Quando c'era lui - I Siciliani Giovani

Quando c’era lui

A volte nelle città la politica offre momenti di svolta netta, quasi fisica. A Roma c’è l’Alemanno e il dopo-Alemanno

Quello che prima di tutto sorprende del post-fascista Gianni Alemanno, cacciato dagli elettori dopo cinque anni di malgoverno della Capitale, è la sua presunzione. Presumere cioè che sarebbe bastato ricandidarsi e mostrarsi con un gatto in braccio (l’equivalente elettorale dei cani di Berlusconi e Monti, ma anche un bieco messaggio contro il principale concorrente Marino, definito “vivisezionista”) per essere rieletto alla guida della città. Nei cinque anni in cui ha amministrato Roma, il sindaco Alemanno non ha fatto altro che distruggerla, al punto che a fermarlo sono stati in primo luogo gli stessi elettori di centrodestra, gli ex Msi, i taxisti che l’avevano accolto il primo giorno in Campidoglio con il saluto romano, i figli e i nipoti di Almirante, coloro che attendevano da lunghi anni questo momento, perlomeno dallo sdoganamento di Fini da parte di Berlusconi. Alla fine l’hanno sfiduciato e non sono andati a votare. Probabilmente non ha avuto neppure il voto di “donna” Assunta.

Nessuno ha visto Alemanno all’opera in questi cinque anni, nessuno ricorda un suo progetto, un’idea, se non le assunzioni clientelari (come la nomina a dirigente nelle municipalizzate di un vecchio “camerata” e picchiatore anni Settanta) e “parentopoli”. Durante l’emergenza neve, si è fatto fotografare con la pala in mano e ha chiesto a tutti i romani di imitarlo, come un duce in sedicesimo. Un disastro. Quando ha tentato, in pubblico, di spostare una fioriera è riuscito a fratturarsi un piede. Non sono aneddoti, sono situazioni emblematiche. Difficile fare peggio.

Roma in questi cinque anni è diventata una piccola città di provincia ed era ridicolo, durante la campagna elettorale, leggere i manifesti del Pdl nei quali si sottolineava il dato di una flessione del numero dei reati. Non è bastato chiamarla Roma capitale per confermarla capitale. La città è da subito diventata grigia, priva di spessore culturare e di entusiasmo. Com’era prevedibile, nei musei ha trovato spazio soltanto il futurismo, perché il futurismo è l’unica pagina di cultura presentabile del fascismo e della cultura di destra. Notte bianca cancellata, Festa del cinema cancellata, Estate romana cancellata, Cannes a Roma cancellata. Per il resto pieno ed esclusivo sostegno alle iniziative liberticide dei neofascisti di Casa Pound. Tra fascismo, neofascismo degli anni Settanta e neo-neofascismo del Duemila, nei cinque anni di Alemanno da città aperta Roma è diventata una città blindata e il tasso di razzismo ha raggiunto quello di città come Treviso e Verona.

Era stata la presunzione di Rutelli, riproposto d’imperio dal gruppo dirigente del Pd, a permettere ad Alemanno di vincere le amministrative nel 2008 ed è stata la presunzione di Alemanno la causa della sua fine. È chiaro che gli uomini politici, in particolare quelli che – più volte a torto che a ragione – si sentono dei leader, hanno perso da tempo il polso dell’opinione pubblica. Vivono in un mondo parallelo, ma credono di saper interpretare la società nel più sensato dei modi. Alemanno di politica ha sempre afferrato poco, ma ha fallito completamente anche come amministratore cittadino. Non era all’altezza di guidare una Capitale. Forse sarebbe stato acclamato e confermato a Latina, l’ex Littoria, o ad Acilia, a Pomezia, a Guidonia, a Colleferro. Il suo più grande sforzo è stato quello di ridimensionare Roma. Non sara ricordato. Se non come il peggior sindaco di Roma, come il Grande nulla.

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