Il lungo autunno dei patriarchi

Un boss mafioso fra i notabili della buona società

Dotti, borghesi, massoni e qualche presenza imbarazzante tra i cordafratrini di Barcellona PG. A iniziare da Giuseppe Gullotti, l’avvocaticchiu, una condanna passata in giudicato per l’omicidio del giornalista Beppe Alfano. Del circolo culturale, nel 1989, il boss fu anche per breve tempo membro del direttivo. Fu ufficialmente allontanato solo nell’autunno del 1993, dopo la visita nella città del Longano della Commissione parlamentare antimafia presieduta dall’on. Luciano Violante. La relazione finale stigmatizzò il suo ruolo-guida all’interno della cosca locale. Nonostante in Corda Fratres nessuno avesse mai avuto dubbi sull’onorabilità di Gullotti, egli era incorso in passato in più di uno scivolone giudiziario. Il 27 dicembre 1982, era stato denunciato insieme ad alcuni pregiudicati barcellonesi per gioco d’azzardo all’interno del circolo “Famiglia Sicula”. Nel 1989, a Viterbo, Gullotti era stato sottoposto a indagine per truffa (poi prosciolto) a seguito dell’acquisto di una Volvo rivenduta al conterraneo Roberto Minolfi, cognato dell’imprenditore agrumario Giovanni Sindoni. Quel Sindoni fedele sottoscrittore d’inserzioni pubblicitarie sul periodico cartaceo della Corda, ritenuto dagli inquirenti “soggetto legato all’organizzazione mafiosa barcellonese”, in contatto con i catanesi del clan Santapaola.

L’efficienza criminale di Giuseppe Gullotti era nota invece tra i pezzi da novanta di Cosa nostra siciliana. “Venne ordinato uomo d’onore nel 1991, per intercessione del vecchio boss di San Mauro Castelverde, Giuseppe Farinella”, ha raccontato Giovanni Brusca. “Sempre il Gullotti si sarebbe dovuto occupare di reperire l’esplosivo necessario per l’attentato che venne progettato tra il ’92 e il ’93 contro il leader del Partito socialista Claudio Martelli, attraverso l’interessamento e la mediazione del clan di Nitto Santapaola”. Deponendo al processo Mare Nostrum, lo stesso Brusca ha dichiarato che il telecomando da lui adoperato per la realizzazione della strage di Capaci, gli era stato materialmente consegnato poco prima proprio da Gullotti. L’assegnazione al barcellonese di tale incarico, secondo Brusca, sarebbe stata patrocinata da Pietro Rampulla, l’ex ordinovista artificiere del tragico attentato del 23 maggio 1992 contro il giudice Falcone.

“Anch’io avevo rapporti con Gullotti”, ha raccontato nel giugno 1999 il controverso collaboratore Luigi Sparacio, già a capo dei gruppi criminali peloritani. “Mi era stato presentato da Michelangelo Alfano come persona vicina a Cosa nostra, e in tale ambito fornii al predetto uno-due telecomandi da utilizzare per attentati e che erano stati per me realizzati su commissione, da un dipendente dell’Arsenale militare di Messina…”. Sparacio ha aggiunto che tra le persone “vicine” al Gullotti c’era il costruttore Vincenzo Pergolizzi, il faccendiere Filippo Battaglia ed “una persona di Barcellona che era vicino al Battaglia con il quale trafficava in armi, tale Cattafi Rosario che era amico di Natale Sartori ed Antonino Currò”. Originari di Messina, Sartori e Currò erano stati arrestati nel marzo ’99 a Milano con l’accusa di associazione mafiosa. Titolari di società di pulizie, vantavano legami di altissimo livello: il manager Fininvest Marcello Dell’Utri e il factotum di Silvio Berlusconi, Vittorio Mangano, mafioso palermitano della “famiglia” di Porta Nuova. Un collaboratore, Vincenzo La Piana, ha raccontato di aver partecipato, a Milano, ad un pranzo con Dell’Utri, Currò e Sartori in cui venne richiesto al senatore un interessamento per il trasferimento carcerario del Mangano, al tempo ristretto a Pianosa.

