Il pugno duro della famiglia Romeo-Santapaola

Dagli alloggi popolari di Fondo Fucile all’Annunziata

Repentine costituzioni di società ad hoc; sospetti trasferimenti di capitali da una ditta all’altra; piccoli imprenditori disposti a fare da prestanome per pochi soldi; presunte dazioni di denaro a un funzionario comunale per favorire l’iter concorsuale; l’intimidazione come extrema ratio per dirimere controversie varie e convincere qualche titubante costruttore a farsi da parte.

Sono alcuni degli elementi riscontrati dagli inquirenti nel corso delle indagini sul tentativo di investimento immobiliare effettuato nel 2014 dal gruppo criminale dei Romeo-Santapaola, costola peloritana del potente clan di Cosa nostra siciliana con a capo don Benedetto “Nitto” Santapaola, e aggiudicarsi il bando del Comune di Messina per l’acquisizione di immobili da destinare alle famiglie residenti nella baraccopoli di Fondo Fucile. All’affaire degli alloggi popolari è stata dedicata un’intera udienza del processo antimafia Beta in corso di svolgimento presso il Tribunale di Messina, con l’esame da parte del Pubblico ministero Antonella Fradà del teste Vincenzo Musolino, maresciallo maggiore dell’Arma dei carabinieri in servizio presso la locale sezione anticrimine.

“Tra le attività economiche del gruppo Romeo-Santapaola attenzionate nel periodo compreso tra il 2013 e il maggio-giugno 2015 c’è in particolare l’affare messo in atto dall’organizzazione nell’ambito della costruzione di alcune palazzine nell’area di Fondo Fucile”, ha esordito l’inquirente. “Inizialmente l’operazione doveva servire per l’edilizia residenziale. Quindi gli immobili dovevano essere soltanto venduti. Però poi si verifica una nuova situazione: il Comune di Messina con la delibera n. 151 dell’11 marzo 2014, istituisce un bando che serviva per l’acquisizione di alloggi che dovevano essere destinati ad edilizia popolare e che prevedeva lo sbaraccamento dell’area di Fondo Fucile. Questo bando era regionale, ammontava a sette milioni e quattrocentomila euro e prevedeva una sorta di crono-programma abbastanza particolareggiato e con termini assai stretti. Entro un mese dalla sua pubblicazione, cioè entro il 15 aprile 2014, dovevano essere presentate le offerte; successivamente sarebbe partita una sorta di attività esplorativa sugli immobili per seguire, più che altro, i requisiti che erano stati indicati dalla dottoressa Maria Canale, la dirigente del Dipartimento politiche per la casa del Comune. Allegato alla delibera vi era un avviso ricognitivo finalizzato all’acquisto di alloggi che avessero in seno tutti quei requisiti oggettivi e soggettivi che dovevano fare da criteri preferenziali per l’acquisto da parte del Comune. L’area era quella di Fondo Fucile ma la maggior parte delle palazzine che erano state offerte si trovavano tutte in una zona diversa. Di contro, la proposta presentata dalla società XP Immobiliare, che prima era la R.D. Costruzioni, si trovava proprio a fianco della zona di interessamento allo sbaraccamento. Con la delibera n. 67 del 28 novembre 2014 viene effettuata una graduatoria degli alloggi, ma si registra un cambiamento rispetto alla somma che era stata destinata in precedenza perché non arrivano più i fondi previsti dal Comune. Quindi quei ventiquattro alloggi che dovevano essere venduti in realtà vengono diminuiti e come vedremo successivamente nello sviluppo delle intercettazioni, il gruppo non trova più interesse a vendere le palazzine nell’area di Fondo Fucile. Alcuni immobili all’interno delle stesse palazzine erano già stati venduti liberamente ad altri soggetti a 1.700-1.800 euro a metro quadro e pertanto non era possibile ridurre ancora di più il prezzo di vendita che aveva già toccato la cifra irrisoria di 900-1.000 euro al metro quadro. Dopo l’aggiudicazione del bando e la firma da parte di uno dei soggetti preposti all’accettazione, il gruppo accettava all’inizio a vendere al Comune di Messina ma successivamente questa vendita non avviene perché ci si rende conto che non c’è un utile”.

L’ingegnere col compasso

“Uno dei soggetti che entra in contatto con il gruppo è Raffaele Cucinotta, un funzionario comunale inquadrato all’interno dell’Urbanistica”, ha aggiunto il Vincenzo Musolino. “Nel corso di una conversazione intercettata tra Stefano Barbera e la compagna Donatella Raffaele, il Barbera fa proprio riferimento a Cucinotta nello spiegare tutti quei sistemi per evitare di identificare il soggetto stesso. Il Cucinotta veniva chiamato generalmente con il soprannome Compasso o qualche volta Raffaella, con il suo nome volto al femminile. Il 26 marzo 2014, appena undici giorni dopo la comunicazione dell’avviso sul bando di gara del Comune, noi registriamo una conversazione telefonica tra il costruttore Biagio Grasso e Stefano Barbera in cui il primo chiede il numero dell’ingegnere. Il Barbera gli darà il numero però si preoccupa affinché il suo interlocutore gli parli in maniera non chiara al telefono e si raccomanda di usare mezze parole per evitare di contattarlo direttamente e magari essere intercettato. Il numero di telefono dato era proprio l’utenza che corrispondeva a Raffaele Cucinotta. Appena tre ore dopo, Biagio Grasso contatta l’ingegnere Cucinotta. Il giorno successivo avviene una riunione all’interno degli uffici della XP Immobiliare in viale Boccetta n. 70, il luogo di incontro dell’organizzazione dove cioè si parlava di affari e dove qualche volta lo stesso Vincenzo Romeo si metteva alla scrivania anche al posto di Biagio Grasso. All’incontro partecipano Grasso, Vincenzo Romeo, Raffaele Cucinotta e Stefano Barbera che era l’aggancio per l’ingegnere Cucinotta. Al tempo non c’era ancora l’intercettazione ambientale all’interno dell’ufficio, pertanto non siamo riusciti a sapere che cosa si siano detti. A dare una lettura se pur minima dell’incontro ci pensa però una conversazione avvenuta la stessa sera, in cui Barbera fa riferimento al fatto che gli è piaciuta la chiarezza nella discussione. Da quel momento in poi i contatti tra il gruppo e il funzionario del Comune diventano più stretti. Nella conversazione del 3 marzo 2014, Stefano Barbera riferiva agli indagati che Raffaele Cucinotta aveva tante situazioni sottomano all’interno del proprio ufficio. Come confermato dalle indagini, diverse situazioni presentate da Cucinotta erano state inizialmente intraprese dal gruppo. Parliamo della costruzione della Torre Sobrio, di uno stabilimento, dell’area di parcheggio vicino a Viale La Farina, progetti che poi non si sono sviluppati perché c’è stata una crisi finanziaria determinata anche dalla mancata vendita degli alloggi al Comune. Il 3 aprile del 2014 noi registriamo una conversazione all’interno della macchina di Stefano Barbera al termine dell’inaugurazione del Dolce Lounge Bar che si trovava sulla via Garibaldi e che era stato acquisito dal gruppo attraverso un’intestazione fittizia di una società, la Menelao S.r.l.. A questa inaugurazione avevano partecipato Vincenzo Romeo, Biagio Grasso, Stefano Barbera e Raffaele Cucinotta. Alla fine il Barbera e Cucinotta vanno via insieme in auto e il primo racconta alcuni particolari su Vincenzo Romeo e che lo stesso aveva spaccato un muro e aveva recuperato del denaro contante, ecc.. Cucinotta che era particolarmente attento nell’ambito delle intercettazioni e comunque preferiva parlare sempre all’esterno della macchina e mai per telefono, si lamenta e dice qualcosa di incomprensibile. La compagna di Stefano Barbera riferisce che non vi era nulla all’interno della macchina e che probabilmente non erano intercettati, mentre il Barbera risponde che comunque c’era soltanto la turbina della macchina. Cercavano insomma di tranquillizzare Cucinotta…”.

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