“Io, infiltrato per conto dello Stato”

Una “trattativa paralle­la” con Cosa Nostra

“Ero schifato dopo le stragi capivo che si doveva fare qualcosa anche per­ché io non sono mai stato un terrorista. Quando mi incontrai a San Benedetto del Tronto con il maresciallo Tempesta, del Nucleo tutela patrimonio artistico dei Carabinieri, dissi che mi sarei potu­to infiltrare dentro Cosa nostra. Lui disse che ne avrebbe par­lato con il co­lonnello Mori. Tempo dopo ci vedemmo a Roma, in un distributore di benzina lungo il raccordo anulare. Arrivò l’ok del colonnello e io andai in Sicilia a con­tattare un mio vecchio compagno di cel­la, Antonino Gioè (boss stragista morto in carcere in circostanze poco limpide ndr). Altrimenti col cavolo che sarei an­dato nella tana del lupo a suicidarmi”.

E’ così che Paolo Bellini, ex estremista nero, dopo le stragi viene investito del ruolo di “protagonista” di una “trattativa parallela” con Cosa nostra. L’ex militante di Avanguardia Nazionale, ha deposto in­nanzi ai giudici della II Corte d’Assise di Palermo, nell’aula bunker di Rebibbia, a Roma, nel corso di una udienza del pro­cesso sulla trattativa Stato-mafia. Un di­battimento in cui il teste, rispondendo alle domande dei pm Tartaglia e Teresi, ha ri­percorso la ‘sua’ verità in quegli anni di stragi. Il pretesto per il contatto con Cosa nostra sarebbe stato il recupero di alcune opere d’arte rubate dalla Pinacoteca di Modena. “Quando incontrai Gioé – prose­gue Bellini – lui mi chiese per conto di chi arrivava questa richiesta.

Addirittura mi chiese se per caso mi mandava la masso­neria e che in quel caso non c’erano pro­blemi perché aveva diret­tamente la possibilità di avere rapporti con la masso­neria trapanese. Io risposi che interessava ai politici locali e interes­sava anche al Mi­nistero dei beni culturali. Del resto avevo le foto delle opere e la cartellina con i timbri ministeriali. Tempo dopo tornò con altre foto di opere d’arte ed una busta con quattro o cinque nomi­nativi per i quali vo­leva arresti ospedalieri o domiciliari. Ri­cordo i nomi di Pippo Calò, Brusca, Pul­larà. Quell’elenco lo consegnai al mare­sciallo Tempesta che lo consegnò a sua volta a Mori.

Quando tor­nò con la rispo­sta, tempo dopo, mi disse che non si pote­va fare per­ché ‘C’era il go­tha di Cosa no­stra’ ma che avrei dovuto mantenere il ca­nale aperto con la possibi­lità di fare qual­cosa per un paio di nomi­nativi’. Non solo i contatti con Vito Cian­cimino quindi. Il Ros avreb­be portato avanti più canali per arrivare ad un collo­quio con Cosa nostra ed ovvia­mente i ma­fiosi alzarono subito il tiro.

Trattativa ai piani alti

Non fu quello l’unico momento in cui Gioé parlò di trattativa con Bellini. “Gioè mi parlò di una trattativa in corso coi pia­ni alti del Governo italiano ma non ne ho mai parlato perché dovevo tenermi qual­che cartuccia da sparare durante i proces­si”.

Del resto Cosa nostra negli anni delle stragi era messa a dura prova in particola­re dal regime carcerario del 41 bis: “In quel periodo erano spiazzati, si lamenta­vano i familiari dei sottoposti al 41 bis a Pianosa. A dire di Gioè loro erano consu­mati, vedevano solo due strade o la morte o la galera a vita”. Bellini ha poi ripercor­so come ha incontrato e conosciuto il ca­pomafia: “Quando fui trasferito da Firen­ze a Sciacca, lì conobbi Gioè. Ci vedeva­mo tutti i giorni, lui era una persona di grande rispetto io capii che era una perso­na posizionata, ci fu una simpatia iniziale… Ha saputo la vera identità quan­do fummo trasferiti nel carcere di Paler­mo”. E in merito al ruolo attribuitogli di “suggeritore” delle stragi in continente Bellini ha dichiarato: “Su di me sono state dette tante cose ma io sono qui per rac­contare la verità.