Nome ancora più indigesto dell’albo soci della Corda Frates, quello di Rosario Pio Cattafi, professione avvocato, indicato da pentiti ed inquirenti come il capo dei capi della mafia barcellonese. Più di un anno fa il Tribunale di Messina gli ha sequestrato beni del valore di sette milioni di euro, compresi i terreni agricoli di contrada Siena intestati alla “DiBeca Sas”, che il miope consiglio comunale del Longano ha vincolato a megaparco commerciale. Un’operazione che è oggetto d’indagine della Procura e di un’ispezione della Prefettura e che potrebbe condurre allo scioglimento in extremis del Comune per infiltrazione mafiosa.

Nei primi anni ’90, il Gico della Guardia di Finanza di Firenze attenzionò alcune operazioni sospette del Cattafi. Nella nota informativa del 3 aprile 1996, un paio di passaggi sono dedicati ai rapporti fra Rosario Cattafi, il giudice Cassata e l’immancabile associazione cordafratrina. “Cattafi frequentava circoli e club sia a Milano che a Barcellona, potendo così incrementare il numero delle conoscenze utili”, scrivono gli uomini del Gico. “A Barcellona risultava interessato all’attività della Corda Fratres, il cui rappresentante, Antonio Franco Cassata, risulta rappresentante anche della Ouverture–Associazione Italia-Benelux e del Comitato Organizzativo Premio Letterario Nazionale Bartolo Cattafi”. Più avanti, “riprendendo l’esposizione dei rapporti tra il Cattafi e personaggi delle Istituzioni al fine di poter fornire elementi atti alla individuazione degli informatori del sodalizio”, il Gico ritorna sul magistrato. “Residente a Barcellona nella stessa via del Cattafi”, il dottor Cassata è “responsabile di alcuni circoli e associazioni costituite con dichiarato intento di perseguire scopi culturali”. Infine si segnala che nelle agende del Cattafi comparivano il numero telefonico dell’abitazione privata del magistrato, quello degli uffici giudiziari di Messina dove operava e quello dell’“associazione di cui risulta rappresentante legale…”.

Lo scorso 1 marzo, Rosario Cattafi si è dovuto presentare davanti a due ufficiali del Raggruppamento operativo speciale (Ros) dei Carabinieri per un interrogatorio di oltre tre ore nell’ambito di un’inchiesta della DDA di Messina che lo vedrebbe indagato per associazione mafiosa. “Non si tratterebbe del primo e lungo faccia a faccia tra Cattafi e i carabinieri del Ros”, rivela la Gazzetta del Sud. “In questi mesi ci sarebbero stati altri interrogatori effettuati in gran segreto sempre alla Compagnia carabinieri di Barcellona, per un’inchiesta che praticamente corre parallela al nucleo forte di indagini che il procuratore capo di Messina Guido Lo Forte e i suoi sostituti stanno gestendo sulla geografia mafiosa barcellonese, all’indomani dei clamorosi pentimenti del boss dei Mazzarroti Carmelo Bisognano e del reggente Santo Gullo”.

La modalità investigativa ha però lasciato perplesso più di un osservatore. “Ancora una volta la Procura di Messina riserva i modi più gentili ai vertici della mafia barcellonese”, scrive l’eurodeputata di IdV Sonia Alfano. “In tutti gli altri distretti giudiziari d’Italia gli indagati per mafia vengono arrestati e solo dopo interrogati. Per Cattafi, invece, l’ufficio diretto da Lo Forte ha utilizzato l’inedita procedura, come a voler riconoscere a Cattafi una sorta di riguardo istituzionale. Mi chiedo quale sia la ragione, salvo dover pensare che Cattafi si sia pentito e stia vuotando il sacco, e che quindi a breve ci saranno gli arresti di due magistrati, di esponenti dei servizi segreti e di altri rappresentanti istituzionali”.

“Si rimane sconcertati – ha concluso Sonia Alfano – ad apprendere che la Procura ha delegato l’interrogatorio del pericolosissimo boss, legato a doppio filo a Benedetto Santapaola e ai servizi segreti, a quello stesso Ros che subito dopo l’assassinio di mio padre protesse la latitanza di Santapaola nel barcellonese”. Un’altra brutta storia per questa terra d’intrighi e di misteri.

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