Niscemi: i due scioglimenti del Consiglio per infiltrazioni mafiose?

“Una macchia all’immagine della città che non ci hanno spiegato”

Quando il sindaco La Rosa voleva “essere ripagato del danno” subito da Niscemi nel 1992 e 2004. Un’intervista inedita che racconta il politico appena arrestato.

“Il Consiglio comunale è stato sciolto due volte per infiltrazioni mafiose, nel 1992 e nel 2004, ma nessuno è stato condannato e questo mi dà fastidio: voglio essere ripagato per l’immagine che mi hanno tolto”. Francesco “Ciccio” La Rosa non li ha proprio mandati giù quei due decreti del Presidente della Repubblica che documentavano “la chiara contiguità di alcuni amministratori con la criminalità organizzata” (1992) e i “collegamenti diretti e  indiretti tra parte degli organi rappresentativi del Comune di Niscemi e la criminalità organizzata” che “espongono l’amministrazione stessa a  pressanti condizionamenti” (2004).

Francesco La Rosa

Era il 29 marzo del 2013, il giorno prima dell’imponente manifestazione contro il Muos, il sistema di telecomunicazioni satellitari della Marina militare statunitense installato a Niscemi e contestato dalla popolazione. Sindaco incluso. Che in quell’occasione era proprio La Rosa, eletto pochi mesi prima dopo una clamorosa rimonta al ballottaggio contro Giovanni Di Martino, il candidato del Pd, il sindaco uscente che, in maniera incauta, aveva dato il via libera al “Muostro” statunitense anche se poi aveva revocato il provvedimento in via cautelativa e presentato ricorso al Tar contro il decreto della Regione che spianava la strada alle antenne di guerra statunitensi.

Chi scrive, in quella primavera di quattro anni fa, era a Niscemi per tentare di capire cosa stesse succedendo e raccontare come la comunità niscemese stesse reagendo a quella violazione del proprio territorio, alla ferita nel cuore della Riserva naturale della Sughereta. L’intervista al sindaco La Rosa, seduti al bar nella piazza del Municipio, durò quasi un’ora: discutemmo di viabilità (tre delle quattro strade d’accesso al paese erano chiuse), di ferrovie (due anni prima era crollato un ponte nella tratta Caltagirone-Gela, proprio nel territorio di Niscemi e il treno non poteva più andare oltre la città delle ceramiche), di acqua (che arrivava e continua ad arrivare nelle case ogni due settimane), di Muos, di mafia e politica a Niscemi. Per oltre quattro anni, quei due file di circa ventotto minuti l’uno sono rimasti nel computer e oggi, in maniera casuale, una parte di quell’intervista inedita torna di estrema attualità. E, forse, può contribuire a comprendere meglio il personaggio.

Ciccio La Rosa ha fatto parte di tutti i Consigli comunali di Niscemi della seconda repubblica, dal 1994 a oggi. Con una parentesi nel Consiglio provinciale di Caltanissetta, prima dell’elezione a sindaco del 2012. Ha militato prima nel Ppi (dopo lo scioglimento della Dc), poi nel Cdu, nell’Mpa di Raffaele Lombardo (“Non per l’uomo ma per l’indipendentismo – ci ha spiegato – Io sarei separatista – ha chiarito – ma non voglio fare l’estremista e mi stanno bene i valori autonomisti”), infine s’è avvicinato al Megafono di Rosario Crocetta (“Perché è un movimento che c’è solo in Sicilia”). Sindaco, però, nel 2012, è diventato assembrando una lista civica, così come alle recenti amministrative, quando ha perso al ballottaggio ma è tornato in Consiglio comunale.

Ciccio La Rosa lo hanno arrestato ieri mattina (è ai domiciliari), quattro giorni dopo la mancata riconferma a sindaco: secondo i magistrati della Dda di Caltanissetta, nel 2012 sarebbe stato eletto  anche grazie ai voti acquistati da Cosa Nostra, per interessamento diretto dei vertici di Cosa Nostra di Niscemi e di Gela, Giancarlo Giugno e Alessandro Barberi (vedi scheda). Proprio Giancarlo Giugno, 59 anni, boss di Niscemi, è il filo che lega i due scioglimenti del Consiglio comunale con l’attuale indagine della Dda nissena. Il suo nome, sebbene nel ’92 avesse solo 34 anni, ricorre diverse volte nel decreto di scioglimento, accostato a quello dell’allora sindaco democristiano Paolo Rizzo, medico e “parente di Giugno Giancarlo, considerato elemento di spicco della malavita niscemese e nei cui confronti risultano numerosi precedenti penali”. Giugno ha sposato la sorella di Rizzo, il quale, a sua volta, ha sposato la figlia di Salvatore Paternò, l’anziano capo di Cosa Nostra niscemese alla cui morte Giugno ha ereditato lo scettro di capofamiglia.