Fu Gioé a chiedermi ‘Che cosa acca­drebbe se sparisse la Torre di Pisa?’”. Un frase sinistra che appare profetica se si pensa che nel 1993 il patrimonio artistico italiano fu colpito a Firenze, Roma e Mi­lano. Frase che sarebbe stata riferita da Bellini al maresciallo Roberto Tempesta, il sottufficiale in servizio al Nucleo tutela patrimonio artistico. “Ma quando dissi al maresciallo Tempesta quella frase cosa fe­cero? Nulla di nulla” ha aggiunto Bellini.

“Aquila Selvaggia”

L’ex militante di Avanguardia Naziona­le, nome in codice “Aquila selvaggia” (nel gergo usato per le comunicazioni con il maresciallo Tempesta ndr) ha anche ri­velato che nel dicembre del 1992, quando i rapporti con il militare del Nucleo tutela patrimonio artistico dei Carabinieri aveva­no avuto uno stop, era stato avvicinato da un altro ufficiale. “Una persona suonò al citofono di casa mia – ha detto – e mi chiamò col nome in codice che sapevano solo Tempesta e il colonnello del Ros Ma­rio Mori. Si presentò come un uomo del Ros e mi disse di non cercare più Tempe­sta, che il contatto sarebbe stato lui e di non venire in Sicilia perché era pericoloso in quanto ci sarebbe stata un’imminente operazione. Non ho mai parlato con nes­suno di questo, e loro non hanno più ri­chiamato” conclude il collaboratore”. Bel­lini, che aveva comunque il contatto con Gioé anche per altri motivi, non seguì quell’indicazione.

“Dovetti tornare in Sici­lia per incontra­re Nino a cui dovevo dei soldi. Quando mi recai nel luogo dell’incontro, nei pressi del motel Agip di Palermo, riconobbi quell’ufficiale che tempo prima mi aveva sconsigliato il viaggio in Sicilia”. E’ a quel punto che, spaventato, Bellini sareb­be andato via da Palermo mancando l’appuntamento con il capomafia.

La lettera di Gioè

“Dimenticavo di dire che mio fratello Mario nell’andare a tentare di recuperare il credito ha consegnato al creditore una tessera dello stesso creditore il che adesso mi rendo conto che quest’ultimo fosse un infiltrato; mio fratello non lo ha incontrato ed il figlio gli ha detto che il padre era ri­cercato. Supponendo che il sig. Bellini fosse un infiltrato sarà lui stesso a darvi conferma di quanto sto scrivendo. L’ulti­ma volta che ho incontrato quest’uomo è stato presso la cava Buttitta solo per pura fatalità me lo sono fatto portare in quel posto dove ero andato per cercare di con­vincere il sig. Gaetano Buttitta a comprare del lubrificante da me…”. Questo il con­tenuto esatto della lettera rinvenuta nella cella di Gioè il 29-7-93, scritta prima del presunto suicidio.

Forse è proprio per quel mancato ap­puntamento che il capomafia aveva capito che Bellini era davvero un infiltrato anche se il sospetto che il ruolo di Bellini, come uomo vicino ad una parte dello Stato, fos­se ben chiaro ai capimafia già nel 1991 (ovvero prima delle stragi), resta.

La riunione di Enna

Nel dicembre 1991 è notorio che in un casolare di Enna si tenne una riunione della Commissione regionale con tutti i capimafia per decidere in merito alla stra­tegia stragista che avrebbe dovuto portare all’eliminazione dei politici traditori (da Lima all’ex presidente del Consiglio An­dreotti) ai nemici di sempre (Falcone e Borsellino).

