II principe nero del Duemila

Un anno più tardi, nel corso di una perquisizione notturna della polizia alla Casa dello studente, il barcellonese fu identificato insieme a Basilio Pateras, militante delle organizzazioni neofasciste greche Esesi e Quattro Agosto, occupante abusivo degli alloggi universitari. Il 22 marzo 1973, Cattafi, Pateras, Pietro Rampulla e un’altra trentina di militanti neri invasero con la forza i locali del Magistero.

Tollerate e protette dalle forze dell’ordine e dai vertici accademici, le organizzazioni neofasciste decisero di radicalizzare i mezzi e le forme di lotta. Dalle spranghe e le catene si passò alle armi e agli attentati incendiari. Il 27 aprile 1973, Rosario Cattafi venne coinvolto in una misteriosa sparatoria all’interno della Casa dello studente. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, egli si era recato in compagnia del calabrese Prota nell’alloggio occupato da Pasquale Cristiano per provare un mitra “Stern” contro alcune suppellettili. Consequenziale una seconda condanna, un anno e otto mesi di reclusione per detenzione e porto d’arma illegali.

Il successivo 3 maggio, durante una perquisizione dell’abitazione di Cattafi fu rinvenuta una pistola calibro 7,65 di fabbricazione spagnola. Arrestato e processato per direttissima, ricevette una mitissima ammenda di 200 mila lire.

Le due ultime sentenze di condanna furono appellate dall’allora procuratore generale della Repubblica, Aldo Cavallari, che denunciò pubblicamente lo “stato di extraterritorialità” in cui era caduto l’ateneo di Messina.

“C’è una mafia universitaria irriducibile, selvaggia, ladra, prevaricatrice, che impone la sua volontà e la legge della violenza, che vive e prospera per l’omertà generale dell’atterrita classe studentesca, dei dirigenti, degli impiegati amministrativi e anche dei rappresentanti del corpo accademico”, scrisse il dottor Cavallari. “Le forze che potrebbero porre un valido argine al dilagare di questo potere mafioso nella Casa dello studente sarebbero la magistratura e la polizia, ma l’una e l’altra non avvertirono, nei confronti della classe studentesca, quell’esigenza di repressione e prevenzione che pure si avverte nei confronti dei delinquenti appartenenti ad altra classe sociale”.

Solo dopo la requisitoria del magistrato, il 27 febbraio 1976, il Senato accademico decise di sospendere gli studenti coinvolti in episodi di squadrismo, primo fra tutti il Cattafi che dovrà attendere più di vent’anni per completare gli studi di giurisprudenza e divenire avvocato.

Lasciate l’università e Barcellona Pozzo di Gotto, Rosario Cattafi raggiunse prima Milano e poi la Svizzera, dimostrando un’invidiabile conoscenza delle leggi e dei mercati finanziari. Ma anche una innata capacità di districarsi tra le differenti fazioni criminali, tra i vincitori e i vinti, gli astri nascenti e le stelle cadenti del firmamento di Cosa nostra.

Gli inquirenti sospettano che sin dalla seconda metà degli anni ‘70, il barcellonese potrebbe essere stato uno dei capi di una presunta associazione riconducibile a Benedetto Santapaola, operante nel capoluogo lombardo e in altre città del territorio nazionale ed estero, “finalizzata alla commissione di estorsioni, omicidi, corruzioni, detenzioni di armi da guerra”.

Un’organizzazione che avrebbe pure trafficato in stupefacenti e gestito case da gioco illegali, autrice finanche del sequestro, nel gennaio 1975, dell’imprenditore Giuseppe Agrati, rilasciato dopo il pagamento di un riscatto di due miliardi e mezzo di vecchie lire. Nel maggio 1984, Cattafi e gli altri presunti appartenenti alla cellula in odor di mafia furono raggiunti da un mandato di cattura firmato dal pm Francesco Di Maggio, anch’egli originario di Barcellona e figlio dell’ex maresciallo della locale stazione dei Carabinieri.

Cattafi, al tempo, risiedeva in Svizzera e ciò gli consentì di sfuggire all’ordine di arresto del Tribunale di Milano. Qualche giorno dopo però fu la Procura di Bellinzona ad emettere un’ordinanza cautelare nei suoi confronti per reati in materia di stupefacenti. Ma durante l’inchiesta spuntò pure un documento attestante una mediazione operata dal Cattafi per la cessione di una partita di ca nnoni prodotti dalla “Oerlikon Suisse” all’emirato di Abu Dhabi. La prima grande operazione d’export di armi da guerra del barcellonese.

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