Privatizziamo lo Stato

Ma l’idea non è di Mr B.: già trent’anni fa un famoso “cavaliere dell’apocalisse mafiosa” aveva detto…

L’idea di Mr B. è che lo Stato vada privatizzato. Sul palcoscenico di Santoro (10 gennaio) l’ha detto chiaro e tondo: “Nel prodotto interno non viene calcolato il sommerso”. Sommerso? Sì, l’evasione fiscale che “fa ricchezza nazionale”.

Berlusconi parla per la prima volta di “moralità dell’evasione” in una conferenza stampa a Palazzo Chigi, il 17 febbraio di nove anni fa: ”Se si chiede una pressione del 50 per cento, ognuno si sentirà moralmente autorizzato ad evadere”. Il 18 febbraio 2004, a “Radio anch’io”, torna sulla “giustificazione morale” dell’evasione, insita – a suo parere – nel “diritto naturale”.

“Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche – dice la Costituzione, articolo 53 – in ragione della loro capacità contributiva”. Un articolo spazzato via dalle esternazioni di Mr B. In un dibattito pubblico impoverito, con un’informazione nell’angolo e una comunità civile senza orgoglio.

Dove i fatti privati (economici, giudiziari e perfino i comportamenti sessuali) di Mr B sono stati al centro del voto del popolo sovrano, dell’attività degli organi di controllo giudiziario e di quelli che regolano i mercati, per non parlare dell’attività del Parlamento.

A me questa storia della trasformazione di un dovere (o di un diritto) privato in oggetto di battaglia pubblica che torna ogni volta che il cavaliere va in scena, fa pensare ad alcune parole del cavaliere del lavoro catanese Mario Rendo, uno dei più grossi e controversi costruttori edili italiani degli anni Ottanta. Nella primavera ’83, in un’intervista a “Repubblica” disse: “Perché non debbo occuparmi della nomina di un prefetto a Catania? Sono il primo contribuente qui e ho il diritto di farlo”.

Il generale Dalla Chiesa era stato ucciso pochi mesi prima, dopo aver denunciato a Giorgio Bocca che “le quattro principale imprese catanesi, con il consenso della mafia, sono sbarcate a Palermo”. L’Italia scopriva che la mafia non era solo un problema di coppola e lupara e non riguardava solo i siciliani.

Rendo era sotto inchiesta per una megaevasione fiscale: in un suo ufficio in Toscana erano state trovate delle “cartelline” in cui, con pressioni su tutti i partiti indistinamente, la sua impresa si occupava di incarichi pubblici, nomine di ministri, apparati dello Stato e appalti.

Certo che il cittadino Rendo si poteva occupare pubblicamente della nomina di un prefetto: ma non se era indagato per truffa ai danni dello Stato e se erano in corso indagini su collusioni mafiose della sua impresa. Non con pressioni occulte e metodi illegali. Non nel fondato sospetto che quell’interessamento fosse legato a tentativi di “aggiustare” processi. Come poi fu dimostrato dal Csm e dal Ministero della Giustizia: un procuratore e un Pm – per questo trasferiti da Catania – postdatarono a penna i certificati di carichi penali pendenti sul cittadino Mario Rendo per permettergli di partecipare a gare d’appalto eludendo la legge Rognoni-La Torre.

Fu il primo, forse il più clamoroso, caso di corruzione a palazzo di giustizia che la storia giudiziaria italiana ricordi.

Perché ricordo quella vecchia storia su cui “i Siciliani” di Giuseppe Fava fece campagna? Cosa c’entrano le cartelline Rendo con le comparsate tv di Mr B.? Sono una piccola anteprima del dramma della nostra vita pubblica degli ultimi vent’anni.

Essere il primo contribuente non concede più diritti. Pagare le tasse sul reddito non è una concessione da mecenati ma è un dovere civile. Pagare molte tasse non dà il diritto di contare di più. Di non farsi processare, di sviare i processi, di corrompere magistrati. Soprattutto se poi le tasse – alla Rendo – non le paghi tutte.

Ecco perché anche in questa storia di Berlusconi che – ora, trent’anni dopo – giustifica l’evasione non c’è niente di personale. In questo intreccio di interessi pubblici e privati sta il dramma italiano. Giustificare i “fatti propri” facendoli diventare il problema centrale in vista di elezioni decisive per il futuro del Paese. Esattamente come accadde nella Sicilia di 30 anni fa.

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