II principe nero del Duemila

Il successivo 30 maggio, Cattafi fu raggiunto in carcere nel Cantone Ticino dal giudice Di Maggio. Impossibile sapere, ancora oggi, quali furono le domande e cosa rispose l’indagato. Il verbale dell’interrogatorio fu trattenuto dalle autorità elvetiche.

Da una relazione di servizio a firma di tale “Oliver” della Sezione Speciale Anticrimine di Torino, si evince tuttavia che Cattafi ammise di essere l’intestatario di un conto corrente sospetto aperto tra il ‘77 e il ‘78 presso il Credito Svizzero di Bellinzona, denominato Valentino. Lo stesso conto di cui aveva parlato ai giudici uno stretto conoscente del barcellonese, Giovanni De Giorgi, operatore finanziario milanese dedito ai trasferimenti di valuta da e per l’estero.

“Lavoravo per conto del signor Shammah e il mio compito era di tenere la contabilità e di prendere il danaro dai clienti importanti tra i quali c’erano il costruttore romano Caltagirone e Boatti Petroli”, spiegò De Giorgi. “Io stesso e in più occasioni, ho prelevato danaro proveniente dalla Svizzera per conto del Cattafi, che non voleva comparire”.

Per effettuare questi prelievi, il barcellonese telefonava ad un funzionario di banca che prima prelevava le somme dal conto e poi faceva un bonifico all’operatore milanese. Dopo essere entrato in possesso del denaro contante, De Giorgi lo consegnava direttamente al Cattafi. Una parte di esso serviva al periodico mantenimento dei latitanti dei clan catanesi.

“Cattafi si recava spesso nei casinò di Saint Vincent e Campione d’Italia e in vacanza in Costa Azzurra; ben presto mi resi conto di come costui fosse un giovane appartenente ad organizzazioni di tipo mafioso e che disponeva di amicizie e denaro della mafia”, ha aggiunto De Giorgi. “Cattafi riferiva tranquillamente, anzi si vantava, della sua appartenenza al clan mafioso facente capo all’allora latitante Nitto Santapaola, per il quale svolgeva mansioni di consulente e operatore finanziario. In pratica si occupava del reinvestimento in attività pulite del denaro proveniente dai crimini commessi dal Santapaola e dai suoi affiliati, nonché svolgeva il ruolo di garante in casi in cui l’organizzazione doveva trattare affari con altre organizzazioni o con qualche soggetto esterno”.

Sempre secondo l’operatore, “Santapaola lo onorava della sua presenza in Milano, in più occasioni anche da latitante. Si fidava a tal punto da farsi accompagnare da lui quando doveva fare shopping. Cattafi mi riferiva della cosa come onore riservato a pochi membri dell’organizzazione”.

Le autorità elvetiche concessero l’estradizione in Italia di Rosario Cattafi solo il 18 settembre 1884 e con esclusivo riferimento al reato di concorso nel sequestro Agrati. Il 30 aprile 1986, il giudice Di Maggio avanzò però richiesta di sentenza di proscioglimento. Quattro mesi più tardi il giudice istruttore del Tribunale di Milano, Paolo Arbasino, dichiarò non doversi procedere contro l’indagato per “insufficienza di prove”.

Francesco Di Maggio e Rosario Cattafi s’incrociarono ancora durante le indagini sull’efferato omicidio del procuratore capo di Torino, Bruno Caccia, avvenuto il 26 giugno 1983. Lo ha raccontato al Corriere della sera (8 giugno 1995), l’allora sostituto procuratore di Barcellona Olindo Canali, condannato in primo grado a due anni per falsa testimonianza commessa nel corso del processo Mare Nostrum.

“Fu Di Maggio ad arrestare Cattafi nell’85 per l’inchiesta sull’omicidio Caccia a Torino. Fu il giudice istruttore ad assolverlo, ma rimase dentro per un anno”. In verità, Cattafi non venne arrestato a seguito dell’assassinio del magistrato, però fu interrogato in carcere dai pubblici ministeri milanesi titolari dell’inchiesta.

È ancora Giovanni De Giorgi a offrire elementi inediti sull’ambiguo ruolo assunto da Rosario Cattafi nell’indagine sui mandanti e gli esecutori dell’attentato mortale al procuratore di Torino. “Ad un certo punto riferii al Cattafi che Enrico Mezzani, persona che frequentavamo a Milano, era un agente dei servizi e che da lui in cambio di notizie avremmo potuto ottenere vantaggi”, ha spiegato l’operatore finanziario.

“Inizialmente il Cattafi provò a cavalcare la cosa, più che altro dando notizie inerenti organizzazioni mafiose avversarie della sua; è in questo contesto che indicò come autori dell’omicidio del giudice Caccia i Ferlito”. Informazioni sugli acerrimi nemici di Santapaola dunque, in cambio di vantaggi e favori, primo fra tutti l’impegno (poi disatteso) del Mezzani, sedicente agente del Sisde, alla concessione del porto d’armi al barcellonese.

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