Giancarlo Giugno

Giancarlo Giugno

Il rapporto fra Giugno e Barberi risale alla gioventù ed è anch’esso registrato nel primo decreto di scioglimento del Consiglio comunale di Niscemi:  [Giancarlo Giugno] “il 6 marzo 1991 veniva tratto in arresto per favoreggiamento personale perché sorpreso in compagnia del latitante Barberi Alessandro di Gela, ritenuto personaggio di rilievo del clan Madonia operante in quel comprensorio”. Al di là del linguaggio burocratico, i due sono da sempre grandi amici e insieme hanno scalato le gerarchie mafiose della provincia di Caltanissetta. Inseparabili. Talmente inseparabili che anche il boss gelese entra a pieno titolo nell’inchiesta per voto di scambio che ha portato all’arresto di La Rosa, di un suo assessore, dei due boss e di altri personaggi del sottobosco politico mafioso niscemese.

Giugno lo troviamo, indirettamente, anche nel decreto di scioglimento del 2004. Indirettamente, ché in quegli anni stava in carcere e, secondo investigatori e inquirenti, lo scettro del comando era temporaneamente passato al cognato, quel Paolo Rizzo che quindici anni prima era stato anche sindaco del paese. Rizzo lo arrestano nell’ottobre del 2004, insieme con tre assessori e due consiglieri comunali, più svariati mafiosi, incluso il presunto capo della Stidda di Niscemi, Salvatore Blanco, intercettato più volte a discutere con Rizzo di traffici d’ogni tipo. L’inchiesta giudiziaria fu vanificata da un vizio di forma nel decreto del Pm che disponeva le intercettazioni, prontamente rilevato dalla Corte di Cassazione. Bobine al macero e liberi tutti. Resta il decreto di scioglimento, ma lì i nomi non ci sono, ché una stravagante interpretazione della legge sulla privacy la antepone al diritto dei cittadini di sapere, di essere informati: “Nel  quadro  complessivo – si legge fra l’altro nella relazione prefettizia allegata al decreto di scioglimento del 2004 –, caratterizzato da un atteggiamento silente ed inattivo manifestato dagli amministratori, riconducibile alla rinuncia a contrastare il  pericolo di tentativi di infiltrazione, rileva la figura dell’ex sindaco di Niscemi, cui viene ricondotta la direzione ed organizzazione del sodalizio criminoso, nonché il pieno controllo dell’attività amministrativa comunale, con l’intento di privare dei poteri l’attuale sindaco”. L’ex sindaco citato è, per l’appunto, il cognato del boss Giancarlo Giugno, Paolo Rizzo.

“Io ero assessore di quella amministrazione e non mi sentivo condizionato”, ci ha raccontato La Rosa, quattro anni e mezzo fa, seduti al tavolino del bar davanti al Municipio di cui sei mesi prima era diventato sindaco, grazie ai voti acquistati dai boss Giugno e Barberi, secondo quanto sostengono i magistrati di Caltanissetta che ne hanno disposto l’arresto. “Ho parlato di danno all’immagine della mia città – è sempre La Rosa a parlare – e sarei stato felice se m’avessero detto: ‘Questi soggetti si sono infiltrati’ e li avessero condannati. E il Comune si sarebbe potuto costituire parte civile. Ma ciò non è avvenuto. Io devo avere la certezza di chi mi ha condizionato? Io dico che a Niscemi, come in altre città, c’è stato un momento in cui l’aria era irrespirabile, che c’è stata una faida fra Stidda e Cosa Nostra perché è certificato: abbiamo avuto dei morti ammazzati a decine e decine (circa ottanta, ndr). Perché non mi certificate anche i motivi per cui è stato sciolto per due volte il Consiglio comunale?”. A Nulla è valso obiettare che gli scioglimenti dei Consigli comunali per infiltrazioni mafiose non si fanno applicando il codice di procedura penale ma in seguito a un’indagine prefettizia che documenta condizionamenti e/o infiltrazioni. “La giustizia non se l’è sentita di andare a intaccare questi poteri? A me, questa cosa dà fastidio, io voglio essere garantito, voglio certezze non possibilità, perché questa macchia la mia città se la porterà per secoli”. Una macchia che, tredici anni dopo il secondo scioglimento del Consiglio comunale, si allarga, inglobandolo e “macchiando” anche il nuovo Consiglio di cui Ciccio La Rosa fa parte.

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SCHEDA

I nomi dell’“Operazione Polis”

Il sindaco uscente di Niscemi, Francesco “Ciccio” La Rosa, è stato arrestato all’alba del 29 giugno con l’accusa di voto di scambio politico mafioso avvenuto nel 2012.  Con lui, sono state arrestate altre nove persone: un suo ex assessore, Calogero “Carlo” Attardi (ai domiciliari, come La Rosa); i capi delle famiglie di Cosa Nostra di Niscemi e di Gela, Giancarlo Giugno e Alessandro Barberi; Salvatore Ficarra, uomo di fiducia di Barberi, Francesco Spatola, Francesco Alesci, Giuseppe Attardi (padre dell’assessore, ai domiciliari); i fratelli Salvatore e Giuseppe Mangione (ai domiciliari), legati all’assessore Attardi. Giugno, Barberi, Ficarra, Spatola e Alesci sono accusati di associazione mafiosa. La Rosa, gli Attardi e i fratelli Mangione, di voto di scambio politico mafioso.

Secondo le accuse della Dda di Caltanissetta diretta dal procuratore Amedeo Bertone e recepite dal Gip, La Rosa avrebbe pagato cento euro a voto, mentre Attardi e il padre avrebbero assunto 67 persone indicate dai boss nell’azienda di famiglia.

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