede ad Alcamo, Milano, Lussemburgo e Olanda, Nicastri si adoperava per ottenere le autorizzazioni e le concessioni dei terreni dove sarebbero sorti i parchi eolici.

Una volta ottenute le autorizzazioni necessarie al parco eolico di Mazara del Vallo, Nicastri ha venduto il progetto alla società Wind Project della famiglia veronese Bogoni, proprietaria di altri sei parchi eolici (quattro solo nella provincia di Palermo).

I rapporti tra Nicastri e la mafia fanno pensare che sia sempre quest’ultima a decidere a quali società verranno venduti i pacchetti pronti e soprattutto che percorso dovrà seguire il denaro frutto di queste operazioni.

Gli investitori stranieri, interessati allo sviluppo delle energie pulite in Sicilia, hanno spesso intrecciato rapporti con le cosche, ignari, ecco perché il Governo regionale ha bloccato i progetti inerenti il settore, al fine di valutare norme e sviluppare strumenti atti a contrastare l’interferenza della mafia.

Sarebbe comunque errato pensare che la green economy è tutta da buttare. Un contributo alla promozione di strumenti concreti, linee guida e proposte positive rivolte alle imprese, banche, pubblica amministrazione è rappresentato dal progetto “Score” (Stop Crimes On Renewables and Enviroment), finanziato dalla Commissione europea. Il progetto coinvolge sia la Fondazione (come capofila) che Banca Etica, da tempo impegnate nel settore ambientale e delle rinnovabili coadiuvati da un pool di partner ed esperti qualificati.

I documenti elaborati nell’ambito del progetto sono stati presentati a dicembre e si configurano come uno strumento per le aziende che intendono scommettere su sole, vento e legno senza intaccare però eticità, legalità e ambiente: il coinvolgimento (più o meno diretto) delle ecomafie può infatti generare distorsione del mercato, concorrenza sleale e perdita di ricchezza ambientale in territori di elevato pregio paesaggistico.

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