Sulla via di Niscemi

Entrando a Niscemi si ha quasi la sensazione di essere stati catapultati in una città mediorientale: l’ocra delle abitazioni – lasciate prive di intonaco – si mescola all’argilla delle colline circostanti.

Dal golfo di Gela, distante pochi chilometri in linea d’aria, una cappa di polvere si solleva sulle stradine irregolari, mentre l’aria tutt’intorno sembra tremolare per il feroce caldo d’agosto.

Dal paesaggio arido e uniforme svettano sporadiche sagome di palme: ogni cosa sembra indefinita e statica, in quest’angolo di terra sicula. Ad un tratto, però, qualcosa pare turbare il naturale equilibrio di questi luoghi: guardando in direzione sud-est, una torre di metallo alta più di cento metri si staglia prepotentemente contro la linea dell’orizzonte. È una delle 46 antenne antenne statunitensi presenti nella zona. Dagli anni ’90, infatti, il territorio di Niscemi è stato scelto dalla Marina militare statunitense come sede della base di trasmissione radio NRTF. In tempi più recenti, poi, la stessa base è stata scelta come sede per il programma di comunicazione satellitare MUOS, in seguito al quale altre tre enormi parabole sono state erette nella campagna del niscemese. Per ostacolare l’attivazione dell’impianto, i manifestanti del coordinamento No MUOS hanno indetto una manifestazione per giorno 9 agosto, ed è per questo che ci troviamo in marcia, nella periferia di Niscemi, sotto ad un sole inclemente.

Dato che il presidio No MUOS, dal quale partirà la manifestazione, si trova fuori dal centro abitato, chiediamo indicazione a qualche passante sulla migliore strada da seguire. I primi tre tentativi vanno miseramente a vuoto: pare che la gente non abbia la più pallida idea della manifestazione, degli impianti militari e di tutto il resto. Al quarto tentativo un muratore di mezza età, intento a scaricare dei calcinacci dentro al cassone di un camion, ci indica la strada con fare sicuro, lasciando intendere che non siamo stati i primi visitatori a domandare aiuto.

Proseguiamo il viaggio verso il presidio. Numerosi filari di canneti o di pale di fichi d’india addolciscono il paesaggio, sempre più rigoglioso via via che ci addentriamo nella campagna niscemese: l’area in cui sorge la base americana è stata, infatti, istituita, nel 1997, come riserva naturale, proprio per la varietà di specie animali e vegetali che custodisce al suo interno. 

Dopo qualche decina di minuti, arriviamo finalmente a destinazione: un murale, con la scritta No MUOS da una parte e la bandiera americana dall’altra, demarca in maniera inequivocabile la zona. Un vigile urbano ci ordina di lasciare l’automobile: da questo momento potremo muoverci solamente a piedi. Visto che non sappiamo esattamente dove si trovi il punto di raccolta dei manifestanti, ci accodiamo ad un gruppo di ragazzi, sperando prima o poi di raggiungere la meta. Proseguiamo per più di un chilometro, mentre un elicottero della polizia ci sorveglia, volando a bassa quota. Giungiamo finalmente al presidio, dove si sono raccolte diverse centinaia di persone. Una donna, immediatamente fuori dall’ingresso, si lamenta con un conoscente: “Ci hanno filmati tutti mentre camminavamo”, racconta, riferendosi ai poliziotti in borghese che da una macchina hanno continuato a filmare i manifestanti che giungevano al presidio.

Scivoliamo lungo la leggera scarpata che dalla strada asfaltata porta all’interno del presidio: a sinistra è stato allestito un piccolo capanno da cui poter prelevare bevande o cibo; a destra sono parcheggiate alcune auto, mentre più in basso, nascoste tra la vegetazione, si distinguono alcune tende da campeggio. Turi Vaccaro, noto attivista No MUOS, sta a piedi in su, reggendo il peso del corpo sulle spalle e sul collo, in una posa di meditazione. Verso le quattro del pomeriggio i manifestanti sono pronti ad abbandonare il presidio diretti verso la base americana. La testa del corteo è composta dagli attivisti del coordinamento No MUOS e dal comitato “Mamme No MUOS”, seguono le bandiere dei partiti e dei movimenti presenti (Prc, Sel, lista Tsipras, Pcl, Pc, Idv, Verdi, Anarchici, No Ponte, No Tav, Usb, etc…) mescolate a numerose bandiere palestinesi. Un ragazzo sulla ventina chiede retoricamente all’amico: “Ma pirchì a manifestazione No MUOS c’hanna ssiri i banneri re partiti?” (Ma perchè alla manifestazione No MUOS devono esserci le bandiere dei partiti?). Alla coda del corteo si intravedono i pochissimi sindaci e assessori, venuti per l’occasione con la fascia tricolore: l’idea nata sui social network, nei giorni immediatamente precedenti la manifestazione, era che i rappresentanti delle istituzioni fossero molti di più.

Il corteo finalmente parte.

Superate le prime curve, mi è possibile valutare, a occhio e croce, le dimensioni del serpentone che non superano le duemila/tremila unità: un calo nella partecipazione inequivocabile rispetto alle manifestazioni precedenti. Anche tra i manifestanti presenti sembra essere calata la fiacca: gli sparuti slogan vengono urlati da poche decine di persone, mentre il resto della colonna sembra somigliare più ad un corteo funebre che ad una manifestazione di protesta. Certamente, l’accondiscendenza degli uomini del palazzo politico con i responsabili del programma militare ha scoraggiato tanti, come anche il compimento dei lavori di cantiere alla base americana, ma al di là delle giustificazioni, l’unico dato certo è che a distanza di più di un anno dalla fortunatissima manifestazione del 30 marzo, quando la campagna niscemese venne inondata da più di diecimila anime, il coinvolgimento civile si è sicuramente affievolito, complice anche la mancanza di approcci comunicativi più evoluti da parte del coordinamento No MUOS.

Il corteo prosegue placidamente diretto verso uno dei cancelli della base. In un tratto di strada, pochi minuti prima, alcune donne vestite di nero, con uno striscione con su scritto “BOICOTTA ISRAELE”, avevano inscenato un flash mob contro l’invasione israeliana nella Striscia di Gaza.

Passate le sei del pomeriggio la situazione muta radicalmente: il corteo, rimasto compatto durante tutta la marcia, si frammenta. Alcune decine di manifestanti si scagliano a mani nude contro la recinzione metallica che circonda la base, mentre un manipolo di poliziotti in assetto antisommossa sta a guardare al di là della rete. La tensione tra i manifestanti e i poliziotti cresce. Alle 18:35 i manifestanti sfondano la rete. I poliziotti lanciano una carica contro le prime file. Dopo qualche minuto, viene dato fuoco a della sterpaglia immediatamente vicina alla sede degli scontri: una colonna di polvere e fumo si solleva minacciosa sull’intera area. Mentre piovono pietre e manganellate da entrambi i fronti, altri manifestanti si accingono a spegnere il fuoco: una possibile propagazione delle fiamme avrebbe potuto legittimare eventuali divieti ad altre manifestazioni future. Finalmente, senza alcun intervento da parte dei vigili del fuoco, l’incendio viene spento dalle sole braccia dei manifestanti. Le cariche da parte della polizia terminano. Un folto gruppo di attivisti supera la rete e si addentra nella base, diretto verso le antenne presso cui, già da diverse notti, si sono arrampicati sette attivisti. Decidiamo di rimanere fuori dai confini della base: la nostra manifestazione, per oggi, è finita.

Sulla strada verso casa, la luna piena ci sorveglia dall’alto, luminosissima, mentre gli ultimi raggi del sole attraversano con vigore le nuvole, riempiendo il cielo di colori purpurei. 

salvatore.ognibene

Nato a Livorno e cresciuto a Menfi, in Sicilia. Ho studiato Giurisprudenza a Bologna e scritto "L'eucaristia mafiosa - La voce dei preti" (ed. Navarra Editore).

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