Le infiltrazioni mafiose nella festa

Parlano i collaboratori di giustizia Di Raimondo e Giuffrida

Il 29 giugno 2006 davanti al magistrato Natale Di Raimondo dichiara:

“Sono devoto di Sant’Agata e ancora oggi seguo la manifestazione tramite la televisione, via satellite.

Nel 1992 e nel 1993, quale responsabile del gruppo “ Monte Po”, destinai i proventi di una bisca clandestina ove si giocava alla “ zicchinetta “ e i cui proventi erano destinati al mio gruppo, per pagare i portatori della candelora del circolo di Sant’Agata nel quartier Monte Po’. La candelora stazionò 2/3 giorni nel quartiere e pernottò sotto casa mia.

Decisi di fare arrivare la candelora nel quartiere sia per acquisire maggiore prestigio quale “ mafioso “ sia per senso di devozione verso la Santa. Il quartiere era perfettamente a conoscenza che la candelora era a Monte Po’ per una mia iniziativa.

Scelsi la candelora del circolo di Sant’Agata in quanto mio zio era una dei portatori de quella candelora. Mio zio non faceva parte dell’organizzazione, ma era “lavoratore” alla fiera di Catania, ove aveva un posto fisso.

La “ venuta “ della candelora nel quartiere, comportò una spesa di circa 30/40 milioni di lire l’anno, che io versai a mio zio, utilizzando- come ho già detto- i proventi della bisca. Con tali somme vennero pagati i portatori, l’lluminazione del quartiere e i fuochi d’artificio. Io non mi sono materialmente occupato dell’organizzazione, perché in entrambe le occasioni versai i soldi a mio zio il quale si ineteressò di tutto.

A celebrazione della venuta della candelora nel quartiere, feci realizzare uno stendardo con l’indicazione del nome dellla mia famiglia, con la dicitura “ Di Raimondo 199271993”, che all’epoca costò qualche tre milioni di lire. Lo stendardo venne appeso alla candelora del circolo di Sant’Agata e vi rimase anche negli anni successivi , mentre io ero detenuto. Poi, nel 1998, quando divenni collaboratore di giustizia, lo standardo venne tolto. Non so che decise di togliere lo standardo, anche se è chiaro che non venne più appeso perché io ero diventato collaboratore di giustizia. Io seppi da mia madre che non era stato più appeso.

Da giovane partecipai attivamente ai festeggiamenti agatini nella città di Catania, anche vestendomi con il sacco bianco. Poi ritenni di non essere più degno di vestire il sacco e partecipai alla festa solo privatamente, recandomi con i miei familiari presso Piazza Borgo per assistere ai fuochi di artificio serali.

Ricordo che in una di queste occasioni vidi anche Nino Santapaola, fratello di Enzo ed entrambi i figli di Salvatore Santapaola, fratello di Nitto, che vestito del sacco e portando un grosso cero sulle spallle, seguiva la processione all’interni dei cordoni.

Ho conosciuto Pietro Diolosà. Me lo presentò mio zio come uno di quelli che “ contavano” per la candelora del circolo di Sant’Agata: ricordo che era alto e con i baffi.

Nella stessa circostanza della venuta a Monte Po’ della candelora di Sant’agata, conobbi il commendatore Maina, che si è intrattenuto nel quartiere per quell’evento.”

Secondo le indagini, le candelore dei pescivendoli, dei macellai, dei fruttivendoli e dei pizzicagnoli, proprio queste quattro, secondo Giuffrida, sarebbero state gestite dai clan affiliati ai Santapaola.

Ed ecco quanto si legge nelle dichiarazioni di Daniele Giuffrida: “Il cereo dei pizzicagnoli, candelora dei “fummaggiari” era gestito dalle famiglie dei Ceusi e Cappello, alle quali il mio gruppo riuscì a sottrarla con la forza nel 1994-1995. Anche gli altri cerei venivano gestiti da clan mafiosi. Quello dei “pisciari” era gestito dal clan Savasta. Il cereo dei macellai, invece, era gestito dai Cappello che gestivano anche il cereo dei fruttivendoli.”

Continua Giuffrida: “ L’interesse di gestire un cereo è di natura esclusivamente economica. Ogni settimana venivano raccolti offerte dai ciascun esrecente fino ad arrivare, alla fine dell’anno anche a 200 milioni di lire. Una parte veniva utilizzata per pagare i portatori, ai quali veniva anche fornita gratis cocaina detraendo il costo dalla somma complessiva. Altra parte della somma veniva destinata al pagamento del fuochista. Circa 150 milioni venivano versati in un fondo cassa del gruppo utilizzato per il pagamento degli stipendi o per acquistare cocaina o armi. Altri interessi economii riguardavano le scommesse che venivano fatte al momento della salita di San Giuliano e che si basavano sulla durata del tempo in cui il cereo veniva tenuto sollevato. Ricordo che in una occasione il mio gruppo scommise circa 15 milioni.

Il mio gruppo aveva altri introiti dalla festa di Sant’Agata. In particolare i devoti offrono al passaggio della Santa numerose candele, che vengono poi scaricate nelle soste della vara in alcuni camion. Ebbene, la ditta che si occupava di raccogliere questa cera, era obbligata a consegnare al nostro gruppo la somma di 50 lire per ogni chilogrammo raccolto. Fino a raccogliere alla fine della festa 15 milioni di lire.

Inoltre ricordo che nel 1994-1995, mentre ero agli arresti dominiliari, feci un’evasione. Parlai con una persona che dirigeva i movimenti della vara. Si trattava di una persona grossa, con baffi e occhiali. Gli dissi che doveva sostare in via Plebiscito, dopo il bal Lanzafame, a San Cristoforo. Io deduco che la sosta aveva lo scopo di fare vedere la Santa a Natale D’Emanuele, a quell’epoca latitante e con molta probabilità nascosto in una casa in quella zona in via Plebiscito, ove egli possiede numerosi immobili. Di fatto la sosta avvenne per circa dieci minuti, come richiesto”.

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