Tra le nuove prove che i pm che indaga­no sulla trattativa Stato-mafia c’è anche una ricevuta rilasciata da un ho­tel di Enna, datata 6 dicembre 1991 ed intestata proprio a Paolo Bellini. Così come aveva fatto durante gli interrogatori con i pm, anche in aula ha ribadito che all’epoca si trovava in Sicilia per affari.

“Dovevo recuperare alcuni crediti a Ca­tania e Palermo e l’unico contatto avuto con Antonino Gioé era proprio per chie­dergli aiuto su questa attività. Quel per­nottamento non era programmato per un motivo specifico ma del tutto casuale”. Una spie­gazione che non ha convinto del tutto i pm, anche perché è quantomeno singolare che, per un recupero di crediti a Catania, lo stesso abbia scelto un hotel di una città distante quasi 90 chilometri. Così l’esame è proseguito con il pm Tarta­glia che lo ha incalzato chiedendogli dei commenti di Gioé su Lima.

La morte di Salvo Lima

Rispondendo alla domanda del magi­strato, che in riferimento alla morte dell’onorevole Salvo Lima ha chiesto a Bellini se Gioè gli disse mai se l’omicidio fosse servito anche per mandare un mes­saggio al presidente Andreotti, il collabo­ratore ha dichiarato: “era stato quello il senso, si. Gioé mi parlò dell’omicidio di Lima e disse che era stato fatto per dare uno schiaffo alla Dc di Andreotti perché non aveva rispettato quello che avrebbe dovuto fare a Roma per il maxi processo”.

Di seguito, l’ex trafficante di opere d’arte ha parlato di un episodio avvenuto ad Enna: “Mi ricordo… si parlò, disse così…a Enna c’era… a Enna mi ricordo di una passeggiata che ho fatto per andare alla cena, c’era la saracinesca di un nego­zio abbassata.. fu il momento di una risa­ta”. L’occasione di ilarità sarebbe sca­turita dall’aver visto una scritta, sulla ve­trina, ri­ferita proprio al presidente del consiglio Giulio Andreotti. Tartaglia ha ri­lanciato: “Scusi ha detto ‘fu motivo di una risata’, ma perché c’era anche Gioè ad Enna?”.

E Bellini: “No, chi ha detto Enna?”. Si è su­bito giustificato il collaboratore. “La ri­sata tra noi due mentre facevamo questo di­scorso… lui mi fece venire in mente un flash non che io ero a Enna con Antonino Gioè”. Bellini ha anche ricostruito la pro­pria storia passando dagli omicidi com­messi tra cui quello del militante di Lotta Continua Alceste Campanile, alla sua affi­liazione alla ‘Ndrangheta e la latitanza sot­to falsa identità trascorsa in Brasile.

“Sono un morto che cammina”

Pian piano, pur con le difficoltà dovute alla malattia da cui è affetto, che ha con­seguenze sulla memoria, ha ricostruito di­verse vicende, tra cui il periodo vissuto in cella quando era conosciuto con il nome di Roberto Da Silva. Nel suo racconto Bellini ha anche espresso uno sfogo nei confronti dello Stato come istituzione col­pevole di averlo, a suo dire, abbandonato: “Sono un morto che cammina ma faccio il mio dovere fino in fondo. Lo Stato con me ha firmato un contratto che non ha ri­spettato”.

Peccato che, come ha ricordato al teste lo stesso presidente Montalto, in quel con­tratto era previsto il dover dire tutta la ve­rità mentre solo oggi ha raccon­tato la visi­ta dell’uomo del Ros nella sua abitazione, così come soltanto nel 2013 ha raccontato della “seconda trattativa”, dopo averla aveva accennata ad un gior­nalista del Re­sto del Carlino, Marco Pra­tellesi, il quale aveva scritto in merito un articolo nel 1998. Il processo proseguirà domani mat­tina con il controesame del te­ste mentre, successivamente, verrà sentito dalla corte il pentito Fabio Tranchina.